Massimo Novelli, il venerdi di Repubblica 4/11/2011, 4 novembre 2011
COME MORI’ LA CAVALLERIA (E NACQUE LA FIAT)
Erano più o meno quattro amici al caffè, tra rampolli della nobiltà piemontese, ufficiali di cavalleria e appassionati della velocità: piloti, meccanici, progettisti di macchine volanti. Pensavano di cambiare il mondo attraverso l’automobile, che stava per cominciare la sua corsa inarrestabile sul declinare dell’Ottocento, ai primi del nuovo secolo. Però c’era chi, come il conte Emanuele Cacherano di Bricherasio, credeva anche in altre cose: il progresso sociale, per esempio, e l’uguaglianza, l’amicizia, i valori incarnati nell’arma di Cavalleria. Il futuro senatore Giovanni Agnelli, invece, obbediva al dio del profitto. La Fiat nacque da loro, nel 1899, e da qualche altro fondatore. Ma la posta in palio, vale a dire il controllo dell’azienda, se la prese tutta il capostipite della famiglia regnante dell’auto, mentre il nobiluomo sognatore, ormai estromesso al pari di altri soci, morì nel 1904 in circostanze misteriose. Tre anni dopo, per una caduta da cavallo altrettanto oscura, se ne andò Federico Caprilli, il campione di equitazione, l’amico più caro di Bricherasio. Non poteva che essere un torinese a raccontare in "un romanzo storico, cioè un’opera di pura fantasia", la storia della nascita della Fabbrica Italiana Automobili Torino e della irresistibile, non troppo ortodossa, scalata al potere degli Agnelli. Già pubblicitario di successo che, nel 1980, ha fatto il gran rifiuto andando a vivere in campagna, a Tuscania, fra cavalli, ovviamente, e necropoli etrusche, Giorgio Caponetti ha "scritto e riscritto" Quando l’automobile uccise la cavalleria, il suo primo romanzo, pubblicato da Marcos y Marcos (pp. 496, euro 18), in cui ricostruisce con mano felice quelle vicende. Attratto dalla figura di Caprilli, fattogli conoscere da un ex colonnello, negli anni Settanta ebbe modo di frequentare Enri Bo, uno schivo "piemontese di campagna". Che gli fece visitare a Fubine, nel Monferrato, la cappella di famiglia dei Bricherasio, dove Emanuele e Federico sono sepolti uno accanto all’altro. Così, spiega Caponetti, "mi è nata la voglia di saperne di più su di loro, sulla nascita della Fiat, sulle lotte tra i fondatori e sulla Torino di quel periodo", che stava diventando una grande capitale industriale dove, come avrebbe sottolineato Piero Gobetti, sarebbero sorti il capitalismo e la classe operaia più moderni d’Italia. A perdere la partita, in ogni caso, fu Bricherasio, detto il "conte rosso" per le sue idee in odore di socialismo, e la sua morte, forse un suicidio, potrebbe avere avuto molto a che fare con l’uscita di scena dalla fabbrica di corso Dante. Nel romanzo, una sorta di controstoria se si vuole, si muovono tanti altri personaggi dell’epoca. Si va da una principessa di Savoia a Edmondo De Amicis, a Giuseppe Pellizza da Volpedo, fino agli altri pionieri dell’auto, come Aristide Faccioli, sui quali Agnelli fece calare il sipario.