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 2011  novembre 04 Venerdì calendario

«VAFFANBARÇA»


Immaginate la scena. Ibra, il colosso Ibrahimovic infuriato che punta Pep Guardiola. È fuori di sé, urla e insulta l’allenatore del Barcellona. Il suo allenatore: «Sei senza coglioni. Ti caghi addosso davanti a Mourinho! Vaffanculo».
Mica male, eh? E se fino ad oggi avevate pensato che il flop dello svedese in Spagna (stagione 2009-2010: 29 partite e 16 reti in campionato; 10 gare e 4 gol in Champions) andava spiegato con l’in - capacità di inserirsi in una squadra che gioca a memoria e richiede applicazione, sacrifico e spirito di gruppo, forse ora cambierete un po’ idea. Oltre a non essere adatto al gioco tecnico e corale blaugrana – dato evidente e indiscutibile – Ibra al Barca ha fallito perché non si è mai inserito nello spogliatoio. Non ha mai legato con i compagni. Detestava l’allenatore. Tutto ciò lo rivela proprio lui nell’autobiografia intitolata Io sono Zlatan in uscita la prossima settimana, il cui primo capitolo è stato anticipato ieri dal quotidiano svedese Aftonbladet.

VADO AL MASSIMO

Il milanista racconta che il rapporto con Guardiola non decolla fin dall’inizio. Da quando il tecnico gli dice che è vietato l’utilizzo di Ferrari e Porsche per recarsi all’allenamento, e che bisogna usare le vetture che uno sponsor mette a disposizione. “Perché deve decidere il club che macchina devo guidare?” si chiede Ibra. “Al volante io guido sempre come un pazzo, sono arrivato ad andare oltre i 300 chilometri orari lasciandomi dietro la polizia, ho fatto tante cose stupide che non oso pensarci su. Sono finito contro un muro sulla neve”. E a proposito di velocità, l’attaccante confessa che un giorno ha detto a Guardiola: “Io sono una Ferrari,mami guidi come se fossi una Fiat”.

GLI STUDENTI MODELLO

Allenatore senza palle, compagni zerbino. Lo svedese distrugge la squadra più forte del mondo, descrivendo lo spogliatoio del Barcellona come un posto dove tutti stavano zitti, buoni, quasi sottomessi: “Messi, Xavi ed Iniesta erano come degli studenti a scuola che stavano a ubbidire a tutto senza mai protestare. Io invece sono un ragazzo a cui piacciono i tipi che passano con il rosso”. Rabbia e invidie. Gelosie tra campioni. “Messi ha cominciato a parlare, chiedendo un altro ruolo. Guardiola ha preferito accontentare lui”. Ibra se la prende e la situazione si fa irrecuperabile: il tecnico non gli rivolge più neanche uno sguardo tanto che Henry, che aveva capito, una volta gli chiede scherzando sull’allenatore: “Ciao Zlatan, ti ha guardato oggi?”. Ibra risponde: “No, ma l’ho visto da dietro”. Il francese chiude: “Auguri, le cose stanno migliorando!”.

LA DEPRESSIONE

Nel Natale del 2009 Zlatan va ad Åre, in Svezia, per sciare con la famiglia. È depresso, arriva a pensare di smettere di giocare. Chiede consigli ai suoi vecchi amici del quartiere Rosengard di Malmoe, qualcuno “si era proposto per venire in Spagna per spaccare alcune cose, sono stati gentili, ma sicuramente non era quella la migliore soluzione”. La rottura definitiva avviene nello spogliatoio del Madrigal, dopo un Villarreal-Barcellona, gara arrivata poco dopo l’eliminazione in Champions League subita contro l’Inter di Mourinho (“Quando Mou entra in una stanza arriva la luce, con Pep si chiudono le persiane”). Lasciato in panchina per l’ennesima volta, Ibra esplode. E manda a quel paese Guardiola: “Vaffanculo!”. Poi, la fuga. “Per forzare la mia cessione abbiamo deciso di dire che eravamo già d’accordo con il Real. Così abbiamo ottenuto di andare al Milan”.

Alessandro Dell’Orto