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 2011  novembre 03 Giovedì calendario

SUL PULLMAN DELLE BADANTI

L’omerico ritorno a casa di una cinquantina di romeni, in maggioranza donne, si ripete tutte le domeniche mattina da Roma, che per questa gente non è mai Roma, ma Anagnina, Numidio Quadrato o Furio Camillo, semplicemente nomi da metropolitana. La capitale d’Italia per loro non esiste. Tutto comincia ad Anagnina Cinecittà. I viaggiatori giunti dalle campagne laziali, dalle estreme periferie romane extraraccordo, dai quartieri della media borghesia, arrembano i pullman di Marius, sempre tre torpedoni con rimorchio per i bagagli, che prevalgono sulle persone, e un pulmino blu. Lungo i 1.800 km che separano Anagnina da Sibiu, il cuore della Transilvania, si viaggerà in colonna solo a partire dall’autogrill di Cantagallo.
Lungo la strada i pullman si fermano solo in certe aree di servizio autostradali dedicate, dove sale un passeggero, ovvero viene semplicemente consegnato un pacco o un oggetto ingombrante. Durante queste soste ristoro, che sono poche e per questo i passeggeri evitano quasi tutti di dissetarsi durante il viaggio, perché – come mi dicono due sorelle badanti – poi non si può fare pipì; allora è meglio bere una volta arrivati a casa. Anche se il viaggio verso casa non finisce mai.

IL RITUALE DEL GIRO DI GRAPPA
Il nostro viaggio comincia dall’area di servizio di Giove est, sull’A1 fra Orte e Orvieto, da un cordolo di cemento chiazzato di macchie di olio. Oltre a quello di Marius qui si fermano altri autobus, soprattutto quelli di Atlassib, leader sulle tratte Italia-Romania.
I passeggeri, anche se partiti da mezz’ora, si scapicollano giù dai mezzi per andare al bar, per fumare tirando boccate nervose. Dietro i vetri sorridono gitane dai denti d’oro. Con noi parte una giovane ragazza stranamente alla moda, tutta griffata, sfoggia jeans astutamente sartoriali che valgono quanto due fine settimana di badantato ad anziano non autosufficiente più un pomeriggio di festivo, ossia almeno 300 euro, le extension, il tatuaggio, una borsa enorme pitonata. Le manca soltanto un chihuahua vestito come una fotomodella per essere una perfetta “socialite”. Oltre alla ragazza partirà una scatola di cartone, che viene da Claudia, una romena che vive da più di dieci anni nell’Alta Tuscia, una che spolverando i soprammobili in un salotto viterbese, fra cui un altarino del buddismo della Soka Gak-kai, da clandestina è diventata buddista ortodossa.
Le prime che si fanno notare, perché fumano con aria di cospiratrici, sono due donne vestite uguali, con pinocchietti neri e camicette di viscosa, trasparenti. A ogni sosta, prima di ripartire, i passeggeri vengono contati. I due autisti si alterneranno alla guida per più di 24 ore, senza parlare, fumare, dare confidenza. Su loro veglia Marius in persona, un signore sorridente e serio.
All’altezza di Arezzo viene offerto un caffè liofilizzato a cui segue una girata di cognac o grappa, offerta che non può essere rifiutata; allora io, astemia, di fronte alle insistenze dichiaro di aver la cirrosi epatica.
I passeggeri bevono tutti il bicchierino della staffa, compresa Dana la rom, che viaggia sola col fazzoletto in testa, lo sguardo furbo, i denti d’oro, un fantastico gonnacchione in tessuto tartan e le crocs color fucsia. Gli altri non le danno molta confidenza. Sullo schermo tv in alto sul conducente, su cui veglia una santa immaginetta di un beato transilvanico dall’aria grifagna, vanno in onda cartoni animati sui vampiri.
C’è anche un orologio digitale che segna l’ora di Romania. I passeggeri sono quieti, non parlano, si scateneranno solo a partire da Trieste.

UNA STORIA AL CONTRARIO
Due file alle mie spalle viaggia l’unico italiano del convoglio: è Gianni, un muratore in pensione di Campagnano Romano, spacciatore di pecorino. Vive da qualche anno a Farkas, alle pendici dei Carpazi. Si lamenta che in Romania gli viene costantemente l’emicrania, sarà per l’aria, ovvero per la cucina. Dice che laggiù la “vaccina” non la sanno lavorare, non sanno frollare la carne fresca e che per questo non la si può inciancicare da quanto si fa dura.
Allora lui si consola portando una valigia di pecorino e il tonno in scatola, e pure le sardine. Quella di Gianni è una storia al contrario: rimasto vedovo, si mise, previo fidanzamento combinato, con una signora romena, naturalmente più giovane, con cui si è sposato. Era così magra e depressa che gli faceva pena. A malincuore si è trasferito nelle remote contrade romene perché lì con la sua pensione vive bene, anche se si annoia, anche se non conosce nessuno, anche se dichiara che è inutile che impari il romeno, perché tanto con chi dovrebbe parlare? Sul cellulare ha le foto del primo nipotino che ha un mese. Suo figlio grande l’ha avuto da un’ecuadoregna.
La ragazza “socialite” viaggia, ma è un caso, con una dolcissima signora dall’aria dimessa, la chiamerà per tutto il viaggio Mammina, anche se non si conoscono. I passeggeri lungo la strada si trasformeranno tutti: finché in Italia sono come preda di un incantesimo che li paralizza, una volta arrivati in Slovenia, nessuno di loro parlerà più italiano, mostreranno la vera faccia.
Sul video scorre il thriller Dilemma, polpettone allucinante dove le donne sono trattate come pezze da piedi da certi bestioni armati. Per le romene è normale.

IL “PARCHEGGIO“ DEI VECCHI
Mina la badante non torna a casa da tre anni. Viaggia con la sodale strabica, che non ha mai fatto quel lavoro, perché si schifava di cambiare i pannoloni. E pertanto non ha guadagnato pulendo le scale dei condomini romani. Mina ripete spesso la parola “sacrificio”, tutte le romene che sono partite lo hanno fatto per quello. Mina per tre anni ha lavorato sempre, giorno e notte, vicino a una signora inferma. Ogni tanto andava a dormire con suo marito alla Sgurgola nel Frusinate. Prima di partire, da clandestina ovviamente, dell’Italia conosceva solo il Festival di Sanremo, unico intrattenimento canoro della tv dei tempi di Ceausescu. Una volta lavorava in una fabbrica chimica, ora chiusa; allora, non ha avuto altre scelte, se non quella di andarsene in cerca di fortuna, a fare sacrifici. Mina e le altre badanti in viaggio verso casa si astengono da commenti, ma per loro è palese che la pratica di parcheggiare i vecchi nelle case di riposo, ovvero di farli assistere in casa da un estraneo, è incomprensibile, se non sconcertante.
In Romania la famiglia è ancora un’istituzione, dotata dello stesso potere di coesione sociale delle alghe che coprono uno stagno. Dice Maria che loro entrano nelle vite degli anziani che assistono con affetto, come delle cugine. Però appena possono abbandonano il badantato per fare le collaboratrici domestiche. Molte sognano di avere una casa loro, anche solo una stanza.
La ragazza griffata è avara di confessioni, nemmeno il passepartout della moda apre un varco in lei. Vorrei sapere la sua storia, dice che ha fatto la cameriera in pizzeria, la barista. Inevitabile l’allusione ai costi del suo abbigliamento che suggerisce ben altre risorse che non le mance in pizzeria. Elena (così si chiama la ragazza) glissa, dice che ha una bambina di sette anni a Victoria, che va da lei per il primo giorno di scuola, che in Italia ha un fidanzato, ovviamente facoltoso. Per la bambina porta in dono un cuscino di raso con stampata la foto della piccola. L’espressione che ripete più spesso, ma solo fino a Trieste è “’sti cazzi”, alternata all’invocazione Mammina.
Mammina è la badante che viaggia accanto a lei e a cui dormirà abbracciata, anche se non si conoscono. Anche Mammina come le altre è reduce da un funerale, torna a casa per un po’, ma col rovello di ripartire. Mangiamo le patatine fritte e altri ignobili snack ipercalorici, bevendo bibite gassate zuccherate. Elena è la sola che osa intimare a Marius di fare una sosta extra per fare pipì.
Al Cantagallo diluvia, i passeggeri fumano sotto la pioggia, Mina piange e fuma, vedrà finalmente il nipotino nato quando lei era in Italia a sacrificarsi.
All’ultima fila del bus sbevazzano Nello e Mircea, muratori giovani, bevono “grasa” e birre. Hanno voglia di fumare, ma sul bus è vietato. Succhiano le sigarette spente. Ci sono tre sparute coppie di fidanzatini che sono venuti a trovare parenti in Italia.

SCENARIO FELLINIANO
A Trieste il film cambia. Sullo schermo vanno i videoclip della cantante Manele, esponente del turbofolk, la gente parla a voce alta. I lai di Manele, una morona popputa, sono ancora più assordanti della caciara che lenta e inesorabile monta sul bus. Marius non risponde più ai telefonini, si dedica ai gratta e vinci. Io sono ipnotizzata dai video d’ambientazione campestre, chitarre elettriche sull’aia, pagliai. Passata la frontiera con la Slovenia inizia una “chiama” e si paga il biglietto, Roma-Victoria circa 150 euro. Ogni giovedì c’è il ritorno in Italia.
In Slovenia c’è una tappa per comprare alcol e cioccolata; sono tutti allegri. Fumano mangiando panini con la mortadella.
Sulla piazzola di chissadove in Slovenia si soffoca per i torpedoni in sosta coi motori accesi. Tutti sorridono.
Cala la tenebra, il bus affronta l’Ungheria dove non si vede un lume e non si incontra nessuno. I passeggeri, ormai rasserenati, dormono. Nel cuore della notte vengo svegliata e costretta a seguire Marius e il direttivo del pullman in un sordido locale, sono le quattro di notte, è il primo avamposto romeno, dove in uno scenario post comunista felliniano c’è una parete di acquari ove nuotano enormi carpe nerastre. Seduti attorno a un tavolo, beviamo il caffè. È un momento importante, è il culmine del viaggio, non siamo ancora arrivati ma è come se lo fossimo già.
A quell’ora vorrei morire. I romeni sono tutti adrenalinici. La tappa successiva sarà solo alle 10 del mattino seguente a Sibiu, dove altri pulmini riceveranno i passeggeri diretti verso piccoli paesi dei Carpazi.
L’arrivo è in un’area di servizio, dove tutti gridano, pacchi e valigie passano di mano in mano, il sole acceca. Le strade dei viaggiatori casuali si dividono per sempre, per fortuna viaggio con il pacco di Claudia e ad attenderlo ci sono sua sorella e suo cognato. Due sorrisi smaglianti, mi sa che odoro d’Italia.
Ed è un odore buono.