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 2011  novembre 02 Mercoledì calendario

STAVOLTA I «NOSTRI» NON ARRIVANO

Gli ultimi sviluppi di mercato ci pongono sull’orlo di quel baratro a lungo temuto. Lo spettro di un insuccesso di un’asta di titoli pubblici non è più solo un rischio ipotetico: gli spread sono ormai vicini a quel punto di non ritorno, oltre il quale l’avvitamento verso l’insostenibilità del debito diventa imparabile – a meno di una forte reazione, sia collettiva che nazionale. Ma mentre si continua a tergiversare sulla risposta nazionale, alimentando la diffidenza degli operatori, si punta molto invece sull’arrivo di una cavalleria di salvataggio, sia essa da Bruxelles, dalla Cina, o – ultima ratio – dal G-20 di Cannes. Ci si illude: senza una convincente reazione nazionale, la cavalleria non arriva.
È vero che la lettera d’intenti del Governo italiano all’Unione Europea ha convinto i leader europei, almeno formalmente. Ma sarà più difficile convincere la comunità finanziaria internazionale, più attenta ad una uniformità di trattamento tra Paesi in crisi, siano essi emergenti o avanzati.


D’altronde, i capi di Stato e di governo dell’Eurozona riuniti a Bruxelles la settimana scorsa non avevano molta scelta: o concedevano all’Italia il beneficio del dubbio o l’intero disegno sarebbe crollato irreparabilmente di fronte ai loro occhi. E il linguaggio usato nelle conclusioni del vertice del 26 ottobre è proprio quello di chi nutre dubbi inconfessati. L’accoglienza «con favore» dei piani dell’Italia per le riforme strutturali è infatti seguita subito da una ferma esortazione «a presentare con urgenza un calendario ambizioso di tali riforme», e dall’invito alla Commissione «a fornire una valutazione dettagliata delle misure ed a monitorarne l’attuazione» e alle autorità italiane «a fornire tempestivamente tutte le informazioni necessarie per tale valutazione». Un’accettazione quindi assai condizionale, frutto della diffidenza nata dai molti impegni mancati (si veda l’articolo "Promesse tradite uguale sfiducia", sul Sole 24 Ore del 4 ottobre).
Ancor più diffidente si è mostrato chi ci mette i soldi. A cominciare dagli investitori in titoli italiani, i quali, all’indomani del vertice, hanno chiesto premi sul rischio sempre più elevati, che ieri sono schizzati verso quota 450 punti base rispetto ai titoli tedeschi. Si ha un bel dire che si tratta di «un attacco speculativo contro l’euro». Non è così: anche dopo l’indebolimento di questi ultimi giorni, il cambio dell’euro contro il dollaro resta infatti sopra il livello raggiunto poco prima dell’approvazione del salvataggio della Grecia, nel maggio 2010 (intorno a 1,25), e pari alla media del 2009, anno precedente la crisi attuale. Da allora, invece, lo spread Btp-Bund è aumentato di circa 350 punti base.
Se proprio di «attacco speculativo» si vuol parlare, è diretto non all’euro in quanto tale ma ai Paesi che, con le loro debolezze macroeconomiche, suscitano dubbi sulla loro capacità a continuare a farne parte. Certo, l’inettitudine dell’Europa a gestire la crisi ha messo a nudo le lacune del progetto della moneta unica, alimentando ulteriormente tali dubbi. Ma le ansie degli investitori si concentrano sul "ventre molle" del progetto euro, cioè sui Paesi che hanno squilibri macroeconomici di fondo – per l’Italia, il binomio fatale di bassa crescita e alto debito, unito allo stallo politico-decisionale, che la rende vulnerabile anche a fattori esogeni, quali l’annuncio di un referendum in Grecia.
Ugualmente diffidenti si stanno mostrando i salvatori che, con eccesso d’ottimismo, si contava arrivassero alla riscossa. Cina in testa, questi cercano garanzie e, in uno spirito di realpolitik, concessioni politiche a lungo ambite – a partire da una maggiore rappresentanza negli organismi internazionali. Proprio per questo i Paesi emergenti preferiscono incanalare qualsiasi loro contributo attraverso l’Fmi, dove potranno non solo esercitare un maggiore controllo sulla sua destinazione ma anche far valere la propria disponibilità per avere maggior voce in capitolo. Il fondo Efsf rischia di farne le spese.
Ci si può quindi attendere che la riunione del G-20 vedrà un potenziamento delle risorse del Fondo – come d’altronde sollecitato nella lettera Barroso-Van Rompuy. Ultimamente si è anche parlato di risorse Fmi destinate esplicitamente a bloccare il contagio verso l’Italia e la Spagna. Anche qui si rischia di fare i conti senza l’oste. Il Fondo ha infatti chiarito che non vi è allo studio alcun meccanismo diretto in modo specifico a particolari Paesi, come si addice a un organismo globale. Certo, da tempo l’Fmi sta studiando come potenziare le reti di sicurezza globali, anche tramite linee di credito multi-nazionali (multi-country credit lines) per intervenire in caso di crisi regionali. Ma su questi strumenti non è ancora stato raggiunto alcun accordo, e le divisioni a proposito sono riemerse nella riunione dei ministri delle finanze del G-20 a Parigi a metà ottobre.
Anche se tali divisioni venissero superate a Cannes, è certo che qualsiasi nuovo sportello finanziario dell’Fmi, in grado di erogare liquidità rapidamente, non potrebbe derogare dalle regole vigenti per strumenti simili già in esistenza. Questi sono due: la Flexible Credit Line (Fcl) e la Precautionary Credit Line (Pcl), entrambi sportelli precauzionali riservati a Paesi riconosciuti pienamente virtuosi. Vi sono essenzialmente tre banchi di prova a tal fine: che il Paese abbia condizioni economiche di fondo e policy frameworks "molto forti"; che stia mettendo in atto misure altrettanto forti e che lo abbia fatto in modo sostenuto nel passato; e che sia impegnato a mantenere tali politiche nel futuro.
Queste condizioni sono state soddisfatte da Messico, Colombia, e Polonia. Per tutti è in atto dal 2009 una linea di credito consistente, che ogni Paese – pur non utilizzandola – ha trovato molto utile come cuscinetto di sicurezza in tempi di grande incertezza. La Polonia gode oggi di uno spread sui Bund di circa 100 punti base inferiore a quello italiano, e Standard & Poor’s ha recentemente indicato la possibilità di migliorare il rating del debito pubblico polacco. Queste le condizioni per essere aiutati dal Fondo con i suoi strumenti precauzionali ad esborso rapido. Duole dirlo, ma – se applicate rigorosamente – l’Italia non le soddisfa. Mentre la nostra delegazione a Cannes farà bene a spingere per una risposta corale più decisa e per strumenti finanziari adeguati alla situazione, dovrà lavorare indefessamente perché l’Italia possa accedervi. Non si speri che "arrivino i nostri".