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 2011  novembre 02 Mercoledì calendario

IL CAV E GIULIO LITIGANO SULLE DIMISSIONI

La molla che fa scattare Silvio Berlusconi è quel profondo rosso a Piazza Affari, con uno spread Bond-Btp da vertigine. Ma sono anche i contatti tra Quirinale e opposizione che spingono il premier ad anticipare il suo rientro a Roma. Per tenere sotto controllo la situazione. Per marcare il territorio con la propria presenza fisica. Per capire. In mattinata il Cavaliere aveva concordato una nota con il portavoce Paolo Bonaiuti in cui assicurava l’attivismo del governo sull’agenda economica e addossava al referendum deciso dalla Grecia la responsabilità del tonfo dei mercati europei. Ma niente da fare: la Borsa di Milano risultava impermeabile alle rassicurazioni di Palazzo Chigi. Giù, sempre più giù. Si parte allora: Berlusconi decolla, destinazione Ciampino, e varca la soglia di Palazzo Chigi a metà pomeriggio. Da programma, il rientro era previsto a sera inoltrata. Silvio si chiude nel suo ufficio con Gianni Letta e parte la controffensiva. Rassicurare, rassicurare, rassicurare. Il presidente del Consiglio sente al telefono la signora Merkel. Con il cancelliere tedesco Berlusconi si impegna ad approvare il primo pacchetto di misure previsto dal crono-programma portato a Bruxelles «in tempi rapidissimi». Stesso discorso che viene fatto a Napolitano, sentito poco dopo sempre via etere. Al Capo dello Stato Berlusconi annuncia un vertice serale con la Lega e i ministri economici per esaminare i provvedimenti da varare subito in un Consiglio da convocare oggi o, al più tardi, domani mattina. Comunque prima del G20 di Cannes. In modo da dare le prime risposte concrete sia ai partner europei sia ai mercati. Napolitano sembra tranquillizzato. Ma dopo qualche minuto le agenzie battono un durissimo comunicato del Colle. Il presidente della Repubblica parla del «suo dovere di verificare il concretizzarsi» di «una nuova prospettiva di larga condivisione » intorno alle scelte che l’Europa chiede con urgenza. «Verifica», «nuova prospettiva », «larga condivisione»: cosa vuole dire? Vuol dire che... Berlusconi è nero. Teme che il sostegno istituzionale del Quirinale, prezioso e salvifico in altre situazioni, in questo drammatico momento venga meno. Perché? Arriva anche a Palazzo Chigi la voce di un possibile esecutivo tecnico, guidato da Mario Monti e formato da personalità non politiche. I “salvatori della Patria” bene - detti dal Colle e sostenuti in Parlamento da una maggioranza trasversale. Rumors suffragati dalle dichiarazioni pubbliche del Pd che invoca le dimissioni «a minuti» di Berlusconi (Enrico Letta); le consultazioni tra Bersani, Di Pietro e Casini; la richiesta del terzo polo perché il Cavaliere si presenti in aula prima di partire per il G20. Vogliono lo scalpo, lo vogliono subito. «Questo è un trappolone», si infuria Berlusconi. La paura è che la congiura abbia il sigillo quirinalizio. Silvio non può credere a una manovra tanto sleale: il Colle, informalmente (ovvio), ha sempre sostenuto che mai avrebbe dato via libera a un “governo degli sconfitti”. Cioè senza l’assenso di Pdl e Lega. «Vogliono fare fuori il governo eletto democraticamente? Allora noi scendiamo in piazza!», si sfogava in serata con i suoi, Silvio, pronto a mobilitare subito il milione di italiani che ha preso la tessera del Pdl. Ecco, questo è il clima in cui si apre il vertice serale a Palazzo Chigi, con tutto il suo portato di drammaticità. Alimentato da un ragionamento di Tremonti che manda su tutte le furie il Cav. Giulio, raccontano, dà ragione ai chi sostiene che «l’ese - cutivo ha perso credibilità internazionale » e pone il problema del «passo indietro» perché «il problema sei tu». Berlusconi non la prende per niente bene. Bossi non c’è e Silvio non può tornare alla carica sulla riforma delle pensioni. Si decide allora per un maxiemendamento da inserire nella legge di stabilità con dentro la riforma del lavoro, delle professioni, le liberalizzazioni e le privatizzazioni. Deciso anche il calendario: il voto del Senato arriverà, con la fiducia, il 15 novembre. Quello della Camera il 20 del mese. Sempre ammesso che il governo duri.