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 2011  novembre 04 Venerdì calendario

L’UOMO CHE SI È PORTATO NELLA TOMBA I SEGRETI SUI SOLDI DEL CAVALIERE


MILANO. Il primo settembre scorso si è saputo che non avrebbe più parlato. Filippo Alberto Rapisarda, uno dei pochi a conoscere la vera storia dei rapporti tra Cosa Nostra e l’attuale presidente del Consiglio, era morto nel suo letto a Milano: 81 anni, infarto.
Era stato, a suo modo, un protagonista dell’Italia moderna, ma per lui solo qualche trafiletto, nessun necrologio, nessuna cerimonia funebre. A ricordarsene, però, è stato il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia: a cadavere ancora caldo, il Dipartimento investigativo antimafia ha perquisito l’abitazione di Rapisarda, sequestrando documenti, un memoriale, vecchi floppy disk. Caso mai fosse rimasta qualche traccia di cinquant’anni di rapporti tra Stato e mafia.
I luoghi spesso descrivono la Storia meglio delle persone; il letto di morte di Filippo Alberto Rapisarda è addirittura un simbolo: si trova nel palazzo Venini di Milano, progettato dal Bramante nel Cinquecento, 15 mila metri quadri in via Chiaravalle, al numero sette, a cento passi dal Duomo, dal Verziere, dall’Università Statale. È la sede che Cosa Nostra si scelse a metà degli anni Settanta come propria ambasciata, nel centro della capitale morale: una teoria di saloni, scalinate, uffici, foresterie, abitazioni. Nel sottosuolo, abusivamente ristrutturati e resi abitabili, sventrando e allargando le antiche cantine, altri due piani destinati a ospiti e attività con necessità di discrezione.
Filippo Alberto Rapisarda acquistò il palazzo a metà degli anni Settanta, quando le più importanti famiglie della mafia siciliana gli affidarono un incarico importante: riciclare i propri enormi capitali nel centro pulsante del sistema economico italiano. Se a Palermo Cosa Nostra era impalpabile, a Milano volle fare sfoggio di sé. A gestire gli affari venne posto il nostro protagonista, che era allora un giovane «finanziere» tanto intraprendente, quanto folcloristico.
Nato nel 1930 a Sommatino, il polveroso e misero paese delle zolfare in provincia di Caltanissetta, figlio di un brigadiere della polizia penitenziaria (da bambino rimediava qualche soldo vendendo sigarette ai detenuti dell’Ucciardone), ragioniere poi diventato dottore, Rapisarda sbarcò a Milano ancora trentenne e già ricco di esperienza: cinque anni di carcere a Firenze per bancarotta, e decine di altre accuse pendenti, tra cui un porto abusivo d’armi e una violenza carnale. Piccolo di statura e rosso in volto, straripante dentro doppiopetti fascianti, il capello un po’ lungo sul collo, arrogante e collerico, abituato a portare un bel fascio di banconote in tasca (da cui il soprannome di «rotolino») Rapisarda in pochi anni diventò uno dei maggiori capitalisti italiani, titolare della Inim, terzo gruppo immobiliare italiano; della Venchi Unica, la storica industria dolciaria torinese, proprietaria di appetibili aree da edificare; della Raca e della Bresciano costruzioni, solide imprese use a vincere commesse edilizie in mezzo mondo; della Far, sigla derivante dalle sue iniziali, compagnia aerea privata con un discreto parco di Falcon e addirittura un Boeing parcheggiati in un hangar a Linate e forti interessi nell’Aeroporto dell’Urbe a Roma.
Sotto queste sigle, a cascata, altre 67 società, tutte con sede nel grande palazzo di via Chiaravalle. Un impero costruito sfruttando la spaventosa liquidità dei capitali mafiosi di allora, una filiera promossa dal principe di Cosa Nostra, Stefano Bontate, da Vito Ciancimino e Francesco Paolo Alamia con i loro numerosi prestanome, dalle famiglie palermitane dei Bonura, dei Buscemi, dei Grado, dei Fidanzati, dei Bono, dei Buscetta; una struttura che a Milano si appoggiava sulla piccola, ma potente, Banca Rasini (quella di cui era funzionario Luigi Berlusconi, il padre del Cavaliere) e sui buoni uffici dei banchieri Michele Sindona e Roberto Calvi.
D’altronde, quelli erano i famosi anni Settanta. A Milano, le Brigate rosse ammazzavano e la borghesia temeva veramente l’arrivo del comunismo; la mafia (con ben maggiore potenza) si dedicava a sequestrare industriali e grandi commercianti (un centinaio in dieci anni), a introdurre nella popolazione giovane eroina in quantità inaudite e a comprare asset industriali e immobiliari, con la violenza, l’intimidazione e il cash; la capacità di resistenza della storica borghesia industriale milanese non fu altissima.
L’impero di Rapisarda è da tempo finito in una catena di bancarotte fraudolente; se parliamo di lui è perché la sua avventura si è incrociata con quella di Silvio Berlusconi che, invece, è diventato l’uomo più potente d’Italia.
Rapisarda, poi, non era l’unica testa di ponte delle famiglie mafiose a Milano. Un’altra era rappresentata dai gemelli Dell’Utri, Marcello e Alberto.
Berlusconi era allora un giovane palazzinaro: un tipo svelto, simpatico, con pelo sullo stomaco e senza puzza sotto il naso. Che ricevette le attenzioni della mafia siciliana, come raccontò lui stesso a Renato Della Valle, in una telefonata intercettata dai magistrati. In quel colloquio, il Cavaliere parlava di minacce esplicite: il suo rapimento o, addirittura, l’uccisione del figlio Piersilvio, allora ragazzino. È proprio qui che comincia l’«arcano mistero» delle fortune di Berlusconi.
Uno dei primi a rivelare i contorni pratici della vicenda fu Rapisarda, molto seccato perché Marcello Dell’Utri, suo dipendente, lo aveva tradito ed era passato al servizio del giovane costruttore milanese, diventandone il segretario particolare (Vittorio Mangano, invece, gestiva la villa di Arcore; il giovane Berlusconi, a sua volta, si faceva fotografare con la pistola sul tavolo da lavoro). E così, nel 1987, ben prima che Berlusconi fosse quello che sarebbe poi diventato, Rapisarda se ne andò da un giudice, tale Giorgio Della Lucia, e gli raccontò di aver visto, con i propri occhi, nel 1978, il capo mafia Stefano Bontate e suo cognato Mimmo Teresi rovesciare dieci miliardi di lire in banconote sul tavolo dell’ufficio di Marcello Dell’Utri. Rapisarda si lamentava: finanziavano la nascente Fininvest, e lo avevano tagliato fuori. E gliela facevano sotto gli occhi, a casa sua!
E dire che Rapisarda e Dell’Utri erano stati veri sodali. Insieme, erano riusciti a portare in bancarotta fraudolenta le loro stesse aziende (le spolpavano dall’interno); Rapisarda, costretto a scappare, se ne era andato a Parigi con il passaporto di Alberto Dell’Utri e poi in Venezuela protetto dai famosi Cuntrera-Caruana, gli agrigentini diventati grandi broker internazionali dell’eroina. Sosteneva di essere stato testimone, nel 1980 a Parigi, in una saletta dell’hotel George V, di un altro finanziamento del gruppo Bontate-Teresi: 20 miliardi di lire per acquistare film di Hollywood per la Fininvest.
Ma quella denuncia non aveva certo frenato l’ascesa del duo Berlusconi-Marcello Dell’Utri: nel 1993, il secondo fondò Forza Italia, che permise al primo di diventare presidente del Consiglio. Rapisarda venne tagliato fuori, anche se, con grande generosità, aveva dato alla nascente Forza Italia la prima e più prestigiosa sede milanese, proprio nel palazzo di via Chiaravalle: duemila metri quadri, dove ignari cittadini andavano a prendere volantini e spillette, ammirando gli splendidi saloni, senza sapere che lì, solo pochi anni prima, aveva passeggiato il gotha dei killer e dei narcotrafficanti di Cosa Nostra.
Rapisarda era sempre in mezzo ai guai, gli altri due invece si stavano prendendo l’Italia. Rapisarda parlava, metteva a verbale, minacciava sfracelli, ma poi si ritirava. Denunciava misteriosi sabotaggi ai suoi aerei, scopriva progetti di attentati nei suoi confronti, ma poi cercava di fare la pace. E anche Dell’Utri, che lo aveva definito un delinquente abituale, voleva la pace, tanto che mandò la moglie a fare da madrina alla figlia dell’altro. L’appuntamento cruciale al processo di Palermo contro Dell’Utri Rapisarda lo mancò perché era «stressato», ma le precedenti testimonianze contribuirono a far condannare il suo vecchio sodale.
Ora non parlerà più, a meno che non abbia lasciato qualcosa in cassaforte, ma le cose che ha detto hanno trovato molte conferme. Berlusconi fu finanziato da Cosa Nostra? Lo stesso Cavaliere si è rifiutato di dare una risposta. Nel gennaio del 2002, quando i giudici di Palermo, in trasferta nella sacra sede di Palazzo Chigi, gli chiesero di spiegare l’origine dei suoi soldi, lui replicò: «Mi avvalgo della facoltà di non rispondere». Normale per un boss, incredibile per un premier. Marcello Dell’Utri è stato condannato per mafia in tribunale e poi in appello: continuamente coinvolto in storie di corruzione, ma pur sempre un uomo di potere.
Degli investitori siciliani, molti hanno tratto giovamento economico dagli affari milanesi: i Ciancimino, per esempio, con tutti i loro prestanome, ci guadagnarono parecchio. Tragica, invece, la sorte del clan Bontate. Avevano investito molto, ma furono sterminati dai corleonesi. Prima Stefano, il principe; poi suo cognato Mimmo Teresi, poi il fratello Giovanni, quindi il cognato Giacomo Vitale. Il destino del loro investimento milanese è uno dei grandi misteri della recente storia italiana. «Se lo fotterono Berlusconi e Dell’Utri» come hanno detto alcuni pentiti, o passò, come bottino di guerra, a Totò Riina?
Sicuramente, Filippo Alberto Rapisarda ne sapeva parecchio. Fino all’ultimo, assieme alla moglie Paola Mora (il suo avvocato), ha continuato a promettere la sua verità. Sosteneva che la televisione commerciale l’aveva inventata lui, ma che Dell’Utri gli aveva scippato l’idea per venderla a Berlusconi. Ma era diventato vecchio e sempre più grasso, con i capelli bianchi lunghi sul collo e sulle tempie, la camicia azzurra Oxford con le iniziali Far, la pressione a 220 e sempre meno voglia ormai di dare battaglia. Il palazzo di via Chiaravalle non era neanche più suo, oggetto di contenziosi e strascichi di sequestri e confische. Ci è morto dentro, però. Non da boss, ma neanche da pentito.
Dovrebbe forse essere considerato un eroe, come Vittorio Mangano. Lo stalliere di Palermo morì senza parlare. Il finanziere di Sommatino aveva parlato, ma aveva saputo fermarsi in tempo.

Enrico Deaglio