Sergio Rizzo Gian Antonio Stella, Corriere della Sera 4/11/2011, 4 novembre 2011
Tutti i costi delle Regioni dal cannolo al sushi di SERGIO RIZZO e GIAN ANTONIO STELLA Sarà per via del sushi, chiesto nel menu con il cannolo e la pasta col finocchietto, fatto sta che la caffetteria-ristorante dell’assemblea regionale siciliana costa 879 euro al mese per ogni deputato-cliente
Tutti i costi delle Regioni dal cannolo al sushi di SERGIO RIZZO e GIAN ANTONIO STELLA Sarà per via del sushi, chiesto nel menu con il cannolo e la pasta col finocchietto, fatto sta che la caffetteria-ristorante dell’assemblea regionale siciliana costa 879 euro al mese per ogni deputato-cliente. Quanto prende un pensionato medio dell’Inps. Ma sono un po’ tutti i parlamenti regionali a costare uno sproposito. Al punto che se tutti pesassero pro capite quanto quelli lombardo o emiliano potremmo risparmiare 606 milioni di euro l’anno. Mette spavento, confrontare i bilanci delle Regioni. Perché proprio non si riesce a capire come l’autonomia sia stata interpretata così capricciosamente da creare squilibri abissali. Come mai il presidente dell’assemblea calabrese ha a disposizione un budget di spese di rappresentanza di 600 mila euro (e meno male che è stato dimezzato...), cioè 54 volte più del suo collega dell’Emilia-Romagna, che ha il doppio degli abitanti? E perché in Puglia e in Lombardia l’indennità di fine mandato di un consigliere è due volte e mezzo più ricca rispetto a quella delle altre Regioni? Non è facile leggere i dati. Ogni amministrazione, infatti, compone i bilanci a modo suo. Senza curarsi minimamente di raccordare le voci così da consentire ai cittadini di fare dei confronti. Anzi, l’impressione è che il caos sia voluto proprio per rendere più complicato possibile il lavoro di chi cerca di capirci qualcosa. Punto di partenza, la proposta di Matteo Richetti, presidente del consiglio regionale dell’Emilia Romagna (per inciso, il primo che ha deciso, sia pure dalle prossime elezioni, di abolire i vitalizi): l’adozione del «parametro 8 euro». Cioè il costo pro capite più basso dei diversi parlamenti: se certe assemblee come la lombarda o l’emiliana vivono con 8 euro per ogni cittadino, perché altrove no? I divari, dicevamo, sono smisurati. Rispetto al numero degli abitanti il consiglio regionale lombardo costa ogni anno 7,7 euro pro capite. Quello altoatesino 14,27. Quello umbro 25,94. Quello siciliano 34,77. Quello lucano 40,45. Quello sardo 50,87. Per non dire del parlamentino valdostano, che in rapporto ai residenti costa pro capite 124 euro e 74 centesimi: 16 volte più dell’assemblea milanese. E sia chiaro: non sono soldi pagati dal cittadino ligure per l’assemblea ligure e dal cittadino molisano per l’assemblea molisana. I soldi escono dalla stessa cassa. Rendendo certe sfasature, agli occhi dei cittadini delle Regioni più virtuose, insopportabili. C’è chi dirà che ci sono «spese fisse» di cui devono farsi carico sia la piccola Val d’Aosta sia la grande Lombardia. Vero. Ma i divari, anche tra Regioni comparabili, sono eccessivi. Tanto che se tutti i parlamentini costassero appunto quegli otto euro a cittadino, il risparmio sarebbe di 606.582.454,30 euro. Se poi applicassimo lo stesso criterio a Palazzo Madama e a Montecitorio («Sono o no assemblee legislative che fanno lo stesso lavoro?», ammicca Richetti) le cifre sarebbero ancora maggiori. E il risparmio totale salirebbe a un miliardo molto abbondante. Per l’esattezza 1.277.820.696 euro. Una somma che, dice il presidente della Toscana Enrico Rossi, potrebbe essere usata per fare finalmente un piano nazionale di sicurezza idrogeologica. O tamponare alcune situazioni di disagio più pesante in questi mesi di crisi nerissima. Immaginiamo l’obiezione: si tratta comunque, rispetto all’immensità dei problemi, di cifre contenute. Può darsi. Proprio il fatto che il costo degli organismi politici è una fettina della spesa delle Regioni (parliamo dello 0,52%: un miliardo e 103 milioni contro 209 miliardi di bilanci complessivi, stando ai dati del 2009) può dare l’idea di quanto, con un po’ di buon senso, si potrebbe risparmiare. I costi della politica locale debordano infatti dalle stanze dei consigli regionali, si spandono nei rivoli delle assunzioni clientelari, delle poltrone inutili, degli sprechi amministrativi, delle società partecipate... Non solo: nell’«angoscioso presente» di cui parla Giorgio Napolitano, è impensabile che la classe dirigente chieda ai cittadini dei sacrifici senza avere prima tagliato i costi della politica. Qualche settimana fa, ad esempio, l’Ars di cui dicevamo all’inizio, ha deciso sì di abolire alcune prebende assurde come una indennità di «aggiornamento politico e culturale» concessa agli ex deputati. Così come ha stabilito il raddoppio della quota mensile di ogni consigliere al fondo di solidarietà: da 100 a 200 euro. Quanto all’iniziativa di far pagare un conto più salato agli onorevoli clienti della caffetteria-ristorante, dovremmo fidarci sulla parola. L’avevano già deciso nel 2009, quando chiesero ai cuochi di inserire nel menù qualcosa di esotico come il pollo al curry indiano, il sushi giapponese o la enchilada messicana, ma poi quest’estate (grazie a un gruppo di ragazzi riuniti nel movimento «Forchette rotte» che volevano pranzare anche loro con 9 euro dall’antipasto al liquorino finale) era saltato fuori che tutto era rimasto come prima. Anzi, con la gara indetta nel 2010 il costo del capitolo «caffetteria e servizi di ristorazione» era schizzato da 700 mila a 950 mila euro con un rincaro del 35,7%: una quindicina di volte più dell’inflazione. Con la speranza di risparmiare affidata dai questori, dice la relazione di accompagnamento, alla buona sorte: «L’onere di ristorazione dipenderà in gran parte, per quanto riguarda le consumazioni, dall’andamento dell’attività parlamentare». Meno sedute, meno fettuccine. Fatto sta che in rapporto al numero dei deputati regionali, il servizio pro capite costa il triplo che al Senato: 10.555 euro l’anno contro 3.520. Quanto alla riduzione dei deputati regionali, un paio di mesi fa il presidente Francesco Cascio assicurò che «il consiglio di presidenza ha condiviso l’ipotesi di tagliare venti seggi» ma aggiunse: «Il disegno di legge sarà valutato in una prossima riunione assieme ai capigruppo». Tempi? Forse a dicembre. Ma essendo materia costituzionale, servirà poi l’approvazione in doppia lettura (a distanza di tre mesi) da parte di Montecitorio e di Palazzo Madama. Ciao. Anche le altre assemblee regionali, del resto, non paiono aver tanta voglia di fare in fretta. Quella della Sardegna ha già provveduto a tagliare il numero dei consiglieri, come prevede la manovra: da 80 a 60. Ma anche lì la sforbiciata, per essere operativa, dovrà essere ratificata dai due rami del Parlamento. Auguri. La Val D’Aosta, invece, non ne vuole proprio sapere. Il presidente della Regione Augusto Rollandin ha annunciato ricorso alla Corte costituzionale: «Su questo decidiamo noi!» Lo stesso ha fatto la Toscana. Come si permette, Roma, di toccare le competenze loro? Sergio Rizzo Gian Antonio Stella