Libero 30/10/2011, 30 ottobre 2011
L’EROE DELLA Xª MAS DIMENTICATO DALL’ITALIA
È una vergogna. Una testimonianza, ulteriore, di come l’Italia abbia serie difficoltà a progettare il proprio futuro se non riesce neppure a tutelare le proprie radici. Questa è una storia che deve obbligare tutti a una riflessione profonda sul significato dell’essere italiani. C’è una casa alla foce del Serchio, tra Viareggio e Marina di Pisa, che cade in rovina. Odora di eroi e gesta condannati all’oblio dalla pochezza quotidiana. Qui si stabilì dal 1936 al 1943 il nucleo segretissimo di assaltatori subacquei della Prima flottiglia Mas (dal 1941 denominata Decima flottiglia Mas). Il reparto italiano che fece disperare gli inglesi che non riuscivano a capire come fosse articolato, dove si addestrasse, come fosse giunto a elaborare tattiche e tecnologie belliche tanto irrazionali quanto geniali. Ma soprattutto efficaci. In questo casolare i primi incursori della Regia Marina, simili agli Uomini gamma, si preparavano per le azioni contro le navi inglesi (non contro gli equipaggi), dove il nemico si sentiva invulnerabile, cioè nei porti. Si sottoponevano a esercitazioni subacquee notturne al limite della resistenza fisica, impratichendosi di armi segrete quali il siluro a lenta corsa (Slc), passato alla storia col simpatico appellativo di maiale. Fu Teseo Tesei (Maggiore del Genio navale della Regia Marina, con brevetto di palombaro, un elbano di Marina di Campo, fiorentino d’adozione) a battezzarlo così. Un giorno, al rientro da un’esercitazione, riferendosi al grugnito prodotto da un vortice d’acqua sotto la testa esclamò: «Ma lega un po’ sto maiale!». Ne aveva tutto il diritto: era la sua creatura, concepita e realizzata in pochi mesi assieme all’amico Elios Toschi, compagno all’Accademia navale, fratello d’armi, e a un pugno di infaticabili meccanici. Un siluro spinto da motore elettrico, modificato per esser cavalcato e timonato da due uomini. (...) Qui sul fiume Serchio si plasmò un sentire comune, una profonda forma di cameratismo tra uomini che lottavano pronti al sacrificio supremo. Per la patria. Quel codice etico fu chiamato lo Spirito del Serchio. La cosa straordinaria è che questi audaci mettevano a punto gli avveniristici e letali Slc all’interno del casolare (che oggi casca a pezzi), mentre a pochi metri una contadina badava all’aia, al porcile e ai bambini mentre i cani scorrazzavano e i pescatori di un vicino villaggio, sospesi tra l’ignaro e l’accondiscendente, riparavano pacificamente le loro reti, misteriosamente squarciate durante la notte. Chissà come mai.
I nostri scrissero pagine di puro eroismo, per l’Italia che amavano sopra ogni cosa. Teseo Tesei era il primo fra loro. Per inventiva, audacia, vivacità spirituale. Lui che a 15 anni era entrato nell’Accademia di Livorno, che aveva studiato con profitto ingegneria navale a Napoli e che aveva anticipato, di circa 30 anni, l’impresa del Nautilus ideando una strategia per attraversare la calotta polare. Tesei era così. Andava in azione con il tricolore piegato e sistemato in una tasca cucita appositamente sul petto: in caso di morte (questo il messaggio) che gli inglesi sappiano chi sono gli italiani. Il vecchio casino di caccia di Bocca di Serchio ha ottenuto solo nel 2008 la tutela dal ministero per i Beni e le attività culturali, è sottoposto a un vincolo storico-artistico che rende difficoltoso qualsiasi intervento per contrastare gli effetti del tempo e delle intemperie. Il tetto rischia di crollare da un momento all’altro. Tutto ciò nel disinteresse dell’amministrazione e del Paese intero che, a prescindere dall’orientamento politico, dovrebbe onorare chi era pronto a sacrificare la vita per difendere valori come patria e libertà, non negoziabili, di cui certa retorica ama gonfiarsi le guance. E finisce così che si gettano denari in targhe commemorative e monumenti, ma di fronte a un tempio celebrativo della potenza dello spirito umano e di ciò che esso può portare a compimento se crede fermamente in qualcosa, ci si gira dall’altra parte. Dovrebbe vergognarsi, sempre ne sia capace, chi potrebbe fare qualcosa e invece glissa. L’Anaim (Associazione nazionale arditi incursori di Marina) da anni lotta per ridare a questo posto il decoro che merita, con la speranza che un giorno possa diventare un museo dedicato alla storia degli incursori di Marina.
Che è poi la nostra storia. Cosa peraltro che sarebbe già avvenuta in qualsiasi altro Paese civile. Deplorevole il fatto che la stessa Marina militare non muova un dito per risollevare le sorti di quella che fu la base dei suoi primi assaltatori, i precursori dalle cui radici nacque il Comsubin, il Comando raggruppamento subacquei e incursori Teseo Tesei (una componente delle nostre forze speciali). Fu Gino Birindelli in qualità di suo primo comandante a volere che si chiamasse così. La dedica a un amico, un cavaliere, l’esempio. Valori scomodi in questa nostra povera italietta: senso del dovere, spirito di abnegazione, amor di patria (sì, con la p minuscola, come direbbe Tesei la P maiuscola è per i palloni gonfiati del patriottismo). Potranno rinnegare la storia, ma questo riguarda solo loro e chi li sta ad ascoltare: non potranno mai cambiarla. Essa è come lo spirito. Racconta Tesei nel suo testamento spirituale, in quella lettera che precedette l’ultima azione: «Occorre che tutto il mondo sappia che ci sono degli italiani che si recano a Malta nel modo più temerario. Se affonderemo qualche nave o no poco importa; quel che conta è che si sia capaci di saltare in aria con il nostro apparecchio sotto gli occhi degli inglesi, avremo indicato ai nostri figli e alle future generazioni a prezzo di quali sacrifici si serva il proprio ideale e per quali vie si pervenga al successo... Ricorda che lo spirito non muore con la morte». (...)
Dichiarato, in seguito a una visita medica del medico Falcomatà «inidoneo a sommozzare per sei mesi per grave vizio cardiaco», accolse il verdetto con lo spirito indomito: inaccettabile. Assaltare Malta, quella sì che era una pazzia. In cuor loro tutti lo sapevano. Soprattutto Tesei: qualche mese prima, parlando sul ponte della torpediniera Calipso con l’amico Toschi rifletteva: «Siamo del resto vicini a Malta, quella sarà la base nemica più importante da attaccare, proprio perché la riuscita è praticamente impossibile ». Doveva assolutamente averne la prova. La sua missione consisteva nel far saltare in aria la rete metallica difensiva che pende dal ponte di Sant’Elmo (Breakwater viaduct), posto all’imboccatura del porto della Valletta con la carica esplosiva del maiale. Avrebbe aperto la via ai nove barchini esplosivi che attendevano nell’oscurità, 1.000 metri al largo, pronti a scagliarsi contro le unità ormeggiate. I soliti dannati imprevisti, avarie a un maiale, il ritardo si fece fortissimo. L’eroe Tesei decise di muovere lo stesso, con queste ultime parole: «Io parto da solo. Alle quattro e mezza la rete deve saltare e salterà. Se sarà tardi spoletterò al minuto». È il guerriero che si immola. Il cavaliere che parte per l’ultima carica. Come precisa Toschi: «Per dimostrare ai tiepidi, ai tranquilli, agli inseguitori del solo benessere materiale, agli intrigati della carriera, che il romanticismo del coraggio e della morte vive ancora».