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 2011  novembre 03 Giovedì calendario

Ora la cattiva maestra è diventata la Rete - Qualche volta ci pensi. Stare qui e buttare giù queste righe con una Lettera 22 o magari con una stilografica recuperata in qualche cassetto della casa di famiglia, tanto per non sentirti schiavo del tempo

Ora la cattiva maestra è diventata la Rete - Qualche volta ci pensi. Stare qui e buttare giù queste righe con una Lettera 22 o magari con una stilografica recuperata in qualche cassetto della casa di famiglia, tanto per non sentirti schiavo del tempo. Capisci chi lo fa. È una scelta estetica dan­natamente elegante. Roba da dandy, da sano e disincantato reazionario. È un po’ come entrare nel mondo magico di Harry Potter, questo mondo dove la tecnica è inutile, perché la tua forza è la magia. Solo che non ne sei capace. Le dita inciampa­no sulla macchina da scrivere, le aste si ac­cavallano, il foglio è pieno di xxx o di bian­­chetto, un cimitero di errori e anche a ma­no è una disgrazia, ti accorgi che non sai te­nere la penna in mano, la tua grafia non al­l­enata per vent’anni è da seconda elemen­tare. La verità è che indietro non si torna. Non per scelta, ma per impossibilità. A ca­sa hai ancora tutta la Treccani, quella uni­versale, gli aggiornamenti, quella biogra­fica e quella del Novecento. È chiusa da un’eternità. Molto più facile e veloce an­dare su Wikipedia e se le informazioni non sono oro colato pazienza, corri il ri­schio. La nostalgia dei retrogame anni ’80, vecchi giochi elettronici dell’adolescen­za, dura qualche minuto, poi ti accorgi che pac-man oggi è di una noia mortale. Ti sembrano perfino stonate le immagini che arrivano da un televisore non Hd. L’occhio ha già perso l’abitudine. Tutto questo per dire che le chiacchiere e le paure sulla modernità non offrono mai soluzioni concrete. È più che altro un esercizio estetico, un lasciarsi cullare dalla nostalgia. Eppure negli ultimi anni sono tornati molto di mo­da i saggi che studiano, analizzano, inter­pretano misteri, virtù e tranelli di quella grande rete chiamata Internet. Facebook e Twitter ci stanno cambiando pelle, ossa e cervello? Siamo un branco di mutanti che non sanno di esserlo? Siamo diventati più cretini, net dipendenti, drogati, rim­bambiti e senza dubbio molto più igno­ranti? I social network aiutano le rivoluzioni o limitano la democrazia? Tutta una serie di punti interrogativi che un po’ mettono ansia e in gran parte ti sembra di averli già sentiti quando alle elementari il nemico dei bambini erano quelle immagini in sca­tola e in bianco e nero. Ecco. La rete ha pre­so il posto della tv. È lei la nuova cattiva ma­estra. E in fondo è anche un po’ scontato. Ogni rivoluzione tecnologica suscita nel­l’uomo, animale abitudinario, la stessa re­azione: non è che questa cosa ci cambia la testa? Certo che ce la cambia. I caratteri a stampa di Guttenberg non solo hanno mandato in pensione gli amanuensi, ma hanno anche favorito la lettura della Bib­bia, con tutte le conseguenze luterane o calviniste del caso. I Buggles in fondo can­tavano Video killed the radio star . Poi l’uo­mo resta comunque maledettamente umano. Per fortuna c’è ancora qualcuno che va a caccia di dischi in vinile e se si vuo­l­e il vero mistero è perché l’etica di questo uomo tecnologicus non sia poi così diver­sa dal familismo amorale dei Borgia. L’idea che a grandi poteri corrispondono grandi responsabilità è rimasta confinata nei fumetti della Marvel. Le preoccupazioni di Nicholas Carr, che scrive Internet ci rende stupidi? Come la rete sta cambiando il nostro cervello , non sono diverse da quelle di Ugo La Mal­fa che negli anni Settanta fa una battaglia per ritardare la tv a colori. Vi ricordate la si­gla di fine programma a mezzanotte? Con la musichetta che invitava i lavoratori ad andare a nanna perché il giorno dopo non si può andare in fabbrica e in ufficio con gli occhi rossi? David F. Noble, autore di The Religion of Technology , racconta la fi­ne dei rapporti sociali. Il web come la tv ro­vinerebbe le famiglie. Pasolini parlava di «mutazione antropologica»,ora Jaron La­nier, uno dei pionieri di Internet, scrive Tu non sei un gadget . Si pente e si chiede: cos’è una persona?Se è vero,scrive,che le tecnologie modificano il senso del luogo, del tempo e dell’arte,allora esse condizio­neranno anche le relazioni umane, quin­di ne risentirà la definizione stessa di «per­sona ».Lanier mette in guardia l’uomo dai pericoli della «noosfera», temine coniato dal filosofo Pierre Teihard de Chardin, ma che è diventato sinonimo del concetto di «intelligenza collettiva». È il ritorno del «Grande Fratello», l’ipnotico soviet che tutto spia, tutto vede, tutto controlla. Il web offre panem e circenses . Il web nascon­de gli stessi rischi che Popper vedeva nella televisione. Il web come la tv controlla e spersonalizza.Non c’è più il reale ma l’im­maginario. Anzi, i social network sono un principio di schizofrenia, creano l’altro da te, l’avatar, l’io virtuale, senza corpo, senza materia,con un’identità contraffat­ta. Evgenij Morozov non ha mai nascosto i lati oscuri della rete, contestando i facili entusiasmi dei cyber-utopisti. Nel suo ul­timo saggio L’ingenuità della Rete (Codi­ce edizioni) ribalta il teorema delle rivolu­zioni nordafricane, fino a sostenere che Facebook e Twitter non hanno un grande peso nella rivolta delle masse libertarie, ma possono essere molto utili per limita­re la democrazia e aumentare il controllo dello Stato sugli individui. Il web più della tv ti sommerge di una massa di informa­zioni che spegne il tuo spirito critico e av­velena la capacità di distinguere tra ciò che vale e ciò che è irrilevante. Il web, co­me scrive Simon Reynolds, in Retroma­nia , sta addormentando la nostra capaci­tà creativa, tanto tutto quello che ci serve è già contenuto in quel museo infinito di memorabilia che è You Tube. Cosa acca­d­e se tutto il passato ci ritorna addosso e di­venta una massa indistinta di eterno pre­sente? Se tutto questo vi fa paura, e aspettando la prossima rivoluzione tecnologica, lan­ciate un allarme sul vostro social network preferito, come il messaggio nella botti­glia di una naufrago della modernità. Qualcuno vi dirà, con la voce estinta di un Gassman o di un Carmelo Bene, che il «naufragar m’è dolce in questo mare».