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 2011  novembre 04 Venerdì calendario

REPORTER D’AVVENTURA

Alberto Ongaro è qui davanti a me, nella sua casa del Lido di Venezia che affaccia da una parte sulla laguna e dall’altra sul mare aperto, per parlare di Un uomo alto vestito di bianco, che ha il marchio di fabbrica inconfondibile del romanziere meno italiano d’Italia, innamorato dell’avventura come un anglosassone, ma dove l’avventura ha sempre un inafferrabile doppio fondo. “Romanzi di Kafka e spada”, come li ha definiti Antonio D’Orrico. Osservo il suo viso “che ha la tristezza dei veneziani dopo il 1795”, come gli disse una volta Federico Zeri, lo ascolto parlare e intanto, senza parere, lo tengo d’occhio. Nei romanzi di Ongaro (compreso questo, appena uscito) c’è sempre qualcuno che scompare e qualcun altro che deve mettersi sulle sue tracce. Insomma, sapete com’è: non si sa mai.
Un uomo alto vestito di bianco ruota attorno al fascino del Grand Hotel Raffles di Singapore, e del suo genius loci. Davvero lei crede che i luoghi abbiano un’anima?
Il destino degli uomini è spesso nascosto nei loro luoghi. A Singapore finii per caso all’inizio degli anni Settanta quando ero inviato per L’Europeo, di ritorno da un reportage dall’Australia, e non resistetti alla curiosità di alloggiare al Raffles. Qualcuno me ne aveva parlato come di un luogo leggendario, dove avevano alloggiato tanti grandi scrittori, e dove qualcosa di loro era rimasto nella vita dell’albergo e dei suoi ospiti.
E che impressione ebbe?
Che fosse veramente così. Andai a bere un cocktail al “Writer’s bar” e mi parve di essere circondato dai personaggi di Kipling, di Conrad, di Maugham, di Noel Coward, che avevano lavorato a quei tavolini. La cosa mi colpì a tal punto che tornando a Londra, dove allora vivevo, volli realizzare una serie di reportage sulle case che erano appartenute ai grandi scrittori del passato. Chiedevo ai nuovi inquilini se avessero avvertito qualcosa di speciale. E loro, senza eccezione, mi risposero di sì.
Lei è stato uno dei grandi inviati che con i loro reportage resero celebre L’Europeo di quegli anni. Una stagione finita per sempre?
Gli inviati ci sono ancora, a cominciare da quelli che vanno in prima linea e magari muoiono in guerra. Un certo modo di raccontare il mondo attraverso le parole, invece, sta sparendo e difficilmente tornerà a essere popolare nell’epoca di Internet.
Mi sbaglio o per lei il romanzo è stata la prosecuzione con
altri mezzi del reportage?
Posso dirle che nella mia vita giornalismo e letteratura hanno avuto in comune quell’amore per l’avventura che scoprii da ragazzo con Cino e Franco e gli altri eroi dell’Avventuroso, ho continuato a inseguire come autore di fumetti a fianco di Hugo Pratt e poi come inviato all’Europeo di Tommaso Giglio e Giorgio Fattori. Non per nulla Giglio sosteneva di essere capace di riconoscere a prima vista chi era stato un lettore dell’Avventuroso da chi non lo era stato.
Crede anche lei, come il protagonista del suo libro, che l’Oriente sia la scena ideale di ogni avventura?
L’Oriente è l’altrove per eccellenza, e dunque il preludio perfetto all’avventura, che è la rottura di un ordine quotidiano. A differenza della nostra, la sua cultura ha conservato una forte componente di irrazionale. Gli orientali hanno confidenza con l’aldilà, parlano con gli spiriti del morti... E non importa quanto ci sia di vero in questo; importa che si allargano i confini del possibile.
Allora la letteratura che cos’è? Una prova generale dell’aldilà?
Bè, sì, sempre ammesso che dopo la prova lo spettacolo cominci davvero. Ma insomma... i personaggi letterari non si vedono ma ci sono, e possono agire dentro di noi più di qualsiasi altra cosa. Chi di noi non si è sentito un po’ Don Chisciotte, o Madame Bovary, dopo averli letti?
Lei, fin dal titolo, ha scritto un libro di un bianco abbagliante. Strana scelta, visto che siamo circondati dai romanzi noir.
Anche i miei libri sono stati classificati da alcuni dei gialli o dei noir; ma non credo sia così. Una volta avevo cominciato anch’io a scrivere un giallo classico, per così dire, ma quando sono arrivato alla parola “commissario”, ho preso e ho buttato via tutto. Scrivere la parola “commissario” è più forte di me. La suspense è una cosa ben diversa dalla ricerca di un colpevole. Dal mio punto di vista, è la vita stessa a essere una detection story: quando inizio una storia, nemmeno io so come andrà a finire, e in questo senso i miei libri assomigliano davvero a dei reportage.
Del genius loci dell’Italia di oggi che cosa pensa?
È un riflesso del genius loci americano. Nella sua arcitalianità, lo stesso Berlusconi ha molto del personaggio del telefilm americano.
Perché l’Italia di Berlusconi è così difficile da raccontare?
La cronaca la racconta benissimo, ma la letteratura ha bisogno di una certa distanza. Forse tra cinquant’anni avremo a che fare con il fantasma di Berlusconi e lo troveremo irresistibile; anche se ho i miei dubbi.
A proposito di epoche che cambiano. Che impressione le fa l’editoria italiana?
Vedo un gran numero di esordienti presentati come rivelazioni e di cui poi non si sa più niente. In compenso, scrittori di valore non vengono più pubblicati per ragioni di età. Mi è capitato di suggerire i dattiloscritti di amici alle case editrici, ma solo in un caso ho avuto risposta: “Questo è un giovane, può darsi che lo prendano in considerazione”.
Alessandro Baricco ha dichiarato: ormai la letteratura non è più un’arte. È d’accordo?
Se è un’arte oppure no? Non mi interessa un fico secco saperlo. Cerco di scrivere meglio che posso, ma non mi è mai importato sapere che cosa faccio; casomai, perché lo faccio.
Baricco si definisce “un calzolaio delle parole”. E lei?
Io mi sento piuttosto un costruttore di case, ovvero di storie.
E di personaggi.
Quelli ci sono già. Stanno in fondo alla pagina bianca, e aspettano con ansia qualcuno che gli dia una mano per venire al mondo. Io gliela do.