Elena Martelli, il venerdi di Repubblica, 5 novembre 2011
PAOLO RUFFINI, EX DIRETTORE DI RAI3 E ADESSO ALLA GUIDA DE LA7
ROMA. Dopo aver diretto per quasi dieci anni Rai3, Paolo Ruffini è passato al comando de La7. Fossimo in un mondo normale, sarebbe stata una sua libera scelta, e non ci sarebbe nulla di strano. Ma siamo in Italia, invece, e ultimamente chi se ne va dalla Rai lo fa perché - dopo aver vinto la battaglia degli ascolti - è messo alla porta: più o meno cortesemente. Così è stato per Michele Santoro, Roberto Saviano, Simona Ventura, Serena Dandini e ora Ruffini. Solo due anni fa, defenestrato per motivi politici da Rai3, l’ex direttore fece ricorso in tribunale vincendo la causa che gli permise di riottenere la direzione di rete, una delle poche a non perdere spettatori quando le altre, compresa Rai1, sono scese a minimi storici preoccupanti. "Ho fatto tutto il possibile per servire con passione e dignità la Rai. Ma rimanere qui, imposto dalla magistratura, mi pesava. È arrivata una bella occasione professionale e l’ho accettata".
Ruffini è un mite. La pacatezza, tattica della ragione, sembra la sua specialità. Bizzarro quindi che, in questi ultimi anni, la maggioranza di governo lo abbia trasformato in un carbonaro sovversivo per via di Che tempo che fa, Ballarò, Report, Parla con me e Vieni via con me. Programmi pericolosamente insurrezionali, dicono. Negli anni 80 sarebbero stati definiti programmi di successo, in linea con il target di rete, e lui un golden boy della tv. È evidente che non siamo in un mondo normale. Ma, al contrario, in un mondo meraviglioso per La7 e Sky: ai quali ancora non pare vero che, fuori dalle loro porte, ci sia la fila. Saviano, nuovo eroe della tv popolare, è già in palinsesto a La7: dove nessuno cercherà, come in Rai, di soffocarlo in culla. Mentre la Dandini dovrebbe andare presto a occupare i weekend della rete. "Faceva un bel programma, ora è sul mercato. Per noi sarebbe importante averla". Ruffini non si sbilancia, ma l’accordo c’è.
In Rai l’hanno cancellata dicendo che costava troppo.
"Rispetto a che cosa? Il suo non era affatto un programma costoso rispetto agli standard. Ed era anche stata raggiunta un’intesa con la Fandango, la società di produzione, che prevedeva un’ulteriore riduzione dei costi. Ma alla fine il Consiglio di amministrazione - contro il parere di presidente e direttore generale - ha deciso di non approvare il contratto. Se poi la conclusione di questa lunga vicenda debba considerarsi figlia della contrarietà del governo e dei consiglieri di maggioranza nei confronti del programma, beh, diciamo che si tratta di una questione stranota che affido alla libera interpretazione dei fatti. L’errore è voler giudicare un programma non con i parametri televisivi, ma con le lenti della politica. Finendo, indirettamente, per sostenere che la Rai debba dare voce solo al pensiero dominante: è un’idea totalitaria della tv, che non condivido".
Insomma, è stato un affaire politico.
"Alcuni lo pensano, con buone ragioni".
Comunque, ora i nomi non graditi in Rai sono tutti altrove.
"Non c’è niente di male se gli artisti si mettono sul mercato. Ma ci deve essere il mercato. E l’Italia non ha sempre avuto le carte in regola. Se guardiamo solo al servizio pubblico, non credo che sia una buona ricetta quella di una Rai che rinuncia al pluralismo in nome di una deferenza alla cultura della maggioranza; o che scambia il pluralismo per ossequio agli appetiti spartitori. Sta succedendo questo? Gli indizi ci sono. Così, però, la Rai perde l’anima".
E molti soldi. Ma quali sono gli indizi?
"La politica, riguardo alla tv, dovrebbe dettare le regole, non i contenuti. Dovrebbe difendere il pluralismo, piuttosto che i propri spazi di propaganda; la professionalità delle nomine e non la fedeltà dei nominati. E non dovrebbe occuparsi di scalette di questo o quel programma, di chi viene invitato, di chi lo conduce. Anche certe affermazioni, come "queste sono cose che il servizio pubblico non può fare", non mi convincono. Il tema non è questo: il servizio pubblico deve garantire qualità e libertà e non omologazione e minore libertà. Ma per fortuna il sistema della comunicazione e dell’informazione è più grande della Rai. La scelta che ho fatto è quella di credere nella competizione, nella concorrenza, nella crescita del mercato in un sistema pluralistico. In questo La7 può giocare un ruolo importante".
Nel frattempo, gli ascolti della Rai sono in calo. Su Rai1, Giuliano Ferrara è molto al di sotto della media di rete, per non parlare del Tg1 e dei programmi di prime time.
"I telespettatori non perdonano. Hanno il telecomando e hanno a disposizione, ormai, tantissimi canali. Sono esigenti. Non si deve pensare allo share solo come a un numero, ma come a una relazione fondata su una condivisione, su un’identità. Questo è il segreto de La7. E di Rai3".
Poi c’è il problema finanziario: le casse della Rai sono a secco.
"Mi auguro che la più grande azienda culturale del Paese sappia trovare le risorse per affrontare una situazione difficile per tutti. E, se guarda bene dentro se stessa, credo che le troverà".
Quali sono i margini di crescita de La7?
"Basta vedere com’è cresciuta nell’ultimo anno con il Tg, ma anche con L’Infedele, Otto e mezzo; o come è partito Piazza Pulita, il programma di Corrado Formigli. Questo fa capire che c’è una domanda a cui La7 può dare risposte".
Avrebbe tenuto Ilaria D’Amico?
"Credo che abbia deciso lei di andare, di occuparsi solo di sport. Ma intanto Formigli macina record di ascolti con un programma bello e intelligente. Realizzato da una squadra molto giovane. È una bella scommessa sul futuro".
Che idee ha per La7?
"Valorizzare e far crescere le sue caratteristiche di libertà, qualità, intelligenza. Si possono fare tante cose nuove, difendendo le cose che già ci sono".
Informazione, costume e satira sono i punti di forza de La7. Su cosa punterà di più? Chi le piacerebbe avere?
"La7 è una rete dove tanti avrebbero piacere di lavorare. Non ha risorse illimitate, ma ci sono tanti spazi da rafforzare nel day time e nel prime time per accrescere i punti di forza di questa rete, che sono l’attualità e l’intrattenimento intelligente. Ciò che è vincente, nell’era digitale, è la costruzione di un’identità precisa, nella quale lo spettatore possa riconoscersi. E La7 questo l’ha fatto bene, come Rai3. La7 è esplosa, Rai3 ha tenuto. Le altre perdono per non aver saputo coltivare un progetto condiviso".
Per show intelligenti intende cose come Vieni via con me di Fazio e Saviano?
"Sì, Vieni via con me è stato un grande show. Ma spettacoli intelligenti sono anche quelli di Crozza, Dandini, Marco Paolini".
Che cosa non ci sarà mai a La7.
"Il trash".
Che cos’è trash? I soliti reality?
"Non sono così schematico. Master chef su Sky è un reality, ma è elegante. Io feci Super Senior, andò male, ma non me ne vergogno. Fare tv elegante non significa fare una tv penitenziale o bacchettona. Gli ascolti si fanno anche con cose egregie".
Santoro, invece di venire a La7, ha scelto una nuova via, che mette assieme satellite, tv locali, digitale e internet. È la nuova frontiera?
"Tutto quello che apre nuovi spazi di competizione, di intelligenza, di confronto, di integrazione multimediale non posso che vederlo con favore. Credo che la buona tv e la buona informazione siano soprattutto frutto della libertà".