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 2011  novembre 04 Venerdì calendario

Budda, cinema e famiglia. Protagonista della penultima giornata del Festival di Roma, Richard Gere si presta ai riti d’obbligo, Lupa capitolina in Campidoglio dalle mani del sindaco Alemanno, premio Marc’Aurelio domani all’Auditorium, ma soprattutto fuoco di fila della stampa che da sempre cerca di carpirgli il segreto di quella serenità disinvolta, di quel fascino quieto che lo rendono ancora oggi, a 62 anni, adorato sex-symbol delle platee femminili del mondo

Budda, cinema e famiglia. Protagonista della penultima giornata del Festival di Roma, Richard Gere si presta ai riti d’obbligo, Lupa capitolina in Campidoglio dalle mani del sindaco Alemanno, premio Marc’Aurelio domani all’Auditorium, ma soprattutto fuoco di fila della stampa che da sempre cerca di carpirgli il segreto di quella serenità disinvolta, di quel fascino quieto che lo rendono ancora oggi, a 62 anni, adorato sex-symbol delle platee femminili del mondo. Tra un sorso di tè e una battuta con l’amico di vecchia data Claudio Masenza, il divo consegna alla platea il ritratto di un attore senza fuoco sacro, innamorato più della vita che del suo mestiere, impegnato soprattutto nella ricerca della vera essenza della natura umana. Il Festival la festeggia con la proiezione dei Giorni del cielo , il film di Terrence Malick di cui fu protagonista nel 1979. Quanto è cambiata Hollywood da allora? «Quando ho girato quel film avevo 26 anni, parliamo di 36 anni fa. Ho avuto la fortuna di lavorare a Hollywood negli Anni ‘70 e ‘80, quando gli studios erano disposti a correre dei rischi e noi eravamo pionieri pronti a farci strada nella jungla. Adesso è tutto diverso, è il momento dei blockbuster, ed è difficile trovare finanziamenti per qualsiasi altra cosa. Quello che mi dispiace è che molte persone non hanno più la possibilità di sviluppare la propria creatività». Quando ha deciso che sarebbe diventato attore? «Per me recitare è un mestiere, quello che davvero conta è la vita. Certo, ci sono stati momenti in cui ho capito di aver intrapreso la strada che poi avrei continuato a seguire, ricordo benissimo uno dei miei primi provini, mi hanno detto che mi avrebbero preso e io ho sentito un gran calore che mi saliva dentro, ho corso per dieci miglia nel tentativo di svuotarmi di quell’energia. Continuavo a dire a me stesso “ecco, la mia vita inizia qui, questo è quello che voglio fare”». Oggi, però, le sue priorità sono mutate. «Il lavoro è importante, ma non attribuisco un senso esagerato a quello che faccio, cerco di essere umile. Al primo posto, nella mia esistenza, c’è la famiglia e il rapporto con i miei maestri tibetani». Che cosa l’ha attratta del buddismo? «Credo che tutti noi proviamo un certo disagio nei confronti dell’universo in cui viviamo, io lo avvertivo anche da giovane, nel buddismo ho trovato una visione della realtà diversa, lontana dalle spinte che tendono a portarci fuori strada. Una realtà in cui c’è più amore, più generosità, più senso della comunità, sono fiducioso che tutto questo serva ad andare oltre le menzogne con cui ci descrivono il mondo». Come ha convissuto con la sua immagine di sex symbol? «Veramente non mi sono mai accorto di esserlo, è un’immagine che viene fuori solo durante le interviste e comunque secondo me le etichette non hanno alcun senso». Non ha mai pensato di passare dietro la macchina da presa? «Beh, m’interessano tante cose, anche andare sulla Luna se fosse possibile... certo, ho riflettuto sull’ipotesi della regia, ma mi fa paura l’idea di dedicare tanto tempo, almeno un anno e mezzo, al progetto di un film». Che cosa pensa delle tecnologie che stanno cambiando il cinema? «Sono divertenti, ma alla fine quello che conta è sempre saper raccontare una storia». Un attore in cui si riconosce? «Ryan Gosling, anche perchè mia moglie lo adora, e forse gli somiglio un po’». Un sogno non realizzato? «I miei sogni riguardano mio figlio, che ha 11 anni e tutta la vita davanti, e poi i miei maestri buddisti, e la loro civiltà millenaria dalla quale ho ancora così tanto da apprendere». E’ preoccupato per la crisi ? «Mi impressiona vedere come l’avidità senza limiti di alcuni ci abbia portati fino a questo punto, siamo stati come stuprati. Spero che ora i potenti comincino a capire che la cupidigia va sconfitta e che bisogna ascoltare le esigenze della gente».