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 2011  novembre 03 Giovedì calendario

Abete, il predicatore anticasta da sempre nel cuore del potere - Perfino un Luigi Abete che da mezzo secolo è nel ven­tre del potere, fa lo gnorri ora che siamo nelle peste

Abete, il predicatore anticasta da sempre nel cuore del potere - Perfino un Luigi Abete che da mezzo secolo è nel ven­tre del potere, fa lo gnorri ora che siamo nelle peste. Pateti­co, l’altra sera a Ballarò . Si parlava dello straripante debito pubblico e lui se ne mostrava indignato. Al­lora il pdl Maurizio Lupi, che è tipo peperino, gli ha detto: «Lei non è stato un venditore ambulante in tutti questi anni». Ossia: poteva darci una mano e non l’ha fatto. L’altro, paonazzo come sempre quando si stizza, ha replicato: «È lei il politico. Io facevo il cittadino. Non confondiamo le sue responsa­bilità con le nostre...» e qui - da sbellicarsi!- ha fatto un gesto circo­lare per apparentarsi ai povercri­sti in platea e dirsi vittima, al pari di loro, del destino cinico e baro. Al che, Lupi ha sibilato: «Lei faceva il presidente della Confindustria». Fine del grottesco siparietto. Se c’è un uomo che non ha pas­sat­o giorno senza godere dei privi­legi che derivano dalla politica e dalla benevolenza dei poteri pub­blici, questo è il nostro Luigino. Prima ancora che nascesse - nel 1947 - gli Abete erano già saliti sul carrozzone pubblico al quale de­vono gli esordi delle loro fortune. Papà Antonio, futuro Cavaliere del Lavoro, era un sannita trapian­tato a Roma che, nell’immediato dopoguerra, entrò fortunosamen­te in contatto con il Poligrafico del­lo Stato. Da esso acquistò delle stampatrici usate e mise su una propria tipografia. Poi, strinse col medesimo Poligrafico un patto con i fiocchi: il lavoro che la stam­peria di Stato non riesce a smalti­re, passa all’Abete spa (Azienda beneventana tipografia editoria­le). Se poi il Poligrafico fosse dav­vero oberato di commesse o fin­gesse per avvantaggiare il benia­mino, è un mistero italiano. Sta di fatto che gli Abete ebbero il mono­polio privato per la stampa delle schede elettorali, dei modelli 740 e cose così. Anni dopo, il Coni con­cesse alla famiglia l’esclusiva per la stampa delle schedine del Toto­calcio. Ricordo, non per malizia ma perché cade a fagiolo, che Giancarlo Abete, fratello minore di Luigino e già deputato dc, ap­partiene al mondo dello sport ed è attualmente presidente del Fede­razione calcistica. Mentre la famiglia arricchiva nella bambagia dell’economia protetta, Luigi cresceva imponen­te e quanto mai ambizioso. Non aveva la stoffa dell’imprenditore ma quella del presidente a vita di qualche cosa, qualsiasi cosa. Pri­ma ancora della laurea in Legge, entrò in Confindustria che diven­ne la sua unica casa. Ventitreenne era già presidente dei giovani in­dustriali romani. A trenta, presi­dente nazionale dei medesimi vir­gulti. Poiché ormai faceva toilette in Confindustria, decise di passa­re ai seniores. Nell’82 divenne pre­sidente degli industriali (adulti) di Roma. Tre anni dopo, per farsi confermare, stracciò il patto di ro­tazione tra i dirigenti delle varie province laziali. Per la prepoten­za, due associazioni laziali, Latina e Rieti, abbandonarono Confin­dustria. Fu la conferma che Luigi­no, con le buone o le cattive, sareb­be stato un presidente a vita. Nel ’92,fu eletto presidente del­la Confindustria. Favorito era Ce­sare Romiti, ma Agnelli mise il ve­to perché c’era bisogno di lui alla Fiat. Abete, che non era in nulla pa­ragonabile all’altro, ma non era il tipo da farsene un problema, si candidò al suo posto. Da semisco­nosciuto divenne noto e invaden­te come oggi la Marcegaglia. Co­me lei alternava moine e repri­mende ai politici. Chiedeva van­taggi per le aziende, casse integra­zioni, accolli di imprese decotte e tutto l’ambaradam dell’industria­lismo assistito all’italiana. Insom­ma, fece la sua parte per assaltare le casse pubbliche. Dopo averlo strizzato come un agrume, si staccò dal seno di Con­findustria per farsi banchiere. Fu il governo Prodi a proiettarlo in vetta alla Bnl. È ancora oggi presi­dente, tredici anni dopo, nono­stante la banca sia diventata fran­cese. Caso unico al mondo di so­pravvivenza al furore gallico. Fu lo stesso Luigino a favorire l’im­possessamento francese per scon­giurare la celeberrima scalata Uni­pol­Pds. Non per antipatia verso coop ed ex comunisti, ma perché loro, volendo la banca per sé, lo avrebbero cacciato dalla poltrona e lui ne sarebbe rimasto stecchito. Così, mors tua vita mea , si è accor­dato con i francesi dando, per li ra­mi, l’avvio al disastroso processo contro Consorte e contro Fazio che lo appoggiava. Ora ditemi se un uomo che da dieci lustri è ammanicato con la politica (pare voglia sostituire Ale­manno a Roma) e da altrettanto è la quintessenza del potere forte, possa decentemente fare il finto tonto in tv.