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 2011  novembre 03 Giovedì calendario

CRISI ALLA CATALANA

Un venerdì mattina Carme si è presentata all’ospeda­le Vall d’Hebron senza sa­pere che quel giorno c’era ’qual­cosa che non andava’: uno dei centri medici più grandi di Bar­cellona semplicemente era chiu­so. Porte sbarrate, quasi tutto il personale fuori servizio. Funzio­nava solo il pronto soccorso. La ragione? Obbligo di risparmiare. Tutti gli ospedali pubblici della Catalogna resteranno serrati al pubblico per almeno cinque giorni l’anno: lo ha deciso – fra mille polemiche – la Generalitat, il governo regionale. L’ospedale Dos de Mayo, a pochi passi dalla Sagrada Familia, è in fase di smantellamento. Non ci sono la­vori in corso: non riaprirà più, co­sta troppo all’amministrazione.

La Catalogna è la prima comu­nità autonoma spagnola ad ap­plicare i duri tagli imposti dagli o­biettivi di deficit fissati dal go­verno centrale. L’Europa osserva Madrid, che osserva le sue regio­ni e i suoi municipi: stop agli ec­cessi di indebitamento, tuona o­ra la Spagna. Nota per le storiche correnti cen­trifughe, ma anche per l’alto red­dito e l’alta qualità di vita che ha raggiunto negli ultimi decenni, la Catalogna – una delle regioni iberiche più amate dagli stranie­ri (soprattutto italiani) – si sta tra­sformando in una sorta di labo­ratorio involontario di ciò che potrebbe accadere in tutto il Pae­se. Tagli, tagli, tagli. In pentola bollono grossi cambiamenti, che poco a poco cominciano a veni­re a galla. La Generalitat punta a ridurre il deficit pubblico dal 4,22% (8 miliardi e 352 milioni di euro) al 2,66%.

Polo d’attrazione di investimen­ti internazionali per start-up e imprese tecnologiche, punta d’a­vanguardia industriale, città di riferimento per la moda e il de­sign, anche Barcellona – dietro allo scintillio – è costretta a strin­gere la cinghia. Nel frattempo gli scioperi e le proteste dei camici bianchi si moltiplicano. «La sanità catala­na è considerata la quinta mi­gliore a livello mondiale e la ter­za in Europa», dice ad Avvenire il segretario generale del sindaca­to Medici della Catalogna, Anto­ni Gallego. Ma questo modello è in pericolo, secondo i suoi espo­nenti: «Temiamo ci sia la volontà di privatizzare in tutta la Spa­gna ». Quest’anno il budget riser­vato al settore sanitario catalano (con un deficiti di oltre 900 mi­lioni) verrà ridotto del 10%. L’I­stituto regionale della sanità de­ve risparmiare 77 milioni di eu­ro, 45 dei quali peseranno sul personale.

Durante l’estate vi sono state le ’prove generali’ delle sforbicia­te: 1.300 posti letto in meno, il 40 per cento delle sale operatorie te­nute ferme nel pomeriggio, 58 pronto soccorso notturni chiusi temporaneamente. «Il rischio c’è ed è reale. È come trasformare un televisore di ultima generazione con tecnologia Led in una tv in bianco e nero», dice Gallego. E aggiunge: «Noi medici siamo ve­ramente indignati».

Il problema sono la sovrastrut­tura e la burocrazia raddoppiata anche a causa delle logiche au­tonomistiche, spiegano econo­misti ed esperti. Le autorità ten­tano la razionalizzazione, a loro avviso è ormai indispensabile. Ma i camici bianchi non accet­tano quest’improvvisa e drasti­ca cura dimagrante: «Vogliamo negoziare». I tagli sanitari sono i più visibili, ma il governo regio­nale di Artur Mas (del Ciu, i na­zionalisti moderati di centro) cerca di risparmiare su tutti i fronti, dalle auto blu allo stipen­dio dei deputati catalani (5.500 euro in meno l’anno), passando per l’istruzione.

Ogni giorno il settore pubblico regionale dice adios a cinque la­voratori (con contratto a termi­ne): una riduzione che ha con­tribuito inevitabilmente a incre­mentare la cifra dei disoccupati catalani, ormai lievitati a 742.000 (in tutta la Spagna sono 5 milio­ni). Nella regione ci sono oltre 194.000 famiglie in cui tutti i membri – genitori, figli – sono senza lavoro.

A livello nazionale la campagna elettorale è ormai entrata nel vi­vo. I socialisti (Psoe) – dati per perdenti da tutti i sondaggi – ac­cusano il centrodestra (Partito popolare) di voler realizzare dra­stici tagli al welfare, a colpi di pri­vatizzazioni. Il Pp nega, ma i ta­gli inevitabilmente ci saranno: del resto li ha cominciati proprio il governo socialista uscente di José Luis Rodriguez Zapatero.

La Catalogna diventerà l’esem­pio da seguire? «Non penso che ciò si stia facendo venga messo in atto con questa finalità», spiega ad Avvenire Guillem Lopez Casa­snovas, professore dell’Univer­sità Pompeu Fabra, noto esperto di economica sanitaria e consi­gliere indipendente della Banca di Spagna. Ma la comunità cata­lana «ha il migliore know-how clinico, accademico e di analisti per poter formulare proposte in­novative di riforma del Welfare». Anche se involontariamente – ag­giunge l’economista – «è proba­bile che alcune di queste formu­le siano un anticipo di ciò che do­vrà fare il resto della Spagna do­po le elezioni del 20 novembre». Se i catalani sono i primi a pas­sare dalle parole ai fatti, anche il resto delle 16 comunità autono­me spagnole ha annunciato una stretta per rispettare gli obiettivi del deficit: dalle Baleari alla Na­varra, passando per la Galizia. In complesso, le sforbiciate regio­nali per il 2012 riguarderanno 5 miliardi di euro. Finito il ’mira­colo economico’, alle comuni­dades non resta che rimettersi in riga e risparmiare.