Francesco Bertolini, Libero 2/11/2011, 2 novembre 2011
IN SUDAFRICA C’È SEMPRE UNO PIÙ NERO DEGLI ALTRI
Avevano la testa grossa, da adulti, ma erano due bambini, due gemelli vestiti alla moda, identici. Si dimenavano al suono assordante di una musica tecno, in mezzo a uomini che bevevano birra. Le donne erano ai tavoli, grasse, a mangiare dolci e bere bibite gasate. Era la festa per ricordare la morte di Joseph, in un angolo di Soweto, vicino alla strada dove abitava Nelson Mandela, strada divenuta ormai luogo di culto; si chiama Vilakazi Street, l’unica via al mondo chepuòvantarsi di aver ospitato le case di due premi Nobel per la pace, quelle di Nelson Mandela e dell’arcivesco - vo anglicano Desmod Tutu. I sudafricani vendono cianfrusaglie, si attardano intorno all’unico ristorante della zona, dove incontro Patrick, napoletano di 57 anni, da 35 in Sudafrica. Ha visto questo Paese cambiare e oggi aiuta i proprietari di questo ristorante; basta non attardarsi in alcunestrade, dice, enonsi corrono particolari rischi. Soweto significa South West Township, il nucleo originario è da far risalire agli inizi delnovecento, quando ospitava i minatori delle immense riserve auree su cui poggiò lo sviluppo di Jo burg, abbreviazione comune di Johannesburg. Con l’avvento dell’apartheid , nel ’48, divenne la township dei neri, espulsi dalle zone riservate ai bianchi. Soweto non è quell’im - mensa baraccopoli dell’immagi - nario collettivo, si dice che qui vivano almeno 30 miliardari della nuova borghesia nera, che non hanno mai rinnegato le proprie origini umili. Le case sono diverse rispetto al passato, l’omologazio - ne della township ha lasciato il posto a casette che cercano di creare anche qui delle differenze di classe, con muretti colorati, ampliamenti e recinzioni che testimoniano il salto sociale. Mito rimbambito Soweto è qualcosa di particolare in Sudafrica. Ci vivono più di due milioni di persone e racchiude in sè la storia recente di questo immenso Paese. Ma più che la storia è il futuro che preoccupa. Mandela è ormai una leggenda vivente ma è, da anni, non più che una icona, rimbambito dall’al - zheimer e sfruttato come una miniera d’oro dal suo clan che attraverso fondazioni e progetti vari si è arricchito a dismisura alla faccia dei donatori di buon cuore che pensano di aiutare i bambini poveri delle baraccopoli. È triste vedere infangata l’im - magine di quest’uomo straordinario, uno dei pochi veri eroi della nostra epoca, in grado di evitare una guerra civile e di perdonare le ingiustizie subite per buona parte della sua vita. Oggi la scena politica sudafricana è caratterizzata dall’ascesa di Julius Malema, trentenne astro nascente. Ma la sua avanzata sembra coincidere con i rischi di destabilizzazione di questo Paese. Malema, indicato apertamente dal presidente Zuma come possibile successore, è stato recentemente accusato di aver cantato una canzone dei tempi dell’apartheid «Shoot the Boer», il cui senso è «spara all’uomo bianco » e di agitare l’odio razziale nel Paese. Ma non è solo per le sue ambizioni canore che Malema preoccupa. Durante una sua recente visita in Zimbabwe, oltre a difendere Mugabe e a esaltarne le sue politiche sui diritti umani e politici Malema ha esplicitamente dichiarato che il Sudafrica deve seguire il percorso dello Zimbabwe per il riscatto dei giovani neri. Ciò che è successo in Zimbabwe è noto: Mugabe fu eletto presidente a suffragio universale nel 1980, inizialmente i bianchi riuscirono a mantenere qualche deputato, ma furono via via estromessi dal potere politico. Dopo aver allontanato i bianchi, Mugabeiniziò a eliminare i partiti rivali, riconducibili a etnie diverse, fino a una centralizzazione assoluta del potere. A quel punto il suo bersaglio tornò a puntarsi sui bianchi, che, estromessi dalla politica, dovevano essere cacciati anche dal Paese, attraverso misure economiche di esproprio dei terreni. La politica di Mugabe ha di fatto trascinato il Paese in una totale rovina sociale ed economica con iperinflazione e penuria di tutti i beni di prima necessità. Mugabe oggi ha l’appoggio della Cina che, come in molti altri Paesi africani, anche qui è alla disperata ricerca di materie prime: come sempre le diplomazie «democratiche » indossano lenti intermittenti, che consentono di vedere la verità a fasi alterne, perdendo in questo modo qualunque credibilità agli occhi del mondo più povero che ormai vede nell’occidente solo una accozzaglia di politicanti in balia dei grandi gruppi economici. In uno scenario di questo tipo Malema sembra avere gioco facile, ma cosa questo possa rappresentare per il Sudafrica è un grande punto interrogativo. Il Sudafrica è la S aggiunta ai Bric, i nuovi grandi Paesi dell’economia globale. Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, il risiko mondiale ha davvero cambiato i suoi protagonisti. Fa una certa impressione sapere che il Sudafrica si è offerto di aiutare l’area euro a uscire dalla crisi del debito, quando fino solo a pochi anni fa le obbligazioni in valuta di quel Paese erano considerate investimenti ad alto rischio. Oggi l’alto rischio siamo noi, i debiti pubblici accumulati nei decenni richiedono politiche di crescita impossibili da raggiungere in Paesi vecchi, pigri e depressi. E così ci dovremo affidare a questi nuovi Paesi, popolati da infinite quantità di giovani con le loro forze, le loro speranze e i loro progetti. Solo così l’Europa potrà salvarsi. I Brics in realtà sono una grande dittatura comunista, la Cina , la più grande democrazia al mondo e cioè l’India, una sostanziale oligarchia come la Russia, il più grande Paese del Sudamerica, il Brasile in forte crescita e il Sudafrica, il cui futuro è tutto da scrivere. Potrebbe essere una enorme Svizzera oppure finire come lo Zimbabwe. Troppo presto per capire la direzione, ma, segnale non incoraggiante, i bianchi, quelli che ne hanno la possibilità, stanno lasciando il Paese. I Farmers bianchi sono costantemente sotto attacco; più di 3000 sono stati assassinati negli ultimi anni e chi resiste vive asserragliato in case divenute fortini nell’immensità degli spazi sudafricani. Gli addestramenti militari ricordano Israele, anche qui non ci sono donne o ragazzi, tutti devono saper usare un fucile o una pistola, la polizia non basta in questi spazi enormi, arriva spesso quando è troppo tardi. Le tensioni sociali sono molto alte e il governo insiste nel suo piano di lotta alle ineguaglianze, attraverso vari strumenti, tra cui il Black Economic Empowerment, un programma che ha definito misure per riequilibrare, a discapito dellaminoranza bianca, la gestione e la proprietà delle imprese. Il governo intende procedere sulla via della redistribuzione forzata delle terre; entro il 2014 il governo di Pretoria intende «ridistribuire il 30% delle terre arabili, 82 milioni di ettari in Sudafrica, di proprietà di agricoltori bianchi a neri aspiranti agricoltori ». Questo piano, insieme ad altre leggi razziali che dovrebbero compensare le ingiustizie del passato, rischia invece di creare un clima di tensione molto pericoloso. Per il momento l’unica conseguenzaè stataunaridistribuzione della popolazione bianca e la comparsa di squilibri tra aree costiere (il nuovo Paese dei bianchi) e l’interno (quello dei neri). Molti bianchi stanno migrando verso Australia, Nuova Zelanda, Irlanda o Canada. Nel settore privato, l’Employment Equity Bill stabilisce che le aziende con più di 50 persone hanno l’obbligo di reclutare i neri e che un laureato nero che occupa una posizione di gestione deve essere pagato in media il 30% in più deisuoi omologhi bianchi, senza contare i diversi vantaggi come auto, ufficio, casa, bonus, ecc. Una follia, come succedespesso quandosi vuole codificare l’uguaglianza e le pari opportunità, che si sviluppanoautonomamente, in parallelo con la crescita culturale di un Paese, e non per decreto. Ma il governo deve fare i conti con il malcontento generale della maggioranza nera che considera di fatto ancora in essere il regime di segregazione, anche se formalmente abolito dal 1990. E in effetti fa impressione andare in un ristorante: i clienti sono bianchi, i camerieri neri. Dove abita la paura Guidare attraverso i sobborghi della parte settentrionale di Johannesburg, prevalentemente abitati da bianchi non ti mette a tuo agio; muri altissimi, fili spinati, sensori a raggi infrarossi e metal detector. Una architettura della paura, ma i numeri sono anche peggio: in Sudafrica ci sono 50 omicidi al giorno e Johannesburg è da tempo nella top list delle città più pericolose al mondo. Fuori dalle città i bianchi sembrano personaggi usciti da cartoline. A Graskop, circa 400 kilometri da Johannesburg, anche le auto sonouno spettacolo.Unavecchia Fiat 124, con interni ricoperti da raso fucsia, fatica a uscire dal parcheggio; la guida Oliver, 82 anni, uncappello di lana per combattere il freddo degli altopiani. È rimasto da solo, i figli sono emigrati in Australia. Faceva il medico e per lui bianco o nerononha mai fatto differenza; come sempre tra persone di vecchie generazioni le differenze si stemperano, anche gli antichi rancori sembrano più lontani, ci si ricorda bene le epoche andate, con tutti i loro problemi ma anche, anche se nessuno lo ammetterà mai, le loro sicurezze. I giovani non sanno niente di come era il Sudafrica 30 anni fa, vedono solo il bianco e il nero, quando come sempre le sfumature rappresentano il senso della storia. I due bambini gemelli di Soweto cantano l’inno sudafricano e chiedono soldi, con la grassa mamma che ride; anche qui le lotte per la libertà, per l’uguaglianza e per un mondo arcobaleno, svaniscono, per poche monetine.