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 2011  novembre 05 Sabato calendario

UNA CLASSIFICA PER VERE RIFORME A SOSTEGNO DELLE AZIENDE

Che cosa hanno in comune Mongolia, Italia e Giamaica? Molte cose secondo il rapporto Doing Business 2011 della Banca Mondiale, che colloca questi tre Paesi rispettivamente nelle posizioni 86, 87 e 88 (su 183) di una speciale classifica redatta in base alla capacità di offrire un ambiente favorevole alle imprese, in particolare a quelle di minori dimensioni. Dati gli esotici compagni di classifica, non potrà stupire che, tra i Paesi Ocse ad alto reddito, l’Italia compaia al trentesimo posto (su 31) davanti soltanto alla solita Grecia.

La classifica della Banca Mondiale si basa sulla valutazione comparativa di una serie di criteri, mirati a cogliere le difficoltà che le imprese si trovano a dover affrontare in alcuni passaggi cruciali della loro vita, dalla creazione all’eventuale chiusura per insolvenza. Si desume che in Italia (così come in Mongolia e Giamaica) fare impresa sia una sfida da temerari. Chi, nonostante tutto, si ostina a sviluppare un’attività imprenditoriale, non ha vita facile in nessuno dei vari passaggi, tranne l’ultimo: siamo piuttosto bravi (trentesimo posto assoluto) nel seppellire in fretta i cadaveri delle nostre imprese defunte. Se consideriamo, con una certa generosità, come particolarmente critici i criteri nei quali l’Italia si colloca dopo il centotrentesimo posto, due aree risultano più preoccupanti di altre: tasse e esigibilità dei contratti (posizioni in classifica dell’Italia rispettivamente: 134 e 158). In queste aree siamo addirittura ultimi tra i Paesi Ocse ad alto reddito, quindi persino dietro la Grecia.

Ma come è costruita questa classifica? L’accento è sulle norme e sulle procedure che disciplinano il ciclo di vita dell’impresa, partendo dall’assunto che un ambiente economico sano necessiti di regole sane. Le informazioni su norme e procedure sono raccolte attraverso interviste a campione, ponendo le stesse domande in tutti i centottantatré Paesi. Per esempio, nel caso delle tasse, agli intervistati si pone la seguente domanda: «Quanto tempo, quale aliquota complessiva e quanti pagamenti sono necessari a un’impresa di medie dimensioni per pagare tutte le tasse?». Risposta: in Italia le cose vanno un po’ meglio che nelle Filippine e un po’ peggio che in Paraguay. Vedere l’Italia accostata a questi Paesi non può che lasciare perplessi. In effetti, il lettore navigato può trovare vari spunti per fare le pulci alla metodologia adottata dalla Banca Mondiale nel redigere la sua classifica. Al lettore meno navigato possono bastare i limiti che il rapporto stesso riconosce in appendice. Salvo alcune eccezioni, le interviste riguardano solo le imprese che operano nella capitale economica del Paese. Le stesse interviste si concentrano sulle società a responsabilità limitata di una classe dimensionale specifica e su un numero necessariamente ridotto di aspetti rilevanti della loro vita. La valutazione dei tempi richiesti per superare alcuni ostacoli è giocoforza soggettiva. Si assume, infine, che le imprese conoscano norme e procedure e che, quindi, non debbano perdere ulteriore tempo ad impararle. Tutto ciò implica che la classifica abbia un certo margine di errore e, in alcuni casi, di arbitrarietà. Quando però su un determinato criterio un Paese come l’Italia finisce dopo il centotrentesimo posto nel mondo e ultimo tra i Paesi Ocse ad alto reddito, le posizioni di prestigio restano sempre molto lontane.

I criteri non certo perfetti della Banca Mondiale hanno però il merito di identificare un insieme di best practices a livello mondiale e di misurare la distanza dei vari Paesi da questo concretissimo punto di riferimento. Così facendo, danno sostanza al mantra delle "riforme strutturali", indicando la direzione in cui agire secondo specifiche aree di intervento e chiare linee di azione. Molti Paesi, infatti, stanno agendo di conseguenza. In altre parole, il rapporto non si limita a ribadire il fatto assai noto che le "buone regole" sono i pilastri della crescita e dello sviluppo dei Paesi, nella misura in cui sostengono un settore privato vibrante, con imprese che fanno investimenti, creano posti di lavoro e aumentano la produttività. Con tutti i limiti del caso, il rapporto suggerisce anche come coniugare le "buone regole" in termini pratici e concreti, cioè rilevanti per la vita d’impresa di tutti i giorni.