Giuseppe Oddo, Il Sole 24 Ore 2/11/2011, 2 novembre 2011
IL PREZZO DELLA CRISI NEI CONTI DELL’INDUSTRIA
Crolla del 23% l’utile netto aggregato dei maggiori gruppi industriali italiani alla fine del primo semestre. All’incremento del 9% del risultato corrente, che sfiora i 21,5 miliardi, si contrappongono un aumento delle imposte dell’11% e l’impennata dei costi straordinari, il cui saldo passa da +183 milioni nel primo semestre 2010 a -1,4 miliardi.
I costi straordinari peggiorano per l’abbattimento degli avviamenti di Telecom, che prevede minori ricavi sul mercato nazionale. Viene invece rivalutato di 1,7 miliardi il 30% di Exor in Chrysler. Exor, finanziaria della famiglia Agnelli che controlla Fiat Spa e Fiat Industrial, ha concluso il semestre con ricavi omogenei in aumento dell’8,6 per cento. Il fatturato automobilistico del gruppo è cresciuto per il progresso del mercato argentino, di cui Fiat controlla il 10%, e per il positivo andamento dei veicoli commerciali leggeri (+14,5%). Questi hanno registrato un aumento dei ricavi del 42% in Germania e di oltre il 15% in Francia.
Le vendite del Top Industria al 30 giugno hanno superato nel complesso i 182 miliardi (+8,7%), e il Sudamerica ha fatto da traino anche per Enel e Telecom. Rispetto allo stesso periodo del l’anno precedente Enel ha però perso quasi il 7% del margine, mentre Telecom, che lo ha visto crescere dell’8,7% su base omogenea, se non fosse stato per il consolidamento della consociata argentina avrebbe avuto un decremento del 2 per cento.
Contraggono il fatturato Finmeccanica (-2,6%) e Mediaset (-8%), che accusano una contestuale caduta del margine rispettivamente del 33% e del 30 per cento. Su Mediaset pesano i maggiori costi operativi per la concorrenza delle altre reti, tra cui quelle del digitale terrestre.
Crolla di quasi un quarto anche il margine di Parmalat.
Il margine operativo netto del l’industria non energetica appare comunque in ripresa di 10 punti rispetto al secondo semestre 2010, anche se il dato risente della particolare dinamica di Fiat Spa, sempre più proiettata oltreoceano e in cerca di un nuovo posizionamento di mercato dopo l’inglobamento di Chrysler. Lo stesso margine cambia radicalmente di segno se depuriamo il campione dalla Fiat. In questo caso l’industria non energetica perde quasi 15 punti di Mon.
I 9,5 miliardi di debiti finanziari presenti in Chrysler contribuiscono inoltre ad appesantire l’esposizione dell’aggregato, che appare in crescita dello 0,6% rispetto al 30 giugno 2010. Senza Chrysler, la stessa esposizione diminuirebbe di quasi il 4 per cento. Exor ha un indebitamento finanziario totale, nel semestre, di 43,2 miliardi, anche se dispone di oltre 24 miliardi di cassa, banche e titoli, un importo davvero ingente. La società espone, tuttavia, una posizione finanziaria netta di 4,2 miliardi, inferiore del 90% al debito finanziario iscritto a bilancio. Essa calcola questa cifra detraendo dall’indebitamento totale non solo il valore della liquidità, ma anche crediti finanziari per 14,4 miliardi e altre partite per 542 milioni.
La scarto tra posizione finanziaria netta e indebitamento finanziario totale è rilevante anche nel caso dell’Enel. Dai 60,7 miliardi di debiti finanziari a bilancio il gigante elettrico detrae, oltre a 3,7 miliardi di liquidità, quasi 11 miliardo di crediti finanziari («per deficit del sistema elettrico spagnolo»).
La situazione continua a essere critica per gli istituti di credito. Il Top Banche registra al 30 giugno una lieve ripresa dei profitti (+2%), ma a fronte di un ritorno sul capitale netto (Roe) di poco superiore al 4 per cento. I ricavi dell’aggregato salgono del 2%, a 31,6 miliardi, ma soprattutto per l’incremento degli utili da negoziazione e solo in piccola parte per l’aumento del margine d’interesse. Il risultato corrente sale del 39%, ma solo grazie ai minori stanziamenti per perdite su crediti. Queste figurano in calo, a livello aggregato, del 14,6% nonostante lo stock dei crediti deteriorati cresca del 3,6%, a quasi 96 miliardi. Il risultato netto è di molto inferiore a quello corrente a causa del dimezzamento delle poste straordinarie rispetto allo stesso semestre del 2010 e per l’aumento di oltre un terzo del carico fiscale.
I gruppi che hanno aumentato i crediti deteriorati sono Monte dei Paschi di Siena (+1,5 miliardi), seguito nell’ordine da Banco Popolare (+600 milioni) e Ubi Banca (+500 milioni). UniCredit, invece, li ha diminuiti di 58 milioni. Il gruppo creditizio che ha sede in Piazza Cordusio a Milano ha la quota più alta di crediti deteriorati netti: 38,2 miliardi. Subito dopo c’è Intesa Sanpaolo, con 21,3 miliardi, in terza posizione Monte dei Paschi, con 12,9 miliardi, e in quarta Banco Popolare, con poco meno di 10 miliardi. Per Monte dei Paschi e Popolare dell’Emilia Romagna i crediti deteriorati rappresentano oltre l’8% di quelli totali alla clientela, a fronte di una media del campione del 6,6 per cento.
La difficoltà a raccogliere denaro per finanziare le passività in scadenza, da un lato, e l’esposizione in titoli di Stato dei paesi Giips (Grecia, Italia, Irlanda, Portogallo e Spagna), dall’altro, sono tra le principali cause del crollo delle quotazioni dei gruppi del Top Banche. Le obbligazioni bancarie del campione sottoscritte da clientela al dettaglio e investitori istituzionali, in scadenza tra il 2011 e il 2013, superano in valore i 280 miliardi (dato di inizio 2011), 85 dei quali emessi da UniCredit, 96 da Intesa Sanpaolo e oltre 30 da Ubi Banca. Nello stesso tempo i principali gruppi bancari nazionali risultano esposti in bond sovrani dell’area Giips per un importo complessivo di 165 miliardi (dato di fine giugno 2011), di cui 160 miliardi relativi a titoli di Stato italiani, 3,4 relativi a titoli di Stato spagnoli e 1,2 relativi a titoli di Stato greci. Gli istituti più esposti verso i titoli del debito pubblico italiano sono Intesa Sanpaolo, con 66 miliardi, e UniCredit, con 41. La scadenza ormai prossima dell’intera massa dei bond privati e pubblici scatenerà la concorrenza tra banche e Stato per la raccolta di denaro.