Edoardo Vigna, Sette 3/11/2011, 3 novembre 2011
LE GUERRE DELL’OPPIO
C’è l’indiano parsi di Bombay, Bahram, primo “non-bianco” a essere ammesso nel ristretto club dei mercanti anglosassoni di Canton. L’americano Charles King, unica “colomba” della comunità occidentale nella metropoli cinese a voler trattare con le autorità locali invocando “princìpi morali”. C’è l’ex maharaja al-Neel, privato di tutto da un maggiorente inglese senza scrupoli, deportato per debiti e poi evaso, che usa la sua cultura per mediare le situazioni più delicate. E poi mandarini cinesi incorruttibili e funzionari corrottissimi, commercianti dell’Impero britannico che “nello sguardo hanno il compiacimento di chi non dubita del proprio potere”, marinai d’ogni casta e provenienza. Le traiettorie dei loro destini piccoli e grandi (anche Napoleone appare in una specie di “cameo”) precipitano tutte lì, sul delta del Fiume di Perla, dirimpetto a Hong Kong (non ancora britannica) nell’anno del Signore – chiunque Esso sia, Dio cristiano, Allah, Zoroastro o Shiva, tutti co-protagonisti – 1838. Alla vigilia delle Guerra dell’Oppio.
«Presto la gente capirà che proprio quelle Guerre (1839-1842 e 1856-1860, ndr) sono state un momento decisivo della Storia. Che hanno contribuito a ridefinire la forma del Mondo Contemporaneo». Amitav Ghosh è uno dei grandi scrittori indiani del nostro tempo. La storia che racconta (una trilogia di cui esce ora in Italia il secondo volume per Neri Pozza, Il fiume dell’oppio, dopo Mare di papaveri) è venuta prima della globalizzazione come la conosciamo noi, prima dello scontro sanguinario fra narcos messicani e forze speciali americane, prima del conflitto afgano e di quello iracheno (sì, c’entrano anche quelli, come vedremo). Ma quelle guerre con cui Londra ha dilagato nell’Impero Celeste hanno avuto, spiega Ghosh, «un impatto profondo soprattutto per due dei Paesi più importanti della realtà odierna: la Cina e l’India». Cambiando l’ordine mondiale come si è definito un paio di secoli dopo.
Ghosh è uomo da crocevia. Sulla strada è cresciuto. Strade globali però: infanzia a Dhaka, nel Bengala, poi a Colombo, in Sri Lanka, e a Teheran al seguito di un papà funzionario del ministero degli Esteri. Le scuole a Dehra Dan, Nord dell’India, l’università a Delhi, il master a Oxford. E ora il pendolarismo fra Brooklyn, New York, dove vive con moglie scrittrice («Il suo ultimo libro, The Convert», dice orgoglioso, «è in finale per l’US National Book Awards») e figli ventenni, e l’India – tra Goa («Dove abbiamo una casa») e Kolkata, l’ex Calcutta.
Rotte imperscrutabili l’hanno portato a tirare linee tra città molto diverse, a sentire il sapore del mondo sulla sua pelle. «Ognuno di noi ha varie identità», ci dice. «Di sicuro, io le ho». E i protagonisti della sua trilogia respirano (con due secoli di anticipo…) la stessa aria, navigando nelle acque dell’Oceano Indiano, risalendo il Pacifico per smerciare l’oppio prodotto in India nelle fumerie della costa cinese attraverso la “porta” di Canton: “Nei rioni galleggianti della città vive più gente che in tutta Calcutta”, descrive uno dei personaggi. “Secondo alcuni, più di un milione di persone! Le barche sono ormeggiate su entrambe le rive del fiume, e sono così numerose che l’acqua sottostante non si vede”. E a Canton (l’odierna Guangzhou) vivevano centinaia di arabi, persiani, africani. Arrivavano flotte cariche di marinai indiani e occidentali. Venivano costruite moschee, chiese, templi.
È incredibile come ciò che accade nel romanzo “risuoni” fino a noi. «Sono curiosi i parallelismi tra quel tempo e il nostro», spiega Ghosh. «Anche allora l’Occidente aveva un enorme deficit commerciale con la Cina. E per questa ragione la Compagnia delle Indie Orientali aveva cominciato a esportare su larga scala l’oppio prodotto nell’India “britannica” verso l’Impero Celeste. Con conseguenze catastrofiche per i cinesi». Fu realmente il primo caso di dipendenza di massa dalla droga: prima di quella dei mercati americani ed europei, che purtroppo ben conosciamo, ci fu quella dell’Estremo Oriente. Fino a che i cinesi si sono decisi a mettere fine al commercio dell’oppio. «E così gli inglesi hanno fatto guerra ai mandarini nel nome del Libero Mercato, anche se poi ciò che smerciavano – l’oppio – era prodotto in regime di monopolio nel Bengala. Persino il linguaggio dei politici non è cambiato rispetto al 19° secolo!».
Ama “gli sport di racchetta”, Ghosh. Li elenca con precisione, si entusiasma: «Tennis, badminton, ping-pong». E fa di continuo la spola tra il “suo” Occidente newyorkese e il “suo” Oriente indiano, tra il passato e il presente, pure nei riferimenti culturali: «Mi ispiro a George Eliot, Herman Melville, Honoré de Balzac, ma anche al grande poeta Tagore (Nobel nel 1913, ndr) e ai poemi epici indiani come il Mahabharata e il Ramayana». E in questo “palleggio” è come se avesse individuato il “match point”. Il punto decisivo. «La Cina ha metabolizzato le Guerre dell’Oppio, l’India no. E l’Occidente, che ha un vero talento tanto nel dimenticare i propri misfatti quanto nel ricordare quelli degli altri, le ha proprio rimosse. Ma i teorici del Libero Mercato sono consapevoli di tutti gli orrori commessi per quell’idea? Come le sofferenze inflitte ai cinesi con l’oppio indiano: uno dei più grandi crimini nella Storia dell’uomo. Invece oggi una larga parte dell’élite politica indiana si è fervidamente convertita al liberismo. Eppure proprio Tagore scrisse: “È ormai chiaro che, al di là dei confini dell’Europa, la torcia della sua civilizzazione non doveva servire a creare luce ma a dare fuoco”. Come è accaduto con i cannoni inglesi a Canton».
E non è solo una questione di revisionismo. Se Ghosh ha costruito la trilogia intorno a quel fatto storico, c’entra anche l’Iraq, la guerra voluta da George Bush Jr. «È stata il risultato degli stessi discorsi. Tutte quelle teorie evangeliche, “interveniamo per il bene del mondo”. E invece, sotto, c’era la più orribile cupidigia. Ho cominciato a scrivere nel momento in cui l’ideologia capitalista era al suo massimo, quando il Mercato era diventato Dio. Eppure nessuno ricordava che c’era già stato un primo, orribile test dello stesso spirito: le Guerre dell’Oppio, appunto».
IL “VALORE” DELLA CUPIDIGIA
La cupidigia. “Il più potente e nobile fra gli istinti dell’uomo”, sostiene in un passaggio clou, uno dei personaggi de Il fiume dell’oppio. “L’avidità è valida, l’avidità è giusta, funziona, l’avidità chiarifica, penetra e cattura l’essenza dello spirito evolutivo”, dice Gordon Gekko, spietato protagonista del film Wall Street. È una morsa che corre lungo la Storia da cui è impossibile liberarsi? Amitav Ghosh fa una pausa. «Nelle ultime settimane sono stato a trovare proprio i manifestanti americani di Occupy Wall Street e ne ho tratto una grande speranza. I giovani che danno vita al movimento sono pienamente consapevoli che la bramosia rischia di distruggere il mondo: alla fine, la gente ha cominciato a reagire».
Certe volte è anche la realtà a sorprendere. Nel libro, l’americano King cerca di convincere i mercanti di oppio a rinunciare, a non avvelenare più il popolo cinese. Sarà una maledizione che si ritorcerà contro noi Occidentali, profetizza. E oggi l’America si trova a combattere contro ferocissimi narcos sudamericani. A tentare – invano – di contrastare l’invasione di droga che arriva da ogni parte del mondo ad avvelenare i giovani. «C’è una strana ironia nel fatto che proprio i due Paesi più coinvolti nella guerra in Afghanistan, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, sono stati quelli che hanno approfittato di più dal commercio dell’oppio nell’800. Oggi eliminare la produzione afgana richiede inevitabilmente la necessità di trovare forme di compensazione per i produttori. Ma in realtà, se c’è una volontà politica, la coltivazione d’oppio può essere eliminata molto rapidamente: basta guardare ciò che l’influenza cinese è riuscita a fare nella valle birmana di Shan».
Non c’è acrimonia in queste parole. Ghosh si sente ormai “anche” americano: «Nel mondo di oggi il concetto di “casa” è più complicato di una generazione fa. È raro ormai trovare qualcuno che non abbia vissuto in due o tre luoghi diversi. E poi la mia relazione con l’America è fatta soprattutto di rapporti con la famiglia, gli amici, i vicini. Ero a New York l’11 settembre: ho visto una grande dignità collettiva che mi ha fatto legare ancora di più a questa città. Eppure in realtà è come se non avessi mai davvero lasciato l’India, e non solo per i viaggi. Non lontano da casa mia ci sono luoghi in cui sembra di essere laggiù o in Medio Oriente. Ed è bello viaggiare restando sempre nello stesso posto».
Per quanto cittadino del mondo, comunque, una debolezza “localista” Amitav Ghosh ce l’ha. «Io scrivo ancora a mano, almeno la prima stesura. Sono quasi ossessionato da penne, pennini e inchiostro. E soprattutto dalla carta, anche quando stampo dal computer. La migliore è quella di Mumbai e di Kolkata: così i miei amici che vanno là rimangono spesso sorpresi quando chiedo loro di riportarmi sempre una bella risma».