Giulia Cazzaniga, Libero 30/10/2011, 30 ottobre 2011
MR BRUGOLA: CON L’EURO L’ITALIA S’È FERMATA
Suo padre, Egidio, ha inventato l’attrezzo e l’ha chiamato con il suo cognome. Giannantonio Brugola oggi è a capo dell’azienda di famiglia, la Oeb, azienda con sede a Lissone che quest’anno arriverà ai «100 milioni di fatturato». Parla cinque lingue, il Cavaliere del Lavoro Brugola. E condisce il suo brianzolo con colorite espressioni, unica censura in questa intervista.
Brugola, ha sentito cos’ha detto Berlusconi sull’euro?
«È una vita che io lo dico: sono dieci anni che l’Italia non progredisce, guarda caso sono dieci anni che siamo nell’euro».
Si dice lei non venda nulla in Italia, che esporti tutto, è vero?
«Sissignora, ma ci provi lei. Parlo della Germania perché è fondamentale: se non avessimo quel mercato saremmo come l’Albania. Ma lo sa che per portare nel mondo l’alta tecnologia, bisogna scontrarsi con la diffidenza che provano nei nostri confronti?».
Per le vicende del nostro premier?
«Ma non diciamo stupidaggini. Se esporti moda, scarpe, cravatte e vestiti, è un conto. Ma per chi produce altro c’è il pregiudizio: gli italiani sono pizza, mandolino e mafia da decenni».
E questo cosa c’entra con l’euro?
«Per gli italiani esportare è come presentarsi alla finale dei 100 metri alle Olimpiadi e aver piazzati 30 chili sulle spalle. E la stessa zavorra ci è stata messa con l’euro. Ci hanno imposto un cambio che ci ha tagliato le gambe. Era al massimo 1.200, 1.300 lire. Ho sentito anche esponenti politici di rilievo dirlo in privato. Si poteva far di meglio. E invece, un caffè costava mille lire ora ne costa due».
Ragioni in euro, Brugola.
«Ma io ragiono in euro, mia cara, altrimenti come farei a lavorare. Questo però non vuol dire non rendersi conto che se prima prendevi due milioni al mese potevi vivere in modo discretamente agiato, adesso invece quei soldi hanno perso valore. Non è stato fatto un cambio oculato come invece è accaduto in Germania, dove infatti la gente ha sofferto meno che da noi. Lo dicevo già allora, ma mica perché sono il mago Zurlì: bastava usare la logica. C’è chi si è arricchito a dismisura, ma anche chi ne ha pagato caro il prezzo. I miei operai prendono 1.600, 1.800 euro al mese, e cioè il25% in più della media dei metalmeccanici. Sono tre milioni e seicentomila lire. Sono dei bei soldi, ma se il potere d’acquisto si è dimezzato... ».
Quindi che si fa, torniamo indietro?
«Ma neanche a parlarne, ormai è tardi.Sarebbe una iattura peggiore. Le conseguenze sarebbero disastrose. Siamo riusciti ad abbattere l’inflazione, con l’euro, ma si è innalzata la povertà. Ma ora l’unica cosa che serve è una ripresa economica. Ma sembra che Berlusconi porti sfiga, scusi eh».
In che senso?
«Nel 2001, le Torri gemelle. L’inizio di una crisi simbolica, la possibilità di attacco al cuore dell’Occidente. Poi nel 2007-2008 l’altra catastrofe della crisi economica… Succede di tutto, quando arriva lui».
Lei l’ha votato?
«Ma sì certo che l’ho votato. E lo rivoterei anche. Ma non scriva per favore che sono un “berlusconiano convinto” che la querelo. Sono una persona libera. Certo non voterò mai dall’altra parte. Ma sono aperto. Sono un socialista moderno, ecco».
Va bene, Brugola, ma cosa deve fare la politica ora per uscire dalla crisi?
«Che cosa c’entra la politica, scusi. Bisogna semplicemente rimboccarsi le maniche e darsi da fare».
Le imprese però chiedono misure per lo sviluppo…
«Guardi che l’export cresce. Chi riesce ad esportare al di là delle Alpi va a gonfie vele. Servono i canali giusti, ovviamente. Servono le strutture, bisogna conoscere l’inglese. E poi c’è da andare nel mondo con la valigia».
Quindi nessuna ricetta per uscire dalla crisi?
«Non ci sono ricette. Ognuno deve adattarsi a questa realtà. Con sacrificio e volontà di essere internazionali. Smettendo di aspettare che un santo protettore scenda dal cielo per aiutarci».
Giulia Cazzaniga