Marco Cicala, il venerdi di Repubblica 4/11/2011, 4 novembre 2011
UN GIALLO IN CASA MARX
DRAVEIL (Parigi). Sulla facciata della magione, un bassorilievo assicura che, comunque vada, "L’amore è più forte della morte". Sarà. Eppure, un secolo fa, questa villa fu la Mayerling del socialismo. Scenario d’un fattaccio che traumatizzò l’ottimismo del movimento operaio, e che resta a tutt’oggi un giallo parzialmente irrisolto.
26 novembre 1911. Una domenica mattina immusonita di pioggia e gelo. Ernest Doucet, giardiniere, bussa alla porta di una grande dimora signorile al civico 20 della Grande Rue (oggi Avenue Henri Barbusse, n. 108) di Draveil - venti chilometri da Parigi. Nessuna risposta. L’uomo, che nella proprietà è di casa, entra. Qualche minuto dopo esce. Di fretta. Al primo piano ha scoperto i cadaveri di Paul Lafargue e di sua moglie Laura. Lui è stato rivoluzionario impetuoso e scrittore poliedrico - in particolare del celebre pamphlet anti-lavorista Il diritto all’ozio; lei era la seconda figlia di Karl Marx.
Li trovano in camere contigue. Paul, 69 anni, steso in redingote sul letto; Laura, 66 anni, adagiata in poltrona davanti alla toletta. Non c’è bisogno di periti alla Csi: "Tutto sembra indicare che, nella notte, monsieur Lafargue ha praticato alla sua sposa una puntura di cianuro di potassio, e poi all’alba si è suicidato con gli stessi mezzi" constata il medico. Aggiungendo: "Sullo scrittoio abbiamo trovato due lettere aperte che confermano l’intenzione suicida". Così motivata: "Sano di corpo e di spirito, mi uccido prima che l’impietosa vecchiaia mi tolga uno ad uno i piaceri e le gioie dell’esistenza (...). Da molto tempo mi sono ripromesso di non superare i settant’anni (...). Muoio con la suprema gioia della certezza che, in un prossimo futuro, la causa alla quale mi sono votato da quarantacinque anni trionferà. Viva il comunismo. Viva il Socialismo internazionale!".
Viva un corno. Esule a Parigi, l’amico Lenin incassa malissimo la notizia. Ai funerali sviolina encomi del compagno. Poi in un’intervista confessa: "Un socialista non appartiene a se stesso, ma al partito". Perciò "non ha il diritto di suicidarsi".
Adoratore di Marx, Lafargue aveva ricavato dagli scritti del suocero ottime ragioni per vivere e combattere, ma non altrettante per invecchiare. Era stato medico e zelante scientista. Ma il progresso non si era dimostrato vaccino abbastanza potente contro l’assurdo: tre figli morti nella primissima infanzia. Lutti che avevano indurito la già pronunciata malinconia di sua moglie Laura. Bionda, rarefatta. Amorosa antitesi di lui: bruno, audace sino all’irruenza. Creolo nato a Santiago de Cuba da padre francese e madre mezza ebrea con ascendenze caraibiche.
Paul e Laura si erano sposati in Inghilterra nel 1868, dopo due anni di fidanzamento. Anni vigilati da Karl Marx con occhio non sempre benevolo. Renano bon vivant, ma non tanto rivoluzionario in fatto di costumi, l’autore del Capitale non apprezzava per niente le intemperanze latine del pretendente. E in una lettera - magnifica come sempre - lo ammoniva: "Il vero amore si rivela nella discrezione e niente affatto in eccessi sentimentali. Se Lei si richiama al Suo temperamento di creolo, è mio dovere interpormi (...). Nel caso il Suo amore non fosse in grado di manifestarsi nella forma corrispondente al meridiano di Londra, bisognerà che si rassegni ad amare a distanza". Non solo. Marx diffida anche della fedeltà politica di Lafargue: "Mi scoccia, col suo proudhonismo". Birbantello.
Quando i coniugi vengono trovati senza vita alla periferia di Parigi, Herr Marx è morto da 28 anni. Già vedovo della moglie Jenny che gli aveva dato sette figli. Quattro deceduti piccolissimi, più Jenny Caroline (1844-1883), Eleanor (1855-1898, anche lei suicida) e, in mezzo, Laura. Di cui gli storici ancora si chiedono se abbia davvero scelto volontariamente di spegnere l’interruttore. "Niente autorizza a crederlo. Lei non lascia alcuna disposizione testamentaria e nelle ultime lettere di Lafargue non si intravede la complicità di sua moglie" nell’estremo gesto - riferisce lo studioso Jacques Macé in un libro indagine. Dunque un suicidio preceduto da un omicidio? Nessuno ha mai osato dirlo. Ma nel saggio si ricorda che, pur essendo a parole grande difensore dei diritti femminili, il dottor Paul rimaneva nel privato un maschio vecchia maniera. Per lettera, Laura se ne lamenta a più riprese.
Il sabato prima dell’epilogo erano stati a Parigi. Al cinema, poi in pasticceria per il tè. Ma si dice che fossero economicamente rovinati: "Non saprei. Di sicuro avevano preso un prestito per comprare questa casa" ricorda madame Magnan. Da decenni abita nella dimora assieme ad altri Amici dell’uomo - associazione filantropica, e vegetariana, fondata in Svizzera nel 1916. Oggi tremila aderenti, la comunità ha rilevato la tenuta negli anni Trenta. "A parte la cupola, aggiunta in seguito, la disposizione è rimasta come all’epoca dei Lafargue". Una trentina di stanze. Dal piano di sopra, dove avvenne il misfatto, scende un rumore di aspirapolvere. Fuori, un laghetto, un parco gremito di puttini, salici, roseti. I padiglioni che al tempo di Paul e Laura erano giardini d’inverno, sale da biliardo, rimesse, granai, sono adesso officine artigianali o agricole. Negli orti scorgi al lavoro silenziosissimi Amici dell’Uomo. Da lontano ti rivolgono muti sorrisi di benvenuto. L’atmosfera è ispirata, composta, vagamente presbiteriana. Nella villa del mistero nessuno fa misteri. Né domande.
Il cancello dell’ex casa Lafargue è sempre spalancato sulla strada come due braccia ospitali. Al termine della visita, madame Magnan vuol regalarmi un chilo di pomodori. Mi accontento del bollettino dell’associazione. Una grafica da gazzetta risorgimentale. Vi si parla dell’Uomo, ma anche molto di animali. Qui però non se ne vedono. Perché? "Avevamo un gatto" spiega la signora, "ma non era cosa: capirà, si sbranava gli uccelli". Loro mal sopportano certe crudezze.