Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  novembre 04 Venerdì calendario

UNA BATTAGLIA VINTA SENZA SPARARE

Sono arrivate le armate francesi. Non hanno la divisa napoleonica ma il vestito scuro e la borsa da lavoro con dentro dossier e personal. Stanno girando per gli stabilimenti Parmalat, dieci sparsi in Italia. Devono decidere come razionalizzare, cioè aumentare la portata del fiume di denaro che entra nelle casse del gruppo con sede a Collecchio, provincia di Parma.

A loro non importa che il latte sia fondamentale per la vita delle campagne di molte regioni e che vi sia quindi un problema di sostegno all’agricoltura.

Se il latte francese costa meno, si confezionerà quello. «Abbiamo sollecitato un incontro con l’azienda per fare chiarezza», dice Mauro Macchiesi, segretario nazionale Flai-Cgil¬ dovremmo vederci a giorni”.

Il sindacato è preoccupato, le armate francesi potrebbero decidere chiusure di stabilimenti (a cominciare da quelli in Sicilia e Lazio, finora punto di riferimento per la filiera del latte in quelle aree), il ridimensionamento di certe produzioni, soprattutto la concentrazione in Italia delle produzioni a scarso valore aggiunto e il trasloco altrove di quelle più redditizie. Passata l’Opa, i francesi si sono messi al lavoro. A Collecchio c’è fermento e vi è perfino chi incomincia a rimpiangere Calisto Tanzi, contadino-industriale finito in un ingranaggio perverso, dove le colpe personali e quelle collettive sono state assai intrecciate.

Come fece Napoleone coi dipinti, oggi la razzia ha, come prede, i gioiellini del sistema economico tricolore. Nicolas Sarkozy se la ride, e ha ragione. Perché, per esempio, con una furbata e pochi soldi, i francesi si sono portati a casa la risanata Parmalat.

Che cosa ha fatto la famiglia Besnier, proprietaria di Lactalis, e il suo presidente Emmanuel Besnier? Mentre i ministri italiani (da Giulio Tremonti a Maurizio Sacconi) davano interviste, le banche (Intesa) e le coop (bianche e rosse) sedevano attorno al tavolo per discutere della governance di Parmalat e gli industriali alimentari italiani (da Guido Barilla a Michele Ferrero) alzavano bandiera bianca, i Besnier mettevano sul piatto cinque miliardi di euro e si prendevano il boccone, lasciando ministri, banche, coop e gli imprenditori italici con la bocca aperta per la sorpresa. Mentre Mediobanca incassava 13 milioni di euro di plusvalenze per le sue azioni Parmalat.

Sul caso Parmalat ha scritto un economista, Fabiano Schivardi: «L’approccio del governo ricorda le notti di Arcore: un’ammucchiata confusa e improvvisata di provvedimenti legislativi ad hoc, banche di sistema, cordate di imprenditori».

Il bello è che vi fu perfino un comunicato ufficiale di Palazzo Chigi che informava di un incontro fra il ministro dell’Economia, Tremonti, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta e l’ambasciatore francese in Italia, Jean-Marc de La Sabliere, nel corso del quale il governo informò «l’ambasciatore sull’intenzione di adottare in tempi rapidi un provvedimento a tutela delle imprese italiane che operano in settori strategici». L’ambasciatore disse: riferirò. Senza agitarsi più di tanto.

Nessuno si era accorto, tranne i francesi e nonostante le urla nel deserto del commissario-salvatore Enrico Bondi, che dentro Parmalat c’era una liquidità di un miliardo e mezzo di euro, che un altro miliardo e mezzo poteva essere incassato con cessioni e dismissioni, che un altro miliardo poteva entrare in bilancio con la razionalizzazione produttiva, che altri soldi potrebbero arrivare dalle azioni giudiziarie (o dalle transazioni) avviate da Bondi contro le banche che munsero a suo tempo il gruppo.

Conclusione: i Besnier si sono comprati il più grande gruppo lattiero-caseario italiano quasi senza mettere mano al portafoglio e, anzi, l’arrivo di Parmalat sta consentendo a Lactalis di risolvere taluni suoi problemi di presenza sui mercati e di indebitamento. Quindi Lactalis era messa, sul piano dell’equilibrio economico, assai peggio di Parmalat ma ha giocato d’astuzia e si ritrova ora leader in Europa nel latte e latticini.

Adesso ovviamente Lactalis ha incominciato a fare le sue mosse a Parma, ciò che tutti si aspettavano ma nessuno osava dire. Mentre i suoi uomini vestiti in scuro girano per gli stabilimenti e prendono appunti ha scippato il tesoretto di liquidità Parmalat: 1,4 miliardi, spostandolo nella cassaforte del suo quartier generale francese, da dove non uscirà più. Consob ha chiesto chiarimenti ma è come chiudere la stalla quando i buoi sono scappati e infatti il presidente (di rappresentanza) di Parmalat, Franco Tatò, non ha fatto una piega. E il vero comandante, Yvon Guerin, da 21 anni alle dipendenze dei Besnier, ha alzato le spalle e continuato a lavorare su come spremere Parmalat. Del resto già Galbani, proprietà Besnier, acquista all’estero il 40 % della propria materia prima, con sinergie a favore del gruppo transalpino.

Rieletto o meno, Nicolas Sarkozy potrà ben dire di avere fatto con successo la sua campagna d’Italia. Non solo ha impalmato Carla Bruni, ma s’è portato a casa Bulgari, Gucci, Cariparma, Bnl, Parmalat e, di fatto, Alitalia.