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 2011  novembre 04 Venerdì calendario

LA MINACCIA DELLE BANCHE: “BASTA CON I TITOLI ITALIANI” - C’è

poco da scherzare. Mentre sui conti pubblici incombe una montagna di oltre 300 miliardi titoli di Stato in scadenza da qui alla fine del 2012, azzardare ipotesi, anche fondate, sulla sostenibilità del gigantesco debito italiano può diventare molto rischioso. Per questo ieri mattina presto il neo governatore Ignazio Visco si è sentito in dovere di fare una precisazione sul rapporto della Banca d’Italia diffuso giusto la sera prima. Dai qui al 2014 Roma è in grado di reggere l’urto di un aumento dei tassi sui Btp a dieci anni fino all’8 per cento dall’attuale 6,2, spiegava l’analisi di Bankitalia.
“MA QUELLA era solo un’ipotesi legata a un esercizio teorico”, ha spiegato Visco. Un’ipotesi sicuramente corretta da un punto di vista accademico, ma con i mercati ipersensibili di questi giorni, e lo spread che ieri mattina è volato fino al record di 462 punti per poi ripiegare a 428 nel pomeriggio, forse è meglio non fornire nuove occasioni alla speculazione per scommettere contro l’Italia.
Resta aperta la questione di fondo, che è poi la grande preoccupazione del governo e della stessa Bankitalia. Se il nostro Paese non recupera in fretta credibilità agli occhi dei grandi investitori, il prezzo da pagare nelle prossime aste di titoli di stato potrebbe essere molto salato.
In pratica diventerebbe sempre più difficile trovare compratori per i nostri Btp, Cct e Bot. E quindi per racimolare il denaro necessario a far quadrare i conti pubblici, il Tesoro sarebbe costretto ad aumentare i rendimenti offerti ai sottoscrittori. Proprio questo è il copione che va in scena ormai da mesi. I segnali che arrivano dai mercati sono tutt’altro che rassicuranti. Le grandi banche internazionali negli ultimi mesi hanno scaricato a più non posso titoli targati Roma. Ieri, per dire, il gruppo francese Bnp Paribas ha comunicato che nel periodo compreso tra il 30 giugno e la fine di settembre ha diminuito la propria esposizione verso l’Italia da 20,8 a 12,2 miliardi. Anche altri colossi internazionali come la giapponese Nomura e la svizzera Ubs hanno preso le distanze. Mentre istituti come Crédit Suisse o Deutsche bank che pure nelle ultime settimane hanno ripreso a comprare, al momento dispongono di un portafoglio di titoli italiani molto pù sottile rispetto a un anno fa. La sostanza, comunque, non cambia. Gli investitori che fino a ieri hanno venduto Italia difficilmente risponderanno entusiasti all’appello del Tesoro che cerca di piazzare i propri titoli.
IN QUESTI giorni perfino i banchieri italiani hanno lanciato segnali non proprio amichevoli nei confronti del governo di Roma. “Non contate su di noi per le prossime aste, perchè potremmo anche decidere di investire altrove”. Questo in sostanza il messaggio recapitato all’esecutivo dai top manager degli istituti di credito. Come si spiega questa velata (neppure troppo) minaccia? Semplice, secondo i banchieri, il governo non li avrebbe difesi adeguatamente in sede europea. Così a Bruxelles hanno prevalso le ragioni di francesi e tedeschi e i nostri istituti di credito si sono visti imporre aumenti di capitale molto onerosi, anche se in molti casi vantano bilanci più solidi rispetto ai concorrenti stranieri. Senza contare che l’aumento dello spread, che trascina al rialzo l’intera struttura dei tassi d’interesse, rende sempre più costoso per le banche raccogliere denaro sul mercato. E allora i banchieri, sempre più allarmati, vanno all’attacco di Berlusconi e fanno capire che potrebbero far mancare in parte il loro apporto alle prossime aste di titoli di stato. Possibile? A ben guardare gli istituti di credito hanno molto da perdere da un eventuale boicottaggio. Finora infatti la sottoscrizione di Bot e Btp ha garantito facili guadagni alle banche, che, infatti, hanno progressivamente aumentato negli ultimi anni i loro investimenti.
Funziona così: gli istituti comprano titoli pubblici facendosi finanziare dalla Bce a tassi irrisori, 1,5 per cento. La differenza tra il rendimento ben più alto di Bot e Btp e il costo dei prestiti è tutto guadagno per le banche che così riescono a ingrassare senza fatica in conto economico. Difficile pensare che d’ora in poi decidano di smettere per fare un dispetto al governo. Anche perchè di alternative altrettanto redditizie in giro ce sono davvero pochi-ne. Per non dire nessuna.