Lucia Capuzzi, Avvenire 4/11/2011, 4 novembre 2011
GUATEMALA, IL PAESE PIU’ VIOLENTO
L’ ultima volta è accaduto nel minuscolo villaggio di La Fortuna, nel municipio di Nentón, immerso nella foresta guatemalteca. Tre giovani hanno tentato di rubare un furgone carico di birra. La guardia giurata Samuel Jiménez li ha sorpresi e ha cercato di fermarli. I ladri non hanno esitato a freddarlo con un colpo di pistola. Il tonfo dello sparo ha allertato la comunità. Una folla si è diretta verso la zona di Chacai. E li ha colti sul fatto: i tre erano immobili, accanto al cadavere del 35enne. La rabbia è divampata come un incendio. Gli abitanti li hanno circondati e legati. Poi li hanno trascinati fino alla periferia di La Fortuna e li hanno colpiti con pietre e bastoni. Fino a quando i tre hanno perso conoscenza. A quel punto, hanno dato loro fuoco, senza che nessuno intervenisse. Un linciaggio. L’ennesimo in Guatemala dove, a 15 anni esatti dalla fine della guerra civile, giustizia e pace sono ancora un’utopia. E la violenza è l’unica legge inviolabile. Da gennaio, le “esecuzioni” di malviventi colti in flagrante sono state già 37. Altri 80 presunti colpevoli sono sopravvissuti a fatica ai pestaggi. Una barbarie che è, a sua volta, prodotto dell’abisso di ferocia in cui è precipitato il Paese. I livelli di violenza sono inaccettabili: nei primi 10 anni del nuovo secolo – rivelano i dati dell’ufficio per i diritti umani dell’arcivescovado di Città del Guatemala – sono morte ammazzate quasi 50mila persone. Nel solo intervallo da gennaio a ottobre 2010, gli omicidi sono stai 4.597, in media 15 al giorno. La situazione, già gravissima, è peggiorata ancora nell’ultimo anno. Nei primi cinque mesi del 2011, ci sono stati 2.495 assassinii, secondo l’Ong internazionale Grupo de Apoyo Mutuo – 17 morti quotidiani – il 13 per cento in più rispetto agli anni precedenti. Il picco si è raggiunto a maggio con 547 omicidi. Da allora, non si è mai scesi sotto i 500. Il che ha permesso al Guatemala di aggiudicarsi il vergognoso record di nazione con più omicidi al mondo: oltre 41 ogni 100mila abitanti. Cifre assurde anche per un Paese flagellato da 36 anni di guerra civile, in cui hanno perso la vita 250mila persone, in maggioranza indigeni, e un altro mezzo milione è scomparso. Anzi, rispetto al periodo del conflitto, la violenza è rimasta perlopiù immutata. Un paradosso. Eppure i dati parlano con agghiacciante chiarezza: allora le vittime erano, in media, poco più di 5.500 l’anno. Ora sono 4.500, appena il 18 per cento in meno.
I numeri non bastano, però, a descrivere il massacro che sta dissanguando il «popolo del mais», come vengono chiamati i guatemaltechi. Nelle ultime settimane, decine di corpi mutilati sono stati abbandonati nel centro della capitale. La sera, le strade delle città si svuotano. Nei verdi altopiani del Nord, lungo il confine messicano – Petén, Alta Verapaz, San Marcos – regna il terrore. Stavolta, però, l’incubo non sono gli squadroni della morte che, nel tentativo di neutralizzare la guerriglia, massacravano i civili, accusati di essere “simpatizzanti”. Ora il pericolo sono i narcos. In particolare, il cartello messicano de Los Zetas che, dal 2007, ha cominciato a installare basi operative oltre frontiera, approfittando della debolezza dello Stato vicino. Nella tante “terre di nessuno” sparse per il Guatemala, i trafficanti costruiscono piste di atterraggio clandestine per gli aerei carichi di cocaina in arrivo dalla Colombia. Il Paese è un “trampolino” perfetto per portare la droga dal Sud del Continente – dove cresce – al principale consumatore: gli Stati Uniti. Non solo. Los Zetas reclutano le bande locali per fare i lavori più sporchi: a ogni pandillero (membro della gang) offrono 15 mila quetzales al mese (quasi 1.500 euro), una vera fortuna da queste parti.
Guai poi a rifiutare. Il massacro dello scorso maggio, in cui i trafficanti hanno trucidato 27 contadini inermi nel Petén, è stato un esempio “eloquente” della sorte in cui incorrono gli “indisciplinati”. Uno sconcertante rapporto della Commissione internazionale contro l’impunità in Guatemala ha rivelato che il 60 per cento del territorio sarebbe sotto controllo dei narcos. Che corrompono sistematicamente poliziotti, militari e funzionari statali. Di fronte alla “narco-invasione”, le istituzioni sembrano impotenti. Inerzia e impunità – come un perverso circolo vizioso – permettono alla violenza di crescere. A dismisura. Appena il 2 per cento dei responsabili viene condannato. Gli altri restano liberi. La mancanza di giustizia esaspera i cittadini. E la rabbia, spesso, li spinge a “farsi giustizia” da soli. L’anarchia preoccupa anche gli Usa che, nelle ultime settimane, hanno più volte lanciato l’allarme.
La sicurezza – o meglio la sua assenza – è anche il tema centrale attorno a cui ruota la campagna per il ballottaggio presidenziale. Domenica, i guatemaltechi sceglieranno tra i due candidati della “mano dura”. L’ex generale Otto Pérez Molina, del conservatore Partito patriottico, al primo turno, ha ottenuto il 36 per cento dei consensi proprio sull’onda dello slogan «Urge il pugno di ferro». Il rivale, l’imprenditore Manuel Baldizón – che ha avuto il 23 per cento – ha fatto della reintroduzione della pena di morte il suo cavallo di battaglia.
Proposte populiste che, però, lasciano scettici buona parte degli esperti. Senza una riforma della giustizia, una seria lotta alla corruzione, uno sforzo per combattere le miseria (la metà della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno) – affermano Ong, attivisti per i diritti umani e analisti – è improbabile che la “mano dura” arresti la violenza. L’esempio messicano – 50 morti in 5 anni – lo dimostra.