Giuseppe Pollicelli, Libero 3/11/2011, 3 novembre 2011
«DAI POLIZIOTTESCHI AI GIALLI ROMA È ANCORA VIOLENTA»
Prolifico maestro del cinema di genere, riconosciuto e ammirato come tale da registi quali Quentin Tarantino e Tim Burton che ne apprezzano sia i film polizieschi (da “Milano odia: la polizia non può sparare” a “Roma violenta”) sia i thriller (“Orgasmo”, “Paranoia”, “Sette orchidee macchiate di rosso” ecc.), Umberto Lenzi ha rivelato da alcuni anni anche una fervida vena di giallista. Sono infatti ben quattro (e ne esiste un quinto ancora inedito ma già ultimato) i romanzi da lui pubblicati che hanno per protagonista Bruno Astolfi, aitante investigatore privato con un debole per le donne, le sigarette e il Fernet. Ambientato nel luglio del 1945, in una Roma appena liberata, il quarto capitolo del ciclo, dal titolo Scalera di sangue (Coniglio, pp. 200, euro 12), sarà presentato dall’autore sabato prossimo alle 20.30 presso la Sala Ariberto del Teatro Unitre di Milano (via Crespi 9).
Cosa significa Scalera?
«La Scalera Film era un complesso di stabilimenti cinematografici di proprietà dei fratelli Salvatore e Michele Scalera, i quali, dopo essersi arricchiti con gli appalti stradali in Africa, l’avevano fondata nel 1938 a Roma, presso la Circonvallazione Appia, rilevando le vecchie strutture del produttore Giuseppe Barattolo».
Fino a quando è esistita?
«Fino al 1953. Poi fu messa in liquidazione e gli stabilimenti passarono alla Titanus, ma nei primi anni ’60, a causa di problemi finanziari, vennero demoliti. L’idea degli Scalera, supportata economicamente dalle banche legate al Partito fascista, non era peregrina: creare la prima casa di produzione cinematografica italiana che si basasse sulla realizzazione di film a ciclo continuo, in stabilimenti di ripresa propri e con attori e tecnici scritturati in esclusiva, come facevano le major Usa. La Scalera produsse film importanti, da “Noi vivi”di Alessandrini a “I bambini ci guardano”di De Sica».
Anche in questo quarto romanzo il detective Astolfi interagisce con celebri nomi della cultura e dello spettacolo, da Mario Camerini a Vasco Pratolini, da Renato Guttuso a un giovane Fellini.
«Mi diverte utilizzare queste grandi figure del passato recente. È una forma di omaggio a personalità di spessore, ma è anche un espediente funzionale al realismo delle storie che racconto».
Il passaggio dalla macchina da presa alla scrittura è stato indolore o il set ti manca?
«È stato fisiologico, innanzi tutto per ragioni di età e di salute (ho appena compiuto 80 anni e soffro di pressione alta), e devo dire che mi viene un po’ di nostalgia del set solo quando a Ostia, dove vivo, m’imbatto nei camion coi gruppi elettrogeni. Comunque, ritengo che scrivere romanzi sia fare cinema con altri mezzi».
Con la saga di Astolfi provi a offrire uno spaccato veritiero e inedito di un periodo fondamentale della storia italiana.
«Sì, ma ci tengo a sottolineare che l’oggetto della mia indagine sono gli umili, gli ultimi, la gente comune. Al di là dell’intreccio e dei colpi di scena, ciò che m’interessa, più che la storia, è la “microstoria”. Quella che di solito viene esaminata (e raccontata) poco e male. Del resto, se non avessi fatto il regista sarei stato un professore di storia contemporanea. Il periodo che conosco meglio è quello della Guerra civile spagnola. Penso di essere il maggior esperto italiano, è una specie di ossessione per me. A volte frequento anche un forum in spagnolo, ma mi capita di litigare perché lì dentro sono quasi tutti comunisti, mentre io sono un anarchico!».
A proposito di comunisti, la critica cinematografica di sinistra non è mai stata tenera con te.
«No. Purtroppo negli anni ’60 e ’70 c’erano dei forti pregiudizi ideologici e addirittura l’intellighenzia arrivò darmi del fascista per i miei film con i poliziotti. Proprio a me che sono convintamente di sinistra!».
L’anarchismo è un’eredità familiare?
«Assolutamente no, mio padre era fascista e due miei zii paterni parteciparono alla Marcia su Roma. Le mie idee politiche le ho maturate autonomamente a cominciare dagli anni del liceo, ragionando e osservando la realtà. E così sono diventato anarchico. E ateo».
Perché oggi, in Italia, il cinema di genere è scomparso?
«Perché i generi li fa la televisione, con le fiction e le serie. Ma li fa in modo annacquato, per rincretinire e consolare meglio la massa degli spettatori. Il modo in cui si gira oggi, poi, non mi piace affatto. Quando giravo io, facevo carrelli anche di 10-15 metri e contemporaneamente tenevo d’occhio l’operatore di macchina, badavo che il carrello arrivasse a destinazione assieme all’attore, mi accertavo che l’attore recitasse decentemente... Poi, una volta dato lo stop, sapevo già se una scena era venuta bene o se c’era qualcosa da rifare. Adesso ci sono i maledetti monitor e così i registi sono diventati ostaggio di chi recita. Alla fine del ciak l’attore o l’attrice vogliono rivedersi e magari ti costringono a rifare una scena solo per un capello fuori posto o una smorfia poco telegenica. Non comanda più il regista, comandano loro».
Forse, se durante la tua lunga carriera avessi girato qualche film commerciale in meno, avresti acquisito la reputazione di un Rosi o di Damiano Damiani: ci pensi mai?
«Sì, ma non sono pentito di quello che ho fatto. Vengo da una famiglia indigente della Maremma e ho sofferto la fame: se me lo avessero proposto avrei girato anche l’elenco del telefono. La paura di tornare povero non mi ha abbandonato mai, neppure quando mi è capitato di avere tanti soldi in tasca. E poi ero un drogato della macchina da presa: se non facevo un film dietro l’altro stavo male, non sarei mai potuto rimanere due-tre anni lontano dal set».
Giuseppe Pollicelli