Roberto Turno, Il Sole 24 Ore 2/11/2011, 2 novembre 2011
PARLAMENTO ORMAI BLOCCATO: DA SETTEMBRE 4 LEGGI
Primo comandamento: sopravvivere a tutti i costi. Imbracciando appena serve il bastone della fiducia per mettere il silenziatore alla sua stessa maggioranza che scalpita e si agita. Chiamando a raccolta a ogni minima votazione sottosegretari e ministri per evitare imboscate ormai all’ordine del giorno quasi come ai tempi di Romano Prodi nel 2006-2008. Perfino decidendo di lasciare nel limbo le leggi più care al Cavaliere, dalle intercettazioni telefoniche al processo lungo passando per la prescrizione breve, che oggi come oggi possono trasformarsi ogni momento in un pericoloso boomerang per palazzo Chigi.
In un Parlamento che ogni giorno che passa si sta trasformando in un Vietnam di guerriglie permanenti e di deputati e senatori pidiellini scontenti e tentati di cambiare casacca, il Governo fatica sempre più nell’impresa di tenere serrate le fila della maggioranza. I numeri sono perennemente in bilico e le leggi anche da tempo all’esame restano ineluttabilmente nei cassetti. Così le Camere stanno abdicando a quello che poi è il loro primo compito: legiferare, appunto. E neppure possono fare da sé quello che il Governo ha dimostrato di essere incapace di realizzare come gli chiedono il Paese e tutte le forze sociali: mettere in moto da sé, con proprie iniziative legislative, il volano dello sviluppo e della ripresa dell’economia. Le leggi di iniziativa parlamentare non hanno chance: sono state solo 50 finora, il 28,8% del totale, e sempre di piccolo cabotaggio. Il Governo è il padrone delle leggi.
Il risultato è un Parlamento bloccato, pressoché paralizzato. La prova provata di quali scenari si aprirebbero nel momento in cui le Camere – con questo Governo, con questa maggioranza – dovessero votare le riforme promesse da Berlusconi alla Ue. I numeri di questi ultimi mesi, del resto, la dicono lunga. Arrivati al giro di boa dei tre anni e mezzo di legislatura a quota 266 leggi fatte, dalla ripresa di settembre a oggi ne sono state varate appena 14. Ma ben 10 sono state ratifiche di atti e trattati internazionali e 12 sono state in ogni caso farina del sacco di palazzo Chigi. E dire che forse per la prima volta nella storia repubblicana da due mesi in Parlamento non ci sono decreti legge. L’ultimo è stato la manovra bis di ferragosto. Un risultato altrettanto deludente, d’altra parte, è stato conseguito dall’inizio dell’anno: in dieci mesi nel 2011 sono state collezionate in tutto 56 leggi, ma ancora con 24 ratifiche e 12 decreti convertiti in legge.
Non è un caso del resto l’escalation dei voti di fiducia dall’inizio della legislatura. Sono giunti ormai a quota 54, un record per una maggioranza che pure era partita con 100 deputati in più e insieme la prova plastica del modo di governare del Berlusconi 4. Soltanto quest’anno il Governo ha chiesto (e incassato) ben 12 volte la fiducia. Otto volte da giugno in soli 4 mesi. Dal quel fatidico 14 dicembre dell’anno scorso dopo la diaspora dei finiani confluiti in Fli – il vero spartiacque per la maggioranza di centrodestra – i voti di fiducia sono stati 14. Più di uno al mese.
E chissà quanti ce ne vorrebbero ancora di voti di fiducia per dare ossigeno al Cavaliere e al suo Governo già in tempi brevissimi. Quando, a partire dalla prossima settimana, sempreché Berlusconi si presenti alle Camere con l’agenda europea, verranno al pettine tra Camera e Senato il rendiconto 2010 e la legge di stabilità. Poi la manovra di fine anno che ormai è più che una sensazione. Per non dire degli altri passaggi delicatissimi da portare a compimento: il taglio dei parlamentari e quello delle Province, la delega su fisco e assistenza, il pareggio di bilancio in Costituzione. E naturalmente le misure pro Europa. Altro che dare lo stop alle intercettazioni o tagliare unghie e tempi ai processi con voti di fiducia annessi. Ogni azzardo in Parlamento a questo punto il Governo, se resta, lo pagherebbe caro. Rischiando ogni volta di inciampare su sé stesso.