Malcom Pagani, Andrea Scanzi, il Fatto Quotidiano 3/11/2011, 3 novembre 2011
AVANZINI, IL ROTTAMATORE DELL’EDITORIA
Vede quest’orologio?”. Pausa calcolata. “Ecco, è passato un minuto. In 60 secondi, ho venduto 40 copie”. Raffaello Avanzini ha meno di 40 anni, la barba lunga e le idee chiare. Nella casa editrice fondata da suo padre Vittorio nel ’69, lavora da quando ha 19 anni. Newton Compton agita il mercato, impone sconosciuti nelle classifiche di settore (già 4 dall’inizio del 2011), è prima nel pionieristico mercato dell’ebook e alimenta l’odio dei concorrenti. “Ho buoni rapporti con tutti, ma del contrario non posso essere certo. A chiederci di cedere sono venuti in tanti. I gruppi che governano il sistema ci hanno offerto 30 milioni di euro. Abbiamo sempre rifiutato, speriamo di non dover-cene pentire”. Quindici dipendenti, 5 collaboratori, una struttura agile che occupa militarmente le librerie. L’eleganza è un’opinione. Titoli e fascette teppistici: “Il libro che la tua chiesa non ti farebbe mai leggere”, prezzi bassissimi, trionfo di vendite che irrita i puristi. Gli Avanzini’s sono colti. Laureati. Consapevoli.
FUORI dal loro ufficio romano nel cuore dei Parioli, però, vengono descritti dai concorrenti come arrivisti, spietati e cafoni. Pronti a vendere la madre per vincere il Premio Strega di cui, sostengono i più, possiedono un pacchetto di 60 voti spendibile di volta in volta con il miglior offerente. “L’invidia è sempre fuori dalla porta” attenua Vittorio, figlio di un funzionario della Sip, l’uomo che accese la scintilla: “Diamo fastidio, ma non controlliamo niente. Se davvero gestissimo decine di voti, vinceremmo lo Strega ogni anno e ci piacerebbe molto. Non nego”. Avanzini padre, racconta l’erede, colse l’intuizione della vita a fine anni ’60: “Nelle pieghe del diritto d’autore scoprì che a dieci anni dalla morte dello scrittore, ogni opera era da considerarsi libera”. Così piovvero senza esborsi per l’editore, Marx e Freud, Neruda e Prévert. I tanti maestri da bancarella poi venduti a mille lire, quando Newton si infilò rapida nel filone inventato da quel genio pazzo di Marcello Baraghini. Anche per Newton c’è stato un prima e un dopo. Era il regno dei tascabili e degli eterni tomi da duemila pagine da mettere in mostra per le ospiti (in luogo del Guerin Sportivo) come nelle tavole di Andrea Pazienza. “Tutte le opere di William Shakespeare” in un comodo cofanetto, che a guardarlo sembrava accessibile (e il prezzo lo confermava) ma che a tenerlo in mano pesava più del piombo. E la colla cedeva quasi subito. Oggi che è cambiato molto, se non tutto, rimangono le doti di avamposto “proletario” che apre ai meno abbienti le porte della grande letteratura (e della percezione, per rimasticare Huxley). Non mutano le copertine tamarre (“Dissento, le definirei di ispirazione anglosassone”; Avanzini si difende come il miglior Carlo Mazzone) e men che meno l’accozzaglia cromatica, spesso degna di un daltonico perverso. Il presente ha imposto cambiamenti e Newton Compton si è adeguata. Collane fighette come “101”, manuali scritti per un pubblico che di solito non legge (e per questo è intimamente titillato da titoli nella scia di “101 modi per diventare bella, milionaria e stronza”).
GLI ESORDIENTI non possono più spedire i manoscritti inediti, come capitava fino a due anni fa: anche alla Newton Compton è tempo di cernita spietata, di agenti letterari, di inaccessibilità. Da una parte si pubblica a raggiera – manuali, saggistica, narrativa, ricette – e dall’altra ci si veste dell’aria sostenuta di chi si presenta povero, ma in realtà non ignora come tirarsela. Gli autori sono mediamente contenti del trattamento ricevuto, ma chiedono l’anonimato e fanno notare che ogni mese la casa editrice sceglie uno o due nomi su cui puntare: per gli altri, come accade anche altrove, è giungla. Ora si investe sui thriller, sulla storia vera di Denis Avey che si fece recludere volontariamente ad Auschwitz e su Marcello Simoni, ex bibliotecario di Comacchio: il suo Mercante di libri maledetti, quasi 200.000 copie vendute, scimmiotta Umberto Eco. Avanzini concede: “Il paragone è improprio”, ma dietro gli occhi tradisce gioia. Se Simoni rinverdisce i fasti de Il divoratore, Il libro segreto di Dante, Un regalo da Tiffany e L’infiltrato, le copertine rimangono di fiera bruttezza. E la titolazione è una boa per rimanere a galla. Gli strilli ancheggiano tra la citazione del best-seller perduto e il rimando all’attualità più pop (esempio: E intanto Vasco Rossi non sbaglia un disco). Newton Compton continua a vivere e lottare in mezzo a noi. Meno massimalista degli esordi e prossima piuttosto al riformismo liberista (chissà, magari piacerà a Matteo Renzi). Un’evoluzione molto più dignitosa di altre, figlia secondo Avanzini jr di una struttura ecosostenibile: “Gli altri non ce la fanno. Le grandi editrici devono pagare anche lo stipendio dell’amministratore delegato. Follie alle quali ci sottraiamo volentieri”. Poi saluta. Sul tavolo l’Ulisse, strenna del 2012. Avanzini sorride. Libera volpe in libero pollaio, avrebbe detto Joyce.