Dino Pesole, Il Sole 24 Ore 2/11/2011, 2 novembre 2011
TASSI, 1 PUNTO IN PIÙ COSTA 18 MILIARDI IN TRE ANNI
L’effetto non è immediato, ma è chiaro che se il costo delle emissioni dovesse mantenersi per diverse settimane sul livello di guardia, fino a lambire e perfino superare la soglia psicologica del 6,5-7%, sarebbero guai seri. Poiché la vita media del debito pubblico italiano è di poco superiore ai sette anni, l’eventuale incremento del costo del debito di un punto percentuale comporta in tre anni un maggior costo di 17,6 miliardi (0,2% del Pil nel primo anno, 0,4% nel secondo, 0,5% nel terzo).
Al momento, la previsione 2011 per quel che riguarda la spesa per interessi è di 76,5 miliardi (il 4,8% del Pil), e già nel 2012 è prevista un’impennata a quota 85,8 miliardi (il 5,3% del Pil). Nel 2013 si volerà al 5,5% (90 miliardi). Ecco perché è assolutamente prioritario per un paese, come il nostro, il cui debito pubblico ha raggiunto l’astronomica cifra del 120% del Pil (1.911 miliardi in valore assoluto), che il costo del finanziamento delle emissioni torni a scendere a livelli di normalità. Anomalo è senza ombra di dubbio il picco di 459 punti raggiunto ieri nello spread Btp-Bund, con il rendimento dei BTp al 6,33 per cento. Il 5 agosto, nel pieno della tempesta, il tetto dei 416 punti di base ha innescato l’allarme rosso. Il governo, su pressione della Bce, è stato costretto a varare la nuova manovra correttiva che a regime, nell’effetto cumulato con la manovra di luglio, si attesta attorno ai 60 miliardi.
Si avvicina pericolosamente quel livello di costo del debito che ha decretato per Irlanda, Portogallo e Grecia il rischio di insostenibilità. Eventualità da scongiurare con ogni mezzo. Occorrono misure immediate, e non è detto che sia sufficiente, come è emerso chiaramente dalla reazione dei mercati alla lettera di intenti inviata alla Ue (percepita evidentemente solo come tale). Se la crisi è tutta di fiducia, è probabile che non basti nemmeno il piano di dismissioni e valorizzazioni del patrimonio pubblico per 5 miliardi, da varare peraltro entro il 30 novembre.
È evidente che, oltre alla variabile politica (in questo momento determinante) il tallone d’Achille è la bassa crescita. Quest’anno non si andrà oltre lo 0,7%, contro l’1,1% stimato in aprile e nel 2012 si scenderà allo 0,6%, rispetto all’1,3% delle precedenti stime (il Fmi prevede lo 0,3%). È chiaro che per abbattere stabilmente il debito pubblico, e neutralizzare almeno in parte l’aumento della spesa per interessi causato dal maggior costo dei nostri titoli pubblici, quei tassi di crescita dovrebbero essere almeno raddoppiati.
Al momento la situazione è la seguente: debito pubblico al 120% del Pil, pressione fiscale in salita verso il 44,5%, spesa per interessi che nel 2013 volerà a quota 90,7 miliardi (il 5,5% del Pil). Ci dovrebbe soccorrere un avanzo primario che, nelle previsioni del governo, è previsto attestarsi allo 0,9% quest’anno per poi salire al 3,7% nel 2012, al 5,4% nel 2013 e al 5,7% nel 2014. Risultato però che presuppone l’assoluto controllo dei conti, per garantire al deficit di non superare quest’anno il 3,9% del pil, per ridursi all’1,6% nel 2012 e allo 0,1% nel 2013. Una volta raggiunto il pareggio di bilancio, occorre consolidarlo negli anni a venire. Il sentiero è strettissimo, ma è l’unico modo per avviare la riduzione costante del debito, che nel 2013 dovrebbe raggiungere quota 116,4% del Pil, per raggiungere il 112,6% nel 2014.