Azzurra Della Penna, Chi, n. 46, 02/11/2011, pp. 96-104, 2 novembre 2011
ROCCO IL PENSATORE
Certo, il mondo è un posto strano: Belen Rodriguez, che dovrebbe far ridere in tv, inchioda gli italiani ai computer con il suo film amatoriale-hard, mentre Rocco Siffredi, che dovrebbe scatenare un particolare tipo di brivido, finisce in una pellicola di Massimo Boldi. «Ho visto il video di Belen», dice l’attore giocando con le posate (ha appena ordinato bistecca e patate al forno). «Pensavo fosse un tipo sexy, invece, nonostante fosse con il proprio fidanzato l’ho trovata un po’ rigida. Peccato. Speriamo che il prossimo film sia migliore».
Domanda. Ma piuttosto lei, Siffredi, non si vergogna ad avere girato un film con Boldi (Matrimonio a Parigi, nelle sale dal 21 ottobre)?
R. «Non mi aspettavo che, dopo 27 anni di hard, arrivasse una telefonata di Massimo in persona. Una sua telefonata significa avere abbattuto un muro. È il comico italiano più popolare, ha leggerezza».
D. Arriva la chiamata e…
R. «Si, e io chiedo: "Siamo su Scherzi a parte?". “Senti, sono Massimo Boldi", mi risponde lui quasi offeso, “lo vuoi fare questo film con me, o no?". Boldi, ho scoperto in seguito, è un uomo che non ha preconcetti, lo sa? A volte mi chiamano perché faccio audience, ma detestano quello che faccio. Lui non è quel genere di persona, alla fine ha pure ammesso di essere un mio fan».
D. E come è andata sul set?
R. «Alla fine bene, all’inizio un disastro: ho avuto la prima défaillance della mia vita e dopo ben 1.500 film hard».
D Come scusi?
R. «Quando abbiamo girato la prima scena e mi sono ritrovato di fronte a Massimo, ho avuto un blackout. Per l’emozione ho dimenticato all’istante tutte le battute».
D. E che cosa ha fatto?
R. «Ho pensato: “Sarà anche Boldi, ma è carne e ossa come me”. È, in fondo, quello che rappresento io per gli attori porno che vengono a girare per me. Ho capito l’effetto che faccio loro vedendo l’effetto che Massimo ha su di me».
D. Dopo due film drammatici con Catherine Breillat, ancora una volta il cinema mainstream le chiede di interpretare un gay: come mai?
R. «Non saprei, ma meno male, un film comico non l’ho mai fatto e che ne so se sono capace di far ridere. Allora, un ruolo un po’ sopra le righe per quel che mi riguarda non può che aiutarmi».
D. Le è servita, comunque, la precedente esperienza con il cinema d’autore?
R. «Certo. Con la Breillat ho avuto modo di assistere al cataclisma di una attore, ho visto sul suo set l’attrice protagonista, Amira Casar, che apriva una valigetta piena di medicinali: compresse per piangere, pasticche piene di anfetamine per ridere, una specie di borsa piena di “viagra” dei sentimenti. Ricordo che Catherine mi aveva chiesto in una scena di trattenere le lacrime, l’ho fatto non so più per quanti ciak, con Amira che continuava a chiedermi: “Ma come ci riesci?”. In quel momento non facevo altro che ripensare alla morte di mia madre. Non ho fatto la scuola di arte drammatica, ma credo che funzioni così».
D. Che tipo era sua madre, Rocco?
R. «Era forte, l’uomo di casa, si chiamava Carmela. E poi è lei la donna che fra noi ha portato e sopportato il dolore più grande».
D. A che cosa si riferisce?
R. «Alla morte di mio fratello, un ragazzino che aveva solo 12 anni, io ne avevo sei quando è successo. È morto per un’emorragia celebrale. Mamma è vissuta per il resto della sua vita, quasi trent’anni, con il lutto. E tutti i giorni è andata al cimitero di Ortona, l’ha fatto finché ha avuto fiato e vita. Io per anni ho mangiato con di fianco un posto apparecchiato e sempre vuoto. Mamma non ce la faceva a non preparare anche per lui. Ed era così arrabbiata per la sua morte che certi giorni mi mordeva. E io la capivo anche se ero piccolo. Mamma avrebbe potuto essere la sola persona al mondo a dirmi che non dovevo fare il porno e io so che avrei sfogato tutta la mia esuberanza sessuale in un altro modo. Oppure sarei stato un cattivo uomo».
D. Invece, che cosa disse sua madre del mestiere che voleva intraprendere?
R. «Guardi, io sono stato fortunato, ho avuto una grande mamma. E poi una mamma che cosa vuole per un figlio? Solo che sia felice».
D. E se i suoi figli volessero seguire le sue orme?
R. «Dovrebbero farlo seriamente, non dovrebbe essere una scelta di ripiego per loro: se così fosse, lo capirei subito».
D. Ma la sua mamma ha subito critiche, è stata isolata, compatita?
R. «Scherza? Su tutti i piani della casa popolare dove stava non si sentiva dire altro se non: "Ma ti rendi conto di che cosa sta facendo tuo figlio?". E pensi che lei avrebbe voluto che diventassi prete, il nuovo don Giuseppe».
D. Rocco, quasi trent’anni fa proiettarono il suo primo film a Ortona, il suo paese natale: che cosa successe?
R. «Successe il finimondo. Il primo giorno mio padre e mio zio Mario sedettero in prima fila (senza pagare il biglietto). Le sembrerà terribile, ma loro e i miei concittadini applaudirono, tifando e gridando come a una partita. Nei giorni a seguire organizzano degli autobus, perché la gente arriva dalle campagne per vedermi. A Ortona, quando un film hard è pazzesco, resta in cartellone cinque giorni, la mia pellicola rimase due mesi. Il proprietario della sala alla fine organizzò un brindisi al bar: "Noi con te abbiamo fatto l’incasso di cinque", mi disse, avvicinando il suo bicchiere al mio».
D. A proposito di babbo, ma è vero che l’ha portato agli Hot d’Or, gli Oscar dell’hard?
R. «Vero, mia madre era morta da due anni e papà si stava lasciando andare. Era il 1993, l’anno in cui ho incontrato mia moglie Rózsa (quando incontri la persona della tua vita, lo capisci all’istante, è questione di chimica, e se lo dico io...). Parlavamo di papà, pardon. Ricordo che lo chiamai: "Papà, dai, vienimi a trovare a Cannes". Lui arriva con mio fratello, quel giorno non potevo andarli a prendere perché stavo girando, così mi raggiungono sul set mentre filmavo Anita Rinaldi con tre uomini. Tutto a un tratto vedo passarmi davanti alla telecamera un signore anziano (ce l’ho quella ripresa), è papà che si dirige verso Anita e si presenta porgendole la mano: "Signorina, piacere, Gennaro". Tutti erano imbarazzati, con una mano cercavano di coprirsi, con l’altra gli facevano ciao ciao. "Certo che, visto da vicino, è un’altra cosa", mi ha detto quando l’ho accompagnato fuori. Non ho mai capito che cosa intendesse».
D. Ma ci siete andati al galà?
R. «Certo, lui si è messo pure in smoking. Le dico solo che alle tre di notte io e mia moglie Rózsa, con cui allora ero fidanzato, siamo dovuti andare a prenderlo, era circondato da dieci attrici adoranti, russe, ungheresi, americane... Papà parla solo l’abruzzese, ma teneva banco, gli sentivo dire: "Yes, yes", quella sera ha imparato tutte le lingue del mondo».
D. Perché, secondo lei, quelle attrici avevano trovato quel signore così adorabile?
R. «Vede, prima ero stato premiato e, sull’onda dell’entusiasmo, avevo preso babbo sottobraccio ed ero salito sul palco. Tutti pensavano che fosse il produttore, così ho spiegato a colleghi e colleghe: "Volevo presentarvi il mio fan numero uno: Gennaro, mio padre". Tutti si sono alzati in piedi ad applaudire, tanti piangevano. Stiamo parlando di persone che quasi sempre hanno alle spalle storie familiari da incubo. Può immaginare che cosa ha significato per loro vedere un padre che stava, come dire?, dalla loro parte. In mezzo a quel clamore papà mi ha detto: "Ora finalmente ho capito il tuo lavoro, potevo morire e non saperlo". E stato il momento più intenso della mia vita».