Sergio Romano, Corriere della Sera 6/11/2011, 6 novembre 2011
Cinquant’anni fa, l’11 novembre 1961, a Kindu (ex Congo belga) morirono tredici membri della 46a Aerobrigata di Pisa
Cinquant’anni fa, l’11 novembre 1961, a Kindu (ex Congo belga) morirono tredici membri della 46a Aerobrigata di Pisa. Furono aggrediti (come Caschi blu dell’Onu erano disarmati) da mercenari africani, massacrati di botte e poi uccisi e fatti a pezzi. Non erano i primi caduti della 46a e purtroppo non sarebbero stati neppure gli ultimi, ma gli altri, almeno, morirono da aviatori quali erano, sul loro aereo. Quando in Patria si seppe l’accaduto (prima parziale poi in tutta la sua crudezza, fra il 14 e 15 novembre), noi italiani sentimmo un pugno al cuore. Ora, dopo decenni, temo che pochi si ricordino di quei poveri coraggiosi ragazzi. Marina Larese Gortigo be_roof@libero.it Cara Signora, Credo che occorra ricordare ai lettori, anzitutto, quali fossero le condizioni del Congo nel novembre del 1961. La grande colonia belga aveva proclamato la propria indipendenza il 30 giugno 1960 e l’aveva festeggiata nel corso di una cerimonia, alla presenza di re Baldovino, che si era rapidamente trasformata in un caotico e sanguinoso tumulto. Il Paese era troppo grande per essere governato da una modesta e impreparata classe dirigente, troppo multietnico per accettare la prevalenza di un solo gruppo dirigente, troppo strategico per sottrarsi agli interessi contrastanti delle maggiori potenze mondiali, troppo ricco di risorse naturali per non suscitare le ambizioni di alcune fra le più grandi aziende minerarie. Non passarono molti giorni prima che il nuovo Stato cominciasse a disintegrarsi e precipitasse di lì a poco in una spietata guerra civile. I tre maggiori protagonisti e rivali della crisi congolese furono per alcuni mesi Patrice Lumumba, Primo ministro a Léopoldville, Moise Tshombe, presidente della provincia secessionista del Katanga e Dag Hammarskjöld, segretario generale delle Nazioni Unite. Lumumba, che godeva di simpatie sovietiche e socialiste, fu catturato, trasportato in Katanga e ucciso il 17 gennaio 1961. Tshombe, che era fortemente sostenuto dalle grandi imprese belghe della sua regione, visse avventurosamente sino al 1969 quando morì misteriosamente ad Algeri. Hammarskjöld, che aveva voluto l’invio in Congo di un corpo militare dell’Onu, era morto ancor più misteriosamente il 18 settembre 1961. Il suo aereo cadde nel cielo dello Zambia, mentre il segretario generale si apprestava a incontrare Tshombe nella speranza di persuaderlo ad accettare una tregua e il ritorno del Katanga nell’ambito dello Stato congolese. Per una particolareggiata storia della crisi sino alla morte di Hammarskjöld esiste ora un libro di Susanna Pesenti pubblicato dall’editore Francesco Brioschi («Dag Hammarskjold, la pace possibile») in cui l’autrice cerca di sbrogliare la matassa degli intrighi e delle trame che contribuirono al fallimento dell’operazione dell’Onu. Gli aviatori italiani morirono due mesi dopo la scomparsa del segretario generale. Erano partiti da Léopoldville la mattina dell’11 settembre con due aerei per rifornire una missione di caschi blu malesi. Vi erano nella città 2 mila soldati congolesi che temevano, a quanto pare, un raid di paracadutisti del Katanga. Gli italiani furono catturati, malmenati, straziati e uccisi a colpi di machete e di fucile. Ma le ragioni della loro morte rimangono, come quelle di Hammarskjöld, misteriose. Li ricordano un monumento eretto nei pressi dell’aeroporto di Fiumicino a Roma e una cappella sacrario a Pisa, sede della Brigata aerea a cui appartenevano. Furono i primi soldati italiani morti per l’Onu dopo l’ammissione dell’Italia all’organizzazione internazionale nel dicembre 1955. RIPRODUZIONE RISERVATA