Gian Antonio Stella, Corriere della Sera 6/11/2011, 6 novembre 2011
«Per lui il Paese luccica, per loro non c’è più latte per i bambini». Giuliano Ferrara descrisse così, anni fa, la guerra di propagande tra il Cavaliere e i suoi avversari
«Per lui il Paese luccica, per loro non c’è più latte per i bambini». Giuliano Ferrara descrisse così, anni fa, la guerra di propagande tra il Cavaliere e i suoi avversari. Il guaio è che quello sventolio di slogan opposti ha impedito all’Italia di capire davvero «come» sta. E la spalmata di ottimismo su ristoranti, aerei e alberghi «sempre pieni» autorizza i cittadini a chiedere: ma se tutto va bene, perché dovremmo farci imporre riforme dolorose? Ernesto Galli della Loggia poneva il problema già nel marzo di tre anni fa, quando la crisi doveva ancora esplodere in tutto il suo devastante fragore: «L’Italia ha soprattutto bisogno di verità. Ha un gran bisogno che finalmente si squarci il velo di silenzi, di reticenze, spesso di vere e proprie bugie, che per troppo tempo il Paese ha steso sulla sua effettiva realtà, su che cosa è davvero e come funziona la società italiana». Da allora, la situazione si è fatta più pesante. Lo dicono le tabelle dei Pil del Fmi, la disoccupazione giovanile salita al 29,3%, il crollo della competitività turistica, i ritardi enormi sul rete web, l’impennata ulteriore del debito pubblico, la denuncia dell’Associazione dei costruttori edili: «Il disegno di legge di Stabilità per il 2012 segna un ulteriore pesante calo delle risorse per nuove infrastrutture, pari al 13,6%, in termini reali rispetto all’anno precedente». Sul 2008 va peggio ancora: «Le risorse per nuove opere pubbliche subiscono una contrazione del 43%». Non mancano solo i soldi per il ponte di Messina: anche per la manutenzione. L’ufficio studi della Cgia di Mestre ha elaborato, su dati Bankitalia, una tabella. Dice che le imprese che non ce la fanno a restituire i prestiti alle banche sono esposte per 75 miliardi e mezzo euro: il doppio che nel 2007. Le famiglie che non ce la fanno, di euro, ne devono 23 e 769 milioni: quasi 13 miliardi in più di quattro anni fa. Al punto che Giuseppe Bortolussi, direttore della Cgia, dice che queste famiglie, indebitate per oltre 19 mila euro a testa (oltre 27 mila a Roma o Milano) potrebbero «cadere nelle grinfie degli usurai». Colpisce la progressione dell’indebitamento dal 2002 ad oggi: +186% a Caserta, +198% a Taranto... Rileggiamo le parole dette dal Cavaliere spiegando che la scelta dei mercati di scaricare i nostri Bond è una «moda passeggera»? «La vita in Italia è la vita di un Paese benestante. I consumi non sono diminuiti. I ristoranti sono pieni. Sugli aerei con fatica riesci a prenotare dei posti. I posti di vacanza nei "ponti" sono iperprenotati. Non credo che l’Italia senta qualche cosa che possa assomigliare a una forte crisi». Ma è così? Prendiamo i voli «sempre pieni». Dice una tabella dell’Aea, l’associazione delle compagnie aeree europee, che nel 2011 fino a settembre il «load factor» (cioè il riempimento) degli aerei Alitalia è stato del 71,4% contro una media Aea del 77,6. Che si impenna con Air France all’80,4, con l’Iberia all’82, con la Klm all’84. Lo stesso amministratore delegato di Alitalia, Rocco Sabelli, tre settimane fa, diceva al Corriere che sulla tratta Milano-Roma, punto di forza, il riempimento medio è del 52%. Colpa della nuova società? Difficile sostenerlo: pian piano i conti, a quanto pare, cominciano a tornare. Ma tutto si può dire, meno che gli italiani si svaghino volando e si fatichi a trovare posti a bordo... Per capirci, il «load factor» effettivo del 2007, per Alitalia, era molto più alto: 78,8%. E gli alberghi «iperprenotati»? Nell’arco dell’estate, dice un’Ansa di fine settembre su dati di Michela Vittoria Brambilla, le cose sono andate abbastanza bene. Grazie agli stranieri, però: gli italiani in vacanza sarebbero stati 24,5 milioni. E non più per «villeggiare» un mese come un tempo. «La vita quotidiana nel 2010» dell’Istat spiega che la rinuncia totale alle ferie nel 2001 era determinata da motivi economici nel 33,1% dei casi: oggi questa quota è salita al 50,1%. Quanto ai ristoranti «sempre pieni», dieci giorni fa, agli Stati generali di Confcommercio, Lino Enrico Stoppani, presidente Fipe, lanciava l’allarme: «Una crisi come questa ha fatto vittime e danni dovunque, anche nel settore dei pubblici esercizi. Premesso che non ci piace la cultura della lamentela inconcludente e inopportuna vista la gravità del momento (...) le cose vanno male...». Quanto male? Prendiamo il Sole 24 ore di un anno e mezzo fa: «I dati che emergono su un campione di circa 5 mila locali (quelli recensiti nelle più importanti guide gastronomiche dall’ufficio studi Fipe) sono che il numero dei coperti nei ristoranti con fascia di prezzo più alta è diminuito del 54,5%». Di più: «Il consumo di vino è in forte calo (il 34,8% ha risposto che è in grande diminuzione, il 36,5% in diminuzione). Meno coperti, soprattutto a mezzogiorno e durante i giorni infrasettimanali, e meno vino determinano un netto calo di fatturato che, a fronte di costi fissi inalterati, ha provocato a molti ristoranti enormi difficoltà, a volte insormontabili...». E da allora, non va certo meglio. Spiegano all’ufficio studi di Confcommercio: «Fino al 2008 se investivi un euro ricavavi prima della tassazione l’11% l’anno. Oggi 2,9%. Le piccole e medie imprese è meglio se se comprano i Btp». È un errore dirlo? Il Cavaliere è convinto di sì. Tanto da sbuffare più volte contro «gli uffici studi» che «un giorno sì e uno no» diffondono notizie sulla «crisi di qua, crisi di là» finendo per «alimentare una crisi che ha origini soprattutto psicologiche». Ma è così? Sia chiaro: è giusto credere fino in fondo nell’Italia, negli italiani, nelle capacità di un Paese che nei momenti difficili ha saputo tirar fuori straordinarie risorse umane, imprenditoriali, intellettuali. E ben venga l’iniziativa del signor Giuliano Melani di invitare tutti a credere nel Paese e comprare titoli di Stato italiani. Ma un conto è avere la feroce determinazione di superare la crisi, un altro negare che questa sia mai esistita. Non si va da nessuna parte, senza partire dalla verità. Altrimenti, insistiamo, ogni italiano potrebbe chiedere: perché mai varare tagli, tasse e riforme dure se dopotutto la barca va? Gian Antonio Stella