Francesca Barra, Sette 3/11/2011, 3 novembre 2011
MORTE NELL’ACIDO
L’acido muriatico è un simbolo mafioso. “Serve per pulire i gabinetti” e dunque tradotto dal loro linguaggio, vuol dire che chi tradisce e parla, si pente, deve essere ripulito nello stesso modo in cui si puliscono quei gabinetti. A cui sono paragonati. Sudici, indegni.
Cancella ogni traccia. L’acido. Deturpa. Provoca convulsioni, agonia lunghissima e dolori fra i più insostenibili. Per questo è fra le pratiche meno usate per uccidersi. Specialmente da una donna. Perché se lo deve procurare e poi deve trovare il coraggio di berlo. E le fiamme che sciolgono per prime le labbra non potrebbero consentire di proseguire. Di berne oltre un sorso, figurarsi un litro. Servirebbe una forza disumana. Una forza che Maria Concetta Cacciola, forse, non poteva avere. Ma questo per ora è ciò che sembra essere accaduto, quel 20 agosto in cui, chiusa nella casa paterna, ha deciso alla vigilia della sua nuova vita di togliersi ogni possibilità di ricostruirla altrove, utilizzando proprio quel simbolo mafioso da cui fuggiva e da cui voleva sottrarre i suoi figli.
I MATRIMONI COMBINATI
Aveva dimostrato determinazione di certo nel presentarsi spontaneamente davanti ai magistrati di Reggio Calabria, l’undici maggio dello stesso anno, rendendo dichiarazioni che riguardavano la famiglia mafiosa di appartenenza e la propria situazione personale. Ed era stata allontanata da Rosarno immediatamente verso una località segreta, per essere protetta. L’avevano inserita nel sistema di protezione per i collaboratori di giustizia, pur non avendo mai partecipato a nessuna attività mafiosa. Ma la ’ndrangheta lei, trentuno anni e tre figli, di sedici, dodici e sette anni, l’aveva conosciuta eccome. E voleva tenersi alla larga proprio per proteggere loro. Per concedere loro un futuro migliore. Migliore del suo che fino ad allora sembrava aver solo subito. A iniziare dall’endogamia. Quella condanna che costringe molte ragazze a matrimoni combinati fra nuclei che appartengono allo stesso gruppo sociale.
Aveva sposato giovanissima Salvatore Figliuzzi, tutt’ora in carcere per scontare otto anni per associazione mafiosa, condannato nell’ambito dei processi “Passo Passo” e “Bosco Selvaggio” che ha portato in galera i vertici del clan Bellocco. La donna era figlia di Michele Cacciola, cognato del boss Gregorio Bellocco, capo dell’omonima cosca di ’ndrangheta di Rosarno, tra le più potenti del litorale tirrenico. Quando a maggio scorso è stata ascoltata dai pm Alessandra Cerreti e Giovanni Musarò sembrava con lei essersi presentata anche la speranza che qualcosa, in Calabria, fra le cosche più spietate, si stesse indebolendo.
Maria Concetta però aveva subito pressioni dal luogo di provenienza e, molto probabilmente per riavvicinarsi ai figli, aveva così deciso di abbandonare il sistema di protezione per fare ritorno a Rosarno. Le era bastato poco tempo per rinsaldare la convinzione di voler ripartire, rientrare nel sistema di protezione. La voglia di cambiare il proprio destino, di proteggere i suoi tre figli, di amare liberamente un uomo scelto e non imposto, conosciuto per caso, come qualsiasi altra giovane della sua età meriterebbe di incontrare, la spaventava e rafforzava al tempo stesso.
La ’ndrangheta si basa su legami di sangue. Chi tradisce il legame tradisce la famiglia. E se tradisci non puoi essere perdonato. La storia non riporta casi in cui un uomo tradito come uomo e come mafioso abbia dimostrato indulgenza. E per questo Maria Concetta temeva di morire.
La procura di Palmi ha aperto contro ignoti un fascicolo per induzione al suicidio, e tutt’ora sta indagando per verificare cosa sia effettivamente successo quella mattina, in casa. Mentre Maria Concetta si trovava da sola nella casa paterna, a poche ore della partenza verso la località protetta, rimandata soltanto per lo stato di salute della sua figlia minore. A un passo dalla libertà raggiunta, dopo aver scelto anche gli abiti da portare durante il viaggio e chiesto di poter portare con sé i suoi cani, avrebbe deciso invece di togliersi la vita. Potrebbe quasi sembrare una svista narrativa e temporale, se a scrivere questa storia fosse uno scrittore di noir. Ma si tratta di realtà e dunque diventa più che un sospetto che trovando un litro di acido muriatico in casa abbia deciso, malgrado i preparativi e le aspettative, di ingerirlo. A un passo dal suo progetto di felicità. Aveva rinunciato a portare con sé i figli perché voleva che la seguissero senza imposizioni. Non voleva forzarli. Era lucida, sapeva cosa voleva ottenere e anche come non ferire i suoi figli. Se li forzo loro mi “indeboliscono”, aveva detto ai magistrati, e mi vedranno come una nemica. Magari mandate degli psicologi a spiegare cosa sta accadendo. Temeva soprattutto l’astio del figlio, di 16 anni: «Non verrà con me, ma sarà il primo che mi dovrà ammazzare. Le figlie di 7 anni e 12 anni invece potremo recuperarle».
LA SCALATA AI VERTICI MAFIOSI
Maria Concetta non ha fatto in tempo ad accorgersi che lei, insieme ad altre donne altrettanto coraggiose, stavano, e forse è già avvenuto, per cambiare il corso della storia della ’ndrangheta. Come sostiene con speranza il procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria Michele Prestipino.
Perché la storia classica insegna che le donne sono state vestali, custodi del focolare domestico. Difendono come felini il branco e rappresentano l’ombelico della famiglia che non può tagliare quel cordone, quella architettura sentimentale che salda legami omertosi. Che impedisce a una donna di tradire suo marito o suo figlio, generato e poi educato secondo i principi che lei stessa ha dovuto accettare.
L’unica evoluzione a cui hanno partecipato non è stata l’emancipazione personale ma il tentativo, semmai, di somigliare al modello maschile perché in quel potere riconosce un valore. Nessun equilibro in quel tipo di evoluzione si scompagina nella famiglia. Perché la donna comunque non prevarica, ma aiuta.
Ecco perché è stato concesso loro di scalare i vertici mafiosi.
Ma quegli stessi uomini non hanno fatto i conti con un aspetto non secondario.
Le donne sono generatrici di vita e di amore. Madri, figlie, mogli, amanti e sorelle. Su tutto le puoi colpire, tranne che sui figli. Il rischio di perderli, di essere complici del loro destino, è la matrice del tentativo di cambiamento. E se una si ribella, come sta succedendo in Calabria, tutte le altre si accorgono che allora è vero che un’altra vita, contraria a distruzione, sia possibile.
E se sempre più donne stanno diventando complici di dolore, prendendo le redini di cosche e amministrando beni e rapporti con i fornitori, sono anche molte le donne che, senza fare lo stesso clamore, decidono di collaborare.
E sempre più donne stanno piegando la ’ndrangheta. Non tanto per le rivelazioni che forniscono, ma per il solo fatto di avere consapevolezza di sé, del proprio destino, di avere una forza individuale.
E questo, uno ’ndranghetista, non può permetterlo. Sono loro, le nuove donne, che fanno paura. Più di quelle ai vertici dei clan.
Come Giuseppina Pesce, amica di Maria Concetta Cacciola. Lei pentita, in carcere, ha deciso di collaborare, di cambiare vita. Di denunciare. Di innamorarsi, di riprendersi i suoi figli, di convincerli che il male non è andare, ma restare.
Giuseppina Pesce, nata nel 1979, figlia del boss Salvatore Pesce, a 15 anni si era accorta di aspettare il primo bambino. È stata arrestata con l’accusa di aver svolto un ruolo di collegamento e trasferimento di comunicazioni tra il padre detenuto e la cosca, in particolare con operazioni estorsive, e di aver partecipato all’attività di intestazione fittizia di beni e reimpiego di capitali illeciti del gruppo criminale. Ma ha deciso di collaborare. Ha ricostruito l’organigramma della famiglia con gradi e gerarchie, ammettendo le proprie responsabilità.
«HA ROVINATO L’ONORE DI PAPà»
«Lo faccio per i miei figli. Se io non cambio strada e non li porto con me, quando uscirò il bambino potrebbe già essere in un carcere minorile, e comunque gli metteranno al più presto una pistola in mano; le due figlie invece dovranno sposare due uomini di ’ndrangheta, e saranno costrette a seguirli. Io voglio provare a costruire un futuro diverso per loro».
Cambiare il destino del figlio maschio, colui che, nella tradizione mafiosa, sarà il primo a ritorcersi contro. A prendere le difese del padre. A sostenerlo in un’eventuale vendetta. Il suo, a soli nove anni, quando ha conosciuto il suo nuovo compagno ha dichiarato «devo ammazzarlo perché ha rovinato l’onore di papà». Non possono essere pensieri di un bambino di nove anni. Anche sua figlia le ha mandato lettere in carcere. Una di insulti e una, successiva, di amore. E lei, nel mezzo, spera che prima o poi possano capire. Trovando un equilibrio fra rabbia e comprensione.
Giuseppina ora ha una grande responsabilità. Dopo di lei altre donne potrebbero prendere il suo esempio. Ora che tutti sanno cosa si rischia ad abbandonare il sistema di protezione. A restare all’interno di famiglie che controllano la tua vita, i tuoi figli. Ora che non sembra più un caso isolato, quello di Lea Garofalo, 35 anni, rapita a Milano in corso Sempione e sciolta nell’acido lo scorso novembre dall’ex compagno e padre di sua figlia, in un capannone della periferia milanese. Lo sa bene Denise, la figlia di Lea Garofalo, che da poco ha testimoniato nel processo contro i presunti assassini della madre, costituendosi parte civile. Sul banco degli imputati, il padre Carlo Cosco, due zii paterni e altri tre collaboratori. Non è facile e non è da tutti guardare negli occhi il proprio padre in circostanze simili. Ma lei ha dimostrato di essere dalla parte della verità. Come la giovane Rita Atria, prima di lei, riuscì a dimostrare alla sua terra. Sono piccole grandi donne che diventano mature in fretta. Troppo in fretta per non trasformare il dolore in profondo e definitivo riscatto.
corpi sciolti in 50 litri di acido
Una storia simile alla Cacciola è quanto accaduto a Tita Buccafusca, trentotto anni, anche lei morta ingerendo acido muriatico. Anche lei calabrese con l’intenzione di cambiare vita e di rendere delle dichiarazioni spontanee ai carabinieri. Moglie di Pantaleone Mancuso, boss di Nicotera. Si sarebbe tolta la vita il 18 aprile dopo aver manifestato la volontà di collaborare, senza però aver proseguito il suo compito. Anche il suo pentimento era stato considerato esemplare e coraggioso. E poi qualcosa le ha impedito di andare oltre. L’incapacità di perdonarsi o di essere perdonata.
Centinaia di persone sono finite nell’acido negli anni della guerra di mafia. I pentiti raccontavano di corpi sciolti in 50 litri di acido in media, i cui resti, dopo tre ore, venivano rigettati spesso nelle acque del fiume Jato. Mafia, ’ndrangheta, tornano a colpire nel medesimo modo. E questo è un segnale che non può essere ignorato. Come un interrogativo.
Perché una donna dovrebbe procurarsi tanta agonia e sofferenza allineandosi alla simbologia chiaramente di stampo mafioso se è proprio dal quel mondo che stava fuggendo?
Sono strani casi di suicidio avvenuti nel medesimo modo. Qualcuno le chiama coincidenze. Come ciò che accomuna le storie di donne che hanno bisogno di sentirsi amate, non essere merci di scambio per saldare legami. Di donne che hanno in comune non solo la morte, ma anche stili di vita. Madri giovanissime, spose senza amore, alla ricerca di qualcosa che le faccia sentire al centro del mondo per ciò che sono. Sono donne che hanno paura, ma che, ancor di più, sono “ragazze” che stanno facendo tremare la ’ndrangheta.
Giovanni Falcone auspicava che le donne mafiose si schierassero con la cultura della vita per sfidare e battere le mafie. E se questo accadrà, Maria Concetta Cacciola, Lea Garofalo, Tita Buccafusca, Giuseppina Pesce, avranno avuto il merito di aver indicato la strada alle proprie figlie, quelle che un giorno dovranno decidere da che parte far crescere i loro figli, quella giusta per guarire dal male. O quella sbagliata, rischiando di finire come loro.