Nanni Delbecchi, il Fatto Quotidiano 3/11/2011, 3 novembre 2011
LO SHINING DI FISCHER
Ci sono molti che non avrebbero mai imparato a giocare a scacchi, se non avessero sentito parlare di Bobby Fischer. Chi scrive è tra questi, ovvero tra le centinaia di migliaia di persone di ogni età e paese che nell’estate del 1972 scoprirono il fascino indiscreto di torri, alfieri e cavalli, e trascorsero le notti a rifare le mosse di quella che era stata battezzata “La sfida del secolo”. La sfida tra il campione del mondo in carica, il russo Boris Spassky, e il ventinovenne americano Bobby Fischer. Per due mesi televisioni e giornali di tutto il mondo assediarono il Palazzetto dello sport di Reykjavík dove su un palcoscenico c’erano due uomini seduti di fronte a un tavolino, unica colonna sonora il tic tac degli orologi da torneo. “Andai credendo che fosse come veder crescere l’erba, e invece anch’io entrai immediatamente nel tunnel di adrenalina che si era formato” ricorda il fotografo Harry Benson, con una punta di incredulità che sopravvive ancora oggi. La parabola di ascesa e caduta del genio ribelle Bobby Fischer e del suo shining planetario sembrerebbe perfetta per il cinema, se non fosse per un eccesso di inverosimiglianza che avrebbe insospettito il massimo interprete del genere, Stanley Kubrick. È quindi comprensibile che questa vita, davvero troppo inverosimile per non essere vera, sia sfociata nel documentario Bobby Fischer contro il mondo, presentato ieri al Festival del cinema di Roma e in attesa di essere distribuito in dvd da Feltrinelli.
LA REGISTA Liz Garbus ha realizzato un montaggio parallelo tra la fulminante carriera del campione, la storia della sua vita e il ritratto della beautiful mind attraverso una serie di testimoni che vanno dagli scacchisti Gary Kasparov e Susan Polgar (mentre manca all’appello Spassky) ai rari amici personali. La prima parte del documentario, decisamente la più riuscita, ruota attorno all’appuntamento che la storia dette a Fischer nel luglio del 1972, in piena Guerra fredda; da una parte il dominio dei russi in quello che era diventato lo sport nazionale nell’Unione Sovietica di Breznev, eletto a simbolo della superiorità intellettuale del comunismo; dall’altra, questo giovanottone divenuto grande maestro a 14 anni, otto volte campione d’America, in cui sembrano concentrarsi il meglio e il peggio dell’Occidente. La libertà e la nevrosi, il genio e l’ossessione, l’individualismo e la solitudine. Rivista ora, la vicenda conserva intatta la sua suspense, al confine con la magia; le insicurezze croniche di Fischer, i suoi capricci, i sospetti di complotti, la prima partita perduta per un errore da dilettanti, la seconda persa per non essersi presentato, la pretesa di giocare la terza lontano dalle telecamere, e la convinzione generale che Spassky stesse per confermarsi campione. Ma poi, come in una sceneggiatura troppo ovvia, all’improvviso tutto si capovolge: Fischer ribalta le sorti della sfida fino al capolavoro del sesto match, quando anche Spassky si alza in piedi e lo applaude insieme agli altri.
A QUESTO PUNTO Fischer è diventato non solo il più forte scacchista, ma anche l’uomo più famoso al mondo. Ma in quel preciso momento la follia entra dalla porta spalancata dal genio, e la parabola kubrickiana comincia la sua discesa. Al campione del mondo è rimasto un solo avversario da battere, se stesso, e lo demolirà mossa dopo mossa, con la calma feroce e inesorabile di cui solo un grande scacchista è capace. Nel documentario di Liz Garbus le immagini di repertorio si fanno più rare in favore delle testimonianze indirette e delle ipotesi di natura psicologica; prima tra tutte, la tesi non del tutto convincente che il successo avrebbe finito per scardinare il già fragile sistema nervoso del campione. È vero che il successo è l’altra faccia della persecuzione, ma in questo caso è difficile non dare ragione allo stesso Fischer quando dichiara “Non credo nella psicologia. Credo nelle buone mosse”.
Nella partita dell’autodistruzione non ne sbaglierà più una, dal rifiuto a difendere il titolo, all’affiliazione alla setta della Chiesa Mondiale di Dio, alle posizioni violentemente antisemite (essendo lui ebreo), fino alla malinconica rivincita con Spassky giocata a Belgrado nel 1992, nel pieno della guerra jugoslava, che gli costerà l’accusa di aver violato l’embargo Onu e l’impossibilità di tornare in patria. Il più grande scacchista di tutti i tempi viene arrestato nel 2004 in Giappone e si salva solo grazie alla cittadinanza offertagli dall’Islanda. Si stabilisce nel paese che aveva visto il suo trionfo, ma nulla è più come prima. Il genio delle strategie è un anziano bisbetico immerso nelle proprie paranoie e per tutti gli scacchi sono tornati a essere quel gioco nobilissimo, ma troppo astratto per divenire popolare. Lo shining che aveva stregato il mondo intero non luccica più. In una sola cosa Fischer è ancora lui, nella perfetta inverosimiglianza della sua esistenza fino all’ultima mossa, che arriva nel gennaio del 2008. Il più grande giocatore di tutti i tempi muore a Reykjavík, in solitudine, a 64 anni: il numero di case che compongono una scacchiera.