Vittorio Da Rold, Il Sole 24 Ore 4/11/2011, 4 novembre 2011
L’AZZARDO DEL PREMIER PER STANARE GLI AVVERSARI
Un azzardo apparentemente incomprensibile quello che ha visto il premier greco, George Papandreou, protagonista di un sottile gioco politico interno degno di un erede della grande tradizione di Bisanzio. Se si usa la lente d’ingrandimento della lettura interna, della lotta politica tra i due leader del bipolarismo dinastico ellenico, sebbene con drammatiche conseguenze per l’Europa, allora il puzzle greco trova maggior comprensione.
Papandreou – da mesi assediato nel suo fortino di premier riformatore dalle proteste di piazza dei sindacati dei pubblici dipendenti e del settore privato, dalle associazioni delle corporazioni colpite dalle liberalizzazioni delle professioni liberali e dei servizi legati ai trasporti pubblici, dagli insegnanti, dai netturbini, dai dipendenti delle società pubbliche e municipalizzate da privatizzare - ha deciso di chiedere ad Antonis Samaras, leader del maggior partito di opposizione, Neo Dimokratia, un Governo di unità nazionale per salvare il Paese dal default. Samaras ha risposto picche, continuando a chiedere elezioni anticipate, forte dei sondaggi favorevoli, e di rivedere le misure di austerità siglate con la cosiddetta troika formata da funzionari di Ue, Bce e Fmi. Una posizione demagogica quella di Samaras che, vestendo i panni della difesa della sovranità nazionale ferita di un Paese che in dieci anni ha emesso bond per 357 miliardi di euro di debito pubblico, ha messo in un angolo politicamente Papandreou e ha mandato a picco il partito di governo nei sondaggi.
A questo punto George, terzo rampollo della dinastia dei Papandreou che ha dato tre primi ministri alla nazione, ha giocato la carta del referendum per costringere l’opposizione a dire "sì" o "no" all’euro senza se e senza ma. Messo alle strette Samaras ha capito che il referendum per lui sarebbe stata la fine della facile opposizione e ha chiesto subito al presidente della Repubblica di bloccarlo. La mossa azzardata di Papandreou sembra finora parzialmente riuscita perché, ora, Samaras ha dovuto aprire delle trattative, seppure come è tradizione nella vita politica greca molto contradditorie, per evitare il ricorso al referendum che lo avrebbe costretto ad appoggiare Papandreou contro il 60% della popolazione. Neo Dimokratia si sarebbe inevitabilmente dovuta schierare per il «sì» al referendum sull’euro, visto che fa parte della grande famiglia del Ppe, i partiti popolari europei, con la Merkel e Sarkozy. Riuscirà Papandreou nell’impresa? La partita resta aperta poiché Samaras non vuole votare sì al piano di austerità in Parlamento senza prima far cadere Papandreou, mentre il primo ministro non vuole cedere il passo prima che sia approvato con il voto di tutti il piano di tagli. Una campagna elettorale dove il partito conservatore possa dire che non avrebbe mai accettato le misure di austerità non avrebbe storia: se invece Samaras dovesse prima votare i sacrifici e poi andare alle urne allora l’esito delle votazioni sarebbe aperto.
Per giochi interni, la classe politica greca sta mandando segnali devastanti a quanto faticosamente l’Europa a 27 e a 17 il 26 ottobre ha deciso a Bruxelles per salvare la Grecia, le banche e il Fondo salva-stati. Atene moderi i toni della lotta politica prima di trasformare il paese nella Lehman Brother dell’Egeo.