Filippo Facci, Libero 4/11/2011, 4 novembre 2011
LUCA PINOCCHIO DI MONTEZEMOLO
Se Luca Cordero di Montezemolo farà politica entro i novant’anni (forse) è anche perché padroneggia bene i fondamentali, ormai: tipo il dire oggi quel che negava ieri, oppure il negare oggi quel che diceva ieri, eccetera. L’altro giorno ha scritto una lettera a Giuliano Ferrara, sul Foglio, e ha sostenuto quelle che paiono due enormità. La prima: «Meno di altri posso essere accusato di declinismo o emergenzialismo». La seconda: «Il fatto che io creda fermamente nelle nostre potenzialità è testimoniato dai cospicui investimenti che, in questa crisi e nonostante l’ostilità del governo, ho fatto per portare un’impresa privata sui binari dell’alta velocità».
Cominciamo col declinismo: per accertare una certa incoerenza basta qualche lancio Ansa. Nel gennaio scorso, durante una premiazione, disse che «il clima da guerra civile permanente che nasconde la paura di un declino che ci appare inevitabile». Nel novembre di un anno fa la sua «Italia Futura» fece tre proposte economiche (peraltro buone) con l’obiettivo di «invertire la spirale del declino»: segno che di declino si parlava. Nel luglio 2007, intervenendo alla giornata nazionale del turismo, pure disse che «non possiamo rassegnarci al declino». Nel gennaio 2004, inaugurando un anno accademico a Torino, disse che «l’Italia è in declino e non attira imprenditori né ricercatori né studenti». Ma le singole dichiarazioni «estrapolate», come si dice, non rendono l’idea. Bisognerebbe tornare al maggio 2004, quando si insediò in Confindustria e invertì la rotta rispetto al predecessore: «Stiamo andando nella direzione sbagliata, questo federalismo rischia di affondare il nostro paese, altro che liberarlo, stanno aumentando i costi per la finanza pubblica, c’è confusione di competenze». Era l’incipit: da allora non passò giorno senza che l’allora presidente della Fiat non vibrasse una mazzata contro il governo Berlusconi che portava al declino il Paese. Non che gli mancasse da fare nel suo campo: c’era da pensare alla ristrutturazione del sistema industriale, al tessuto delle imprese sbaragliate dalla concorrenza dei paesi asiatici, ovviamente alla crisi della Fiat che doveva fronteggiare la chiusura dei rubinetti governativi; resta che, per un motivo o per un altro, Montezemolo entrò a far parte dei banditori della catastrofe nazionale. Nel dicembre 2004 fu apocalittico: «L’Italia vive la fase più critica dal dopoguerra: da allora a oggi un insieme di parametri così negativi io non lo ricordo». Diceva che stavano aumentando i rischi di cedimento e diminuendo i nuovi posti di lavoro. Insomma un disastro, al punto da scatenare le gelosie di altri declinisti: «Il dottor Montezemolo», scrisse l’associazione Intesaconsumatori, «deve pagarci le royalties, perché avevamo diagnosticato da tempo una crisi economica irreversibile che ha impoverito, riducendo sul lastrico, grandi masse di lavoratori e pensionati». Sempre in quel periodo, oltretutto, il monito del Montezemolo liberista fungerà da zizzania all’interno della maggioranza: se è vero che nel programma del governo figurava una liberalizzazione dell’economia e un sorvegliato abbandono dell’assistenzialismo, infatti, An e Udc in più occasioni citarono Montezemolo per sostenere la necessità di rifinanziare il Mezzogiorno e il carrozzone Alitalia, questo mentre lo scarso federalismo del presidente di Confindustria veniva a sua volta citato dall’Udc per scoraggiare ogni devolution.
Si potrebbe infine ricordare, a esser pignoli, che Montezemolo veniva spesso accostato a Società Aperta, un movimento d’opinione fondato dal giornalista Enrico Cisnetto che il 12 maggio 2005 ipotizzò la creazione di un terzo polo in vista delle elezioni: il nome sarebbe stato appunto «Società Aperta» e i giornalisti si precipitarono a chiedere se Montezemolo ne sarebbe stato coinvolto. Cisnetto fu evasivo. Società Aperta, in ogni caso, rivendicava «la primogenitura dell’analisi e dell’elaborazione sul declino economico, sociale, civile e culturale del Paese».
Ma così stiamo tralasciando la seconda enormità, quella di un Montezemolo che – parole sue – in questi anni avrebbe investito coraggiosamente in Italia e, da privato, nell’Alta velocità. È lo stesso Montezemolo che da anni indica due precise armi per battere la concorrenza asiatica: la qualità e il made in Italy. Ma che dire, allora, del fondo Charme guidato da Matteo Montezemolo (figlio) e partecipato da Diego Della Valle? Parliamo di un fondo che si è alleato con la concorrenza cinese per produrre cashmere di qualità media e con sede neppure in Italia, ma in Lussemburgo. Qualità media – a esser cortesi – e neppure made in Italy. Per tacere dei diritti umani.
Poi c’è la faccenda della Ntv, la nuova compagnia che competerà con le Ferrovie dello Stato sulle tratte ad alta velocità: Montezemolo, con Diego Della Valle e Gianni Punzo, è socio di controllo e fondatore della società. Da parte di Montezemolo e Della Valle sono ormai arcinoti i moniti sulla necessità di togliere l’economia dalle mani dei politici, o, ancora, sull’urgenza di pensionare una classe dirigente che ha intrecciato rapporti insani con quella imprenditoriale. Peccato che ogni retorica abbia già ceduto il passo a un bell’abbraccio tra la Ntv e un gruzzoletto pubblico. Il 5 luglio 2010 – come già raccontò Libero un mese fa – il presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti e i vertici della Ntv hanno firmato un protocollo d’intenti per occuparsi della formazione di personale da dedicare ai nuovi tratti ferroviari: in pratica la provincia offre «l’utilizzo delle strutture didattiche dell’amministrazione» nonché «i finanziamenti per la formazione del Fondo sociale europeo», mentre la Ntv, appunto, si occuperà di formazione coi soldi della Provincia. Un calcolo della serva parla di 11 milioni di euro. Pubblici.
Filippo Facci