Michela Coricelli, Avvenire 3/11/2011, 3 novembre 2011
CRISI ALLA CATALANA
Un venerdì mattina Carme si è presentata all’ospedale Vall d’Hebron senza sapere che quel giorno c’era ’qualcosa che non andava’: uno dei centri medici più grandi di Barcellona semplicemente era chiuso. Porte sbarrate, quasi tutto il personale fuori servizio. Funzionava solo il pronto soccorso. La ragione? Obbligo di risparmiare. Tutti gli ospedali pubblici della Catalogna resteranno serrati al pubblico per almeno cinque giorni l’anno: lo ha deciso – fra mille polemiche – la Generalitat, il governo regionale. L’ospedale Dos de Mayo, a pochi passi dalla Sagrada Familia, è in fase di smantellamento. Non ci sono lavori in corso: non riaprirà più, costa troppo all’amministrazione.
La Catalogna è la prima comunità autonoma spagnola ad applicare i duri tagli imposti dagli obiettivi di deficit fissati dal governo centrale. L’Europa osserva Madrid, che osserva le sue regioni e i suoi municipi: stop agli eccessi di indebitamento, tuona ora la Spagna. Nota per le storiche correnti centrifughe, ma anche per l’alto reddito e l’alta qualità di vita che ha raggiunto negli ultimi decenni, la Catalogna – una delle regioni iberiche più amate dagli stranieri (soprattutto italiani) – si sta trasformando in una sorta di laboratorio involontario di ciò che potrebbe accadere in tutto il Paese. Tagli, tagli, tagli. In pentola bollono grossi cambiamenti, che poco a poco cominciano a venire a galla. La Generalitat punta a ridurre il deficit pubblico dal 4,22% (8 miliardi e 352 milioni di euro) al 2,66%.
Polo d’attrazione di investimenti internazionali per start-up e imprese tecnologiche, punta d’avanguardia industriale, città di riferimento per la moda e il design, anche Barcellona – dietro allo scintillio – è costretta a stringere la cinghia. Nel frattempo gli scioperi e le proteste dei camici bianchi si moltiplicano. «La sanità catalana è considerata la quinta migliore a livello mondiale e la terza in Europa», dice ad Avvenire il segretario generale del sindacato Medici della Catalogna, Antoni Gallego. Ma questo modello è in pericolo, secondo i suoi esponenti: «Temiamo ci sia la volontà di privatizzare in tutta la Spagna ». Quest’anno il budget riservato al settore sanitario catalano (con un deficiti di oltre 900 milioni) verrà ridotto del 10%. L’Istituto regionale della sanità deve risparmiare 77 milioni di euro, 45 dei quali peseranno sul personale.
Durante l’estate vi sono state le ’prove generali’ delle sforbiciate: 1.300 posti letto in meno, il 40 per cento delle sale operatorie tenute ferme nel pomeriggio, 58 pronto soccorso notturni chiusi temporaneamente. «Il rischio c’è ed è reale. È come trasformare un televisore di ultima generazione con tecnologia Led in una tv in bianco e nero», dice Gallego. E aggiunge: «Noi medici siamo veramente indignati».
Il problema sono la sovrastruttura e la burocrazia raddoppiata anche a causa delle logiche autonomistiche, spiegano economisti ed esperti. Le autorità tentano la razionalizzazione, a loro avviso è ormai indispensabile. Ma i camici bianchi non accettano quest’improvvisa e drastica cura dimagrante: «Vogliamo negoziare». I tagli sanitari sono i più visibili, ma il governo regionale di Artur Mas (del Ciu, i nazionalisti moderati di centro) cerca di risparmiare su tutti i fronti, dalle auto blu allo stipendio dei deputati catalani (5.500 euro in meno l’anno), passando per l’istruzione.
Ogni giorno il settore pubblico regionale dice adios a cinque lavoratori (con contratto a termine): una riduzione che ha contribuito inevitabilmente a incrementare la cifra dei disoccupati catalani, ormai lievitati a 742.000 (in tutta la Spagna sono 5 milioni). Nella regione ci sono oltre 194.000 famiglie in cui tutti i membri – genitori, figli – sono senza lavoro.
A livello nazionale la campagna elettorale è ormai entrata nel vivo. I socialisti (Psoe) – dati per perdenti da tutti i sondaggi – accusano il centrodestra (Partito popolare) di voler realizzare drastici tagli al welfare, a colpi di privatizzazioni. Il Pp nega, ma i tagli inevitabilmente ci saranno: del resto li ha cominciati proprio il governo socialista uscente di José Luis Rodriguez Zapatero.
La Catalogna diventerà l’esempio da seguire? «Non penso che ciò si stia facendo venga messo in atto con questa finalità», spiega ad Avvenire Guillem Lopez Casasnovas, professore dell’Università Pompeu Fabra, noto esperto di economica sanitaria e consigliere indipendente della Banca di Spagna. Ma la comunità catalana «ha il migliore know-how clinico, accademico e di analisti per poter formulare proposte innovative di riforma del Welfare». Anche se involontariamente – aggiunge l’economista – «è probabile che alcune di queste formule siano un anticipo di ciò che dovrà fare il resto della Spagna dopo le elezioni del 20 novembre». Se i catalani sono i primi a passare dalle parole ai fatti, anche il resto delle 16 comunità autonome spagnole ha annunciato una stretta per rispettare gli obiettivi del deficit: dalle Baleari alla Navarra, passando per la Galizia. In complesso, le sforbiciate regionali per il 2012 riguarderanno 5 miliardi di euro. Finito il ’miracolo economico’, alle comunidades non resta che rimettersi in riga e risparmiare.