Elisabetta Reguitti, il Fatto Quotidiano 2/11/2011, 2 novembre 2011
LOVE PARADE “DITEMI CHI HA UCCISO GIULIA”
Prima di acconsentire all’intervista, Nadia chiarisce che non parlerà di sentimenti e di alcun risarcimento. Rampe di scale come quelle che hanno solo le case con una storia da raccontare. Stanze accoglienti e la terrazza con i vasi dei fiori addormentati per l’autunno, sedie che circondano il tavolo in ferro attorno al quale verrà raccolta la versione di Nadia Zanacchi, mamma di Giulia Minola, la studentessa del Politecnico di Milano morta il 24 luglio 2010 all’interno dei 200 metri di tunnel di Duisburg prima ancora che iniziasse la grande manifestazione di musica “Love Parade”. Ventuno vittime, 500 feriti, centinaia di traumatizzati, duemila euro (con la possibilità di 500 in più) il risarcimento avanzato, proprio in questi giorni, dalla Axa. Ma Nadia persegue una strada a senso unico: “Che vengano riconosciuti i responsabili”.
Perché rifiuta di andare in televisione e rilasciare interviste?
In genere mi chiedono di parlare dei miei sentimenti e, in questi giorni, del risarcimento. Invece non serve che abbia visibilità la vicenda personale. Non mi interessa che ciò che è privato diventi pubblico, voglio piuttosto che passi il messaggio che un fatto come la morte di tante persone, durante una manifestazione organizzata da un’amministrazione, ottenga l’unico vero risarcimento possibile: quello cioè di sapere chi sono i responsabili e che la legge li punisca per la loro delinquenziale leggerezza.
A che punto sono le indagini?
Non lo sappiamo. Il processo penale speriamo inizi a metà del prossimo anno.
Secondo la stampa tedesca ci sarebbero dei rinvii a giudizio: 11 dipendenti comunali, 4 impiegati della società organizzatrice dell’evento e degli agenti.
Scusi, ma queste persone avranno pure avuto dei superiori che hanno preso le decisioni. I dipendenti comunali di solito eseguono le indicazioni di altri, così come gli impiegati della società organizzatrice dell’evento.
Si spieghi meglio.
La “Love Parade” non era un rave party improvvisato e illegale, ma un festival organizzato ogni anno nelle diverse città della Germania e con la supervisione delle autorità pubbliche locali. Quella era una manifestazione sostenuta dal Comune di Duisburg e il concerto doveva essere il fiore all’occhiello delle celebrazioni dell’intera regione come “Capitale della cultura 2010”. Chi ha concesso i permessi, l’agibilità? Chi ha verificato che quel luogo fosse adatto per ospitare un milione e mezzo di persone? I permessi parlavano di 200, al massimo 300 mila persone. Le uscite di sicurezza erano chiuse, l’unica via d’entrata e di uscita era il tunnel all’interno del quale le porte laterali erano sbarrate. I contapersone sono andati in tilt già intorno alle 12. Il concerto doveva iniziare alle 17. Vuole che continui?
Certo.
Mi sono rivista migliaia di video in internet, ma c’è una parte che è stata tagliata e una telecamera è sparita. Sotto al tunnel le radio della polizia non funzionavano. Le forze dell’ordine hanno usato le stesse frequenze dei telefonini e dunque le comunicazioni sono arrivate tardi e inutilmente come i soccorsi. Inoltre, per accedere al tunnel, il fiume di persone doveva stringersi contro delle transenne creando una sorta di imbuto infernale. Letale. Le persone sono state lasciate nel tunnel, c’era gente che soffocava, che cadeva, che veniva calpestata, senza che la polizia facesse il suo dovere. Il mio legale (l’avvocato Giuseppe Di Biase, ndr) dice che non si può accusare nessuno di omicidio doloso, ma un do-lo deve esserci stato se non si è valutato cosa sarebbe potuto accadere. Se si è puntato al ribasso pensando che il peggio non sarebbe accaduto.
Cosa intende?
Lo spiego descrivendo quello che ho visto quando sono tornata in quel luogo: edifici fatiscenti, un’area industriale abbandonata, una spianata affiancata dall’autostrada, un luogo assolutamente inadatto per quella manifestazione. Sul sito della società organizzatrice c’era un’unica indicazione: portarsi delle scarpe da ginnastica perché il terreno è accidentato. L’ultimo particolare: sa quale era la copertura assicurativa per l’intero evento? Nove milioni di euro. Lo capisce? Meno di quello per cui assicuriamo la nostra auto.
C’è dell’altro?
Sì. Giulia non era ubriaca e non aveva assunto sostanze stupefacenti, come provato dai referti autoptici, allora e mai prima. Era solo una ragazza di 21 anni, allegra e amante della musica. Eppure c’è che una giornalista come Daria Bignardi prima di fare dichiarazioni su “certi genitori che non sanno dove vanno i propri figli” doveva informarsi bene. O come il vescovo di Salisburgo che disse “Partecipare alla ripugnante Love Parade è peccato. Morire alla Love Parade è la punizione divina”. Offese gratuite.
Cosa succede dopo un fatto come il vostro?
La notizia la senti al telegiornale. Poi arrivano i carabinieri a dirti la conferma, impari a conoscere gli addetti della Farnesina, infine aspetti di riavere tua figlia. Nel nostro caso poi tutte le famiglie delle vittime sono state contattate da un’associazione fondata dalla Chiesa Evangelica di Duisburg che organizza incontri con esperti e psicologi. Periodicamente ci ritroviamo, a volte anche con i feriti e i sopravvissuti. È davvero un grande aiuto per non sentirci soli. Con l’avvio del processo ci costituiremo in un’associazione. Io voglio solo una cosa: sapere chi sono i responsabili della morte di Giulia.