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 2011  novembre 04 Venerdì calendario

MILANO —

Un bambino italiano è il più antico «uomo moderno» in Europa. Apparteneva all’Homo sapiens e i suoi resti sono stati trovati nella Grotta del Cavallo, nel Salento, in Puglia. Sono due piccoli denti e attorno ci sono conchiglie. Esaminando il tutto all’Unità Radiocarbonio di Oxford si è potuto stabilire che risalgono a 43 o 45 mila anni fa.
Contemporaneamente una mandibola proveniente dalla Kents Cavern, vicino a Torquay, nel Devon, è stata datata tra i 41 e 44 mila anni. I risultati sono stati ottenuti da due gruppi di ricercatori guidati rispettivamente da Thomas Higham dell’Università di Oxford e da Stefano Benazzi dell’Università di Vienna. Pubblicati sulla rivista britannica Nature, hanno messo a soqquadro le idee finora ritenute abbastanza consolidate circa la conquista dell’Europa da parte dell’Homo sapiens dopo la sua partenza dall’Africa 60 mila anni fa, anticipandola almeno di circa cinquemila anni.
Finora le tracce più remote della sua presenza erano state rinvenute a Pestera cu Oase, sui Carpazi in Romania, e risalivano a circa 38 mila anni fa e quelle trovate in Italia erano più recenti, tremila anni più tarde. Ora le cose sembrano essere andate diversamente e il colpo di scena arriva dalle due caverne nelle quali si lavorava da decenni.
I primi reperti nella Grotta del Cavallo venivano infatti scoperti ancora nei primi anni Sessanta del secolo scorso e gli studiosi li giudicavano appartenenti all’Uomo di Neanderthal, una specie differente abitante il Vecchio Continente tra 130 mila e 30 mila anni fa e poi estinto, forse per l’interazione proprio con il sapiens, forse per ragioni climatiche. Quelli della grotta pugliese erano valutati allora di 36 mila anni fa.
Invece analizzando le caratteristiche dei denti e il materiale circostante non solo le epoche sono cambiate ma anche l’identità dei protagonisti. Il risultato si deve, in particolare, all’utilizzo di nuove tecnologie che, ad esempio, hanno permesso di ricostruire in maniera tridimensionale i denti, le loro cavità interne, la forma delle radici cogliendo impercettibili differenze prima sfuggite appartenenti all’Homo sapiens e non al suo concorrente neanderthaliano. «E queste confermano — sottolinea Stefano Benazzi — che si tratta dei primi e più antichi europei sapiens finora conosciuti».
Tutto ciò, secondo i paleoantropologi, avvalorerebbe ulteriormente l’idea che tra le due specie oltre ad esserci stato un periodo di convivenza parallela sia avvenuta pure l’unione. Inoltre, che l’arrivo dall’Africa non si sia esaurito in una sola ondata ma che una seconda abbia avuto luogo. Infine, che i percorsi possano essere stati anche un po’ differenti da quanto si era ipotizzato.
Come si può giustificare, altrimenti, un insediamento più antico nel Devon che è dall’altra parte dell’Europa rispetto alla Romania dove, si diceva, dovevano essere giunti prima? «Nella Grotta del Cavallo possiamo immaginare che siano arrivati via mare?» si chiede Camillo Facchini paleoantropologo dell’Università di Bologna.
«Il loro insediamento nell’area pone il problema — aggiunge — di possibili mescolanze culturali e etniche nell’Italia meridionale e quindi la necessità di nuovi modi di vedere il popolamento della regione. I dati raccolti su questo periodo della preistoria sono di grande interesse proprio perché aiutano a chiarire i rapporti tra culture e tra gruppi umani diversi».
La scoperta, comunque, oltre a riaccendere il dibattito sulle nostre origini, racconta con ragionevole certezza che la civiltà europea è ancora più antica.
Giovanni Caprara