Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  novembre 03 Giovedì calendario

Lucio Colletti, il filosofo comunista che divenne senatore di Forza Italia - Chissà se a qualcuno dei protagonisti del dibattito di queste settimane sul tema del postmoderno e della sua presunta fine e alternativa neorealista sia venuto in mente il nome di Lucio Colletti, il filosofo morto giusto dieci fa, il 3 novembre 2001, all’età di 76 anni, mentre faceva il bagno alle terme di Venturina? Nessuno infatti come lui si era arrovellato per tutta la vita, e con una finezza e una profondità intellettuale che oggi non è dato riscontrare, sui temi del rapporto fra pensiero e essere, fra logica e realtà

Lucio Colletti, il filosofo comunista che divenne senatore di Forza Italia - Chissà se a qualcuno dei protagonisti del dibattito di queste settimane sul tema del postmoderno e della sua presunta fine e alternativa neorealista sia venuto in mente il nome di Lucio Colletti, il filosofo morto giusto dieci fa, il 3 novembre 2001, all’età di 76 anni, mentre faceva il bagno alle terme di Venturina? Nessuno infatti come lui si era arrovellato per tutta la vita, e con una finezza e una profondità intellettuale che oggi non è dato riscontrare, sui temi del rapporto fra pensiero e essere, fra logica e realtà. Anzi, a ben vedere, è proprio questo il tema capitale, il filo rosso, che lega le varie fasi della sua riflessione, che mai è stata puro esercizio intellettualistico ma sempre forte impegno esistenziale ed etico-politico. Per affrontarlo, egli in verità si era messo sulle spalle di giganti, tanto che la sua opera può essere considerata una vasta esercitazione sul pensiero moderno, a cominciare dai suoi due massimi esponenti, Kant ed Hegel. Nonché da un terzo convitato che si poneva teoricamente a cavallo dei due e che Colletti finì per eleggere a suo maestro: quel Marx che, in polemica con lo storicismo predominante nel marxismo italiano (la linea De Sanctis-Croce-Gramsci-Togliatti), egli tentò di sottrarre alla scia hegeliana per ricondurlo invece nell’alveo kantiano. Senonché Kant per Colletti, che in questo si avvaleva della lettura del suo maestro Galvano Della Volpe (ma anche a suo dire delle suggestioni del Lenin di Materialismo ed empiriocriticismo), era stato un maestro di realismo ed empirismo: tenendo rigorosamente separato il campo dell’essere da quello del pensiero, aveva in qualche modo dato una giustificazione teoretica alla logica di quelle scienze naturali che a dire di Colletti avevano fatto grande, anche nel senso dell’emancipazione sociale, l’epoca della modernità. In quest’ottica, Marx diventava il “Galileo delle scienze morali”, vale a dire colui che si era sforzato, contro la riduzione soggettivistica hegeliana, di includere il mondo umano nell’oggettività storico-naturale. Il che in verità comportava un doppio fraintendimento interpretativo, come egli stesso avrebbe messo in luce nella fase matura del suo pensiero, cioè la sottovalutazione di due aspetti che sarebbero emersi prepotentemente mettendo in crisi l’intero castello di pensiero da Colletti costruito: da una parte in Marx non può assolutamente essere espunto il momento hegeliano, l’affidamento ad una logica, quella dialettica, che è altro dallo logica naturalistica delle scienze empiriche; dall’altra, lo stesso Kant ha a un certo punto superato il presupposto dualistico attingendo con l’intuizione dell’Io penso, o appercezione trascendentale, il punto archimedeo su cui si regge ogni costruzione idealistica. Colletti, che era stato partigiano a Roma e si era avvicinato giovanissimo al Partito d’Azione, si era laureato alla Sapienza (dove poi sarebbe stato come professore maestro di molte generazioni) con Carlo Antoni con una tesi su La logica di Croce. Presa la tessera del PCI nel 1949, nel ’56 egli fu fra gli estensori, a casa di Luciano Cafagna, del “manifesto dei 101” che condannava senza mezzi termini l’invasione sovietica dell’Ungheria. Al contrario di molti dei promotori, dopo la secca replica del gruppo dirigente, Colletti non lasciò il partito. Fu anzi chiamato a dirigere, insieme a Della Volpe e Petranera, la rivista Società (1957-62), su cui pubblicò saggi che gli avrebbero fatto assumere fama internazionale negli studi marxiani. Volumi come Ideologia e società e Il marxismo e Hegel (1969) sono il frutto maggiore della fase marxista del suo pensiero. Una fase che aveva avuto una radicalizzazione, in un senso antisovietico e antioccidentale insieme, negli anni precedenti il ’68, quando Colletti fondò e diresse la rivista La sinistra. Ma qualcosa andava lentamente mutando nel suo pensiero: con il tempo egli si rendeva conto che in Marx non c’era stata mai una vera resa dei conti con l’individualismo borghese, con l’idea di democrazia rappresentativa e di Stato di diritto. Anzi, in lui, mancava del tutto una teoria dello Stato in nome della sua futura abolizione e di una idea di democrazia diretta che aveva ereditato da Rousseau e che sarebbe confluita pari pari nell’attivismo leninista. L’ammissione ufficiale della crisi teoretica e politica giunse con la pubblicazione di una lunga intervista politico-filosofica sulle pagine della New Left Review prima e per i tipi di Laterza poi (1976). Il resto è storia dell’oggi. Colletti aderì dalla sua fondazione a Forza Italia, diventando anche senatore. Era il suo modo di rispondere al Tramonto delle ideologie (1980): clamoroso ed enfatico. Ma in verità a Colletti era crollato un mondo, non un’idea, e il suo orizzonte era ormai quello di un amaro e cinico disincanto. «Si profila ormai - scriveva nel 1996 - una cultura post-filosofica e post-scientifica che è pura chiacchiera o intrattenimento». E in essa non c’è più spazio adeguato per la solidità di pensiero.