Maurizio Crosetti, la Repubblica 5/11/2011, 5 novembre 2011
FRANCESCO MOLINARI "VIVERE CON LA VALIGIA"
Mettere il proprio mondo dentro una valigia, spingerla per bene, sedersi sopra per chiuderla e poi partire. Da un hotel a un aeroporto, da un ristorante a un green, un campo da golf, quel mondo diventa allo stesso tempo smisurato e piccolissimo, e questo per quasi quaranta settimane all´anno. È il destino, forse non solo dorato, di Francesco Molinari, uno dei più forti giocatori di golf del circuito internazionale, arrivato davanti a Tiger Woods in Cina. E per dimostrarlo, quel pianeta bisogna girarlo come se fosse il quartiere di casa. «Ho cominciato questa vita nel 2004, a ventidue anni, quando sono diventato professionista. Sono nato a Torino, vivo a Londra e salto da un continente all´altro quasi tutto l´anno. Il nostro sport è così. Viaggiare significa conoscere, ma viaggiare di corsa vuol dire percepire, annusare, notare le diversità dei gesti e delle abitudini. Apre la mente, anche se non risolve: perché si vorrebbe davvero possedere il tempo per viaggiare e non solo spostarsi, il tempo e la calma».
Il ragazzo con la valigia, negli anni ha imparato a farla. «All´inizio mi portavo appresso pure la PlayStation, ovviamente quella tascabile, ma alla fine ho rinunciato. Addio alle cinque paia di jeans: ne bastano due, e si fanno lavare più spesso. Una valigia non può durare più di una quindicina di giorni, come capienza intendo, e con i vestiti invernali anche meno. Così si deve economizzare lo spazio». Qualcosa, però, non si evita mai di stivare, insieme a giacche e maglioni: «Qualche buon libro. Di carta, perché l´e-book non mi interessa anche se ho un buon rapporto con le tecnologie, mi diverto con Twitter e Skype. Le letture me le consiglia mia moglie Valentina: per esempio, Coe e Nick Hornby». Ora è nato Tommaso, otto mesi. Si suppone che pochi, di questi mesi, li abbia trascorsi con papà: «Abbiamo provato a portarlo un po´ in giro, è stato con me a un torneo a Miami però ha un po´ patito, è ancora troppo piccolo». Francesco lo saluta su Skype, dal video di un computer: «E Tommaso mi sembra apprezzare, perché sorride al monitor quando mi vede».
I grandi viaggiatori sono sempre accompagnati dall´invidia, e in parte è giusto. Però, non è tutto così facile. «Quaranta settimane all´anno fuori di casa significano infinite ore trascorse in coda agli aeroporti: check-in, controllo passaporti, accesso alle sale d´imbarco, ritiro bagagli. Poi, le altre attese negli alberghi. Si inganna il tempo telefonando e leggendo, ma a volte quel tempo non passa mai. Più che vedere il mondo lo sbirci, anche se non mi lamento».
Ci sono mondi più lontani, altri quasi domestici: «In Giappone sento le differenze, moltissimo, cosa che invece non accade in Cina, forse perché la comunità italiana è più vasta, penso ad esempio a Shanghai. Nei paesi anglosassoni mi trovo meglio, non a caso ho scelto di vivere a Londra, a Chelsea, vicino allo stadio di Stamford Bridge: sento le urla dei tifosi quando la squadra segna».
Ma come si vede la nostra strampalata Italia da così lontano? Come appare? «Un po´ troppo agitata, e qualche volte maleducata. Gli inglesi saranno magari anche falsi, però sanno comportarsi. Esiste, io credo, una profonda differenza culturale a loro vantaggio». E ci sono momenti in cui la lontananza può diventare crisi: «Certo, quando hai più nostalgia degli affetti lontani, degli amici, ma anche quando non stai bene fisicamente. Mi è accaduto di dover affrontare un´intossicazione alimentare in una camera d´albergo, e non è stato piacevole».
C´è un trucco, secondo Francesco Molinari, per ridurre un po´ le distanze: «Bisogna ricreare piccoli mondi casalinghi lontano da casa. Non solo con le classiche fotografie sul comodino, ma cercando posti che alla lunga diventino familiari: tornare sempre in quel ristorante, in quell´hotel, passeggiare lungo quella strada. Insomma, si dovrebbero cercare riferimenti abituali. Vale per i luoghi e per i paesaggi, per i locali pubblici e per le persone. Dopo tutti questi anni, torno sempre negli alberghi che mi sono piaciuti: non è soltanto per comodità, è appunto il bisogno di ritrovare visi amici, o la stessa camera della volta precedente. Il mondo del golf, come quello del tennis, è una specie di circo, ci si muove da soli e allo stesso tempo tutti insieme, si ricreano sempre le stesse compagnie. Siccome è un ambiente piuttosto civile, questo ci fa sentire meno il peso della distanza».
Poi accade di dover tornare a casa davvero, cioè a Torino, anche solo per pochi giorni, ed è come una riscoperta, una specie di piacevole debutto: «Dopo le Olimpiadi invernali del 2006, la mia città ha davvero cambiato volto. È più viva, più dinamica». Francesco Molinari affronta la nuova Torino a piedi, ma pure in automobile, ed è un altro modo per ritrovare coordinate, strade, incroci. E le abitudini, viaggiando di continuo, finiscono per avere un valore domestico: «La sera, dopo avere parlato con la mia famiglia, stacco il telefono e mi guardo un film, sempre, ovunque io sia. Così mi rilasso, e mi sembra di essere a casa». Forse perché la casa non è una somma di muri e stanze, ma di consuetudini e affetti. Più che un luogo, un rito.