Natalia Aspesi, la Repubblica 3/11/2011, 3 novembre 2011
Tra poche ore una folla impaziente e già estasiata o immusonita, si precipiterà su per queste candide rampe, esercito elegante, ricco e in certi casi colto, invitato all´anteprima di quella che sarà certamente la più discussa mostra della stagione artistica mondiale: intitolata All, tutto, è la prima retrospettiva dedicata a Maurizio Cattelan
Tra poche ore una folla impaziente e già estasiata o immusonita, si precipiterà su per queste candide rampe, esercito elegante, ricco e in certi casi colto, invitato all´anteprima di quella che sarà certamente la più discussa mostra della stagione artistica mondiale: intitolata All, tutto, è la prima retrospettiva dedicata a Maurizio Cattelan. E l´evento, per un cinquantunenne molto giovanile, per di più proveniente da un paese come l´Italia, tenuto attualmente ai margini dell´interesse internazionale, pare del tutto straordinario, imperdibile. Perciò son tutti qui quelli che contano nel ramo, gli affamati collezionisti come l´italiana Patrizia Re Rebaudengo, il greco Dakis Joannou, la famiglia americana Rubell, i fortunati galleristi come il milanese Massimo De Carlo e il parigino Emmanuel Perrotin, e poi critici illustri (Bonami, Celant ecc.) e tutto quel mondo festoso e invidioso che sempre infiamma con giubilo e gossip ogni rito dell´arte contemporanea. Ma adesso, prima dell´umana invasione, la maestosa spirale a cono allargato in alto, ideata da Frank Lloyd Wright alla fine degli anni ´40 per il Solomon R. Guggenheim Museum, è muta e deserta, e pare una cattedrale profanata da un´assurda e cieca strage di massa: sotto la sua cupola di vetro, da 30 metri d´altezza, pende una foresta di candidi cavi e corde cui sono appesi in equilibrio apparentemente precario, tutti i classici scandali cattelaniani, il papa caduto e il cavallo appeso, Hitler in ginocchio e il cane impagliato, lo scheletro di un gatto gigante (lungo 8 metri), e un bambolotto con la faccia di Picasso, una gran quantità di bambini impiccati e di Cattelan terrorizzati, e naturalmente il famoso dito gigante piantato nella milanese piazza degli Affari, (qui riprodotto in misure meno monumentali), sulle cui dita mozze, sempre per raddoppiare il fastidio degli eterni brontoloni, riposano altre opere cult dell´artista, gli anche loro deprecati piccioni imbalsamati che affollano l´attuale Biennale d´Arte di Venezia (e c´erano già in quella del ´99). Gli scherzi da parte dell´artista non finiscono mai: e infatti l´invito per celebrare la mostra riproduce il ditone sullo sfondo del milanese palazzo Mezzanotte, ultimo sberleffo a una città che come monumenti predilige quelli di antichi generali a cavallo, e le cui giunte (una di destra, una di sinistra) stanno ancora discutendo cosa farne. Maurizio Cattelan, in questo momento sospeso di pace che precede la sarabanda degli invitati, guarda dall´alto la sua opera omnia. «Così tutte insieme mi pare che compongano una sola opera, la mia ultima». Camicia rosa, le solite scarpone da tennis, abbronzato e più carino di come lui si rappresenta negli autoritratti in mostra (appeso a un attaccapanni e con gli abiti di feltro indossati dall´artista tedesco Beuys, titolo La rivoluzione siamo noi, accucciato in una libreria, Mini-Me, bambino su triciclo radiocomandato, Charlie), tutte opere provocatrici di numerose filosofie, antropologie e psicoanalisi. «Certo l´idea di appendere le opere è stata mia, per cambiare i punti di vista, per rendere meno funebre una celebrazione in sé fastidiosa, una mostra che è anche la mia ultima e definitiva. Del resto è la sola sistemazione che avrei accettato». Ed anche la sola che ha convinto Nancy Spector, curatrice della mostra e vice direttore del museo, cui stava per venire un colpo quando l´artista le aveva proposto di chiudere il museo e spargere le opere a caso nella città, senza darne alcuna indicazione. Giubilata l´arte non avrà nostalgia di un lavoro che da autodidatta, l´ha portato in vent´anni dall´impiego nell´obitorio di un ospedale al successo mondiale e alla ricchezza? «Ma sa, la ricchezza dipende: per esempio quella minuscola riproduzione della Nona Ora, col papa abbattuto dal meteorite è in oro massiccio, un chilo e mezzo d´oro, e il collezionista ha alla fine pagato quello, essendo il mio lavoro molto meno caro. Ma nel fare l´artista c´è solo un momento bello, ed quello tra pensare all´opera e l´attesa di realizzarla. Poi me ne dimentico. In casa non ho una sola opera mia, di altri sì, ma il mondo del collezionismo lo considero chiuso, le gallerie non mi interessano. Piuttosto mi preoccupo che si muore e io ho un archivio importante del mio lavoro, e vorrei che non scomparisse, che se ne occupasse qualcuno, magari io». Wright aveva concepito la struttura a spirale perché i visitatori dall´alto scendessero in basso sino all´uscita, un modo di unire il museo alla strada, però le mostre da anni si fanno all´incontrario, e le opere sono ovviamente appese ai muri. Per la prima volta invece i muri del Guggenheim sono intonsi e le opere si guardano affacciandosi al grande vuoto centrale. «È uno spettacolo impressionante», dice Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, collezionista in casa sua e per la sua famosa fondazione torinese: «Cattelan ancora una volta è riuscito a sorprenderci con questa sistemazione del tutto inaspettata, rivoluzionaria. Ha creato un´opera d´arte totale, e tutti i suoi componenti, anche quelli che hanno provocato più scandalo, sembrano come pacificati, sono diventati un´altra cosa: e per esempio i bambini impiccati, il cavallo sospeso, sono adesso parte di una lunga storia diversa, una specie di riassunto dei tempi bui che abbiamo e che stiamo attraversando». Indubbiamente il viaggio lungo le rampe, affacciato su quel definitivo patibolo dell´arte contemporanea, consente di trasformare le 130 opere già celebri soprattutto per ragioni, se non di scandalo, comunque di irritante (per molti) sorpresa, in una specie di rito solenne, che ammutolisce: e saranno i detrattori quelli che dovranno ingegnarsi per essere davvero efficaci senza arrivare a citare Disneyland o addirittura Gardaland. Perché nel lento salire a cerchio, di ogni opera appare il sotto, la facciata, il retro, il sopra, cambiando continuamente di immagine e di significato, in diversa comunione con le altre opere, il che cambia tutto il senso di quel che si è detto di Cattelan. Di positivo: tragico poeta del nostro tempo, creatore di immagini indimenticabili, profondo ed ironico, ecc... Di negativo: blasfemo, irriverente, scemo, facilone, provocatore, el mona de la Bienal, ecc. Si sa che Cattelan, scapolone per ora impenitente, ha avuto molte innamorate, come Victoria Cabello, adesso presentatrice di Quelli che il calcio, e molte amiche vere come Patrizia Brusarosco, fondatrice di "via Farini" e poi della "Fabbrica del Vapore" milanese, associazione d´arte no profit che ospitò Cattelan ai suoi esordi: resta da interpretare l´opera Bidibidobidiboo, 1996, in cui uno scoiattolo si suicida proprio sul tavolo di formica gialla della cucina di allora dell´appassionata curatrice. Si sa che le quotazioni di Cattelan sono le più alte tra gli artisti italiani contemporanei, e per esempio la sua Untitled del 2001, cioè la sua faccia curiosa che sbuca dalla fessura del pavimento, valutata da Sotheby´s sui 3-4 milioni di dollari, dopo una serrata battaglia tra otto contendenti, è stata venduta a 7.992.500 dollari. Malumori tremendi dei colleghi che si innervosiscono per le sue opere di cera, capelli umani, plastica, gomma e stoffa, messe insieme da abilissimi artigiani e che lui fa riprodurre in tre o dieci copie, «per accontentare tutti e lavorare meno». Gran soddisfazione, soprattutto per questa mostra epocale, dei collezionisti. Come la signora Sandretto Re Rebaudengo, che coraggiosamente comprò i primi Cattelan nel 1995 in una piccola galleria londinese (in Italia lui era un timido sconosciuto pieno di problemi personali, dicono anche dislessico) e si felicita con se stessa per aver prestato al Guggenheim ben sei opere dell´artista, tra cui il grande tappeto rotondo all´ingresso di casa che rappresenta l´etichetta del formaggio Galbani, ed è appunto intitolato Il Bel Paese, 1994: che si trova adesso a galleggiare non distante dal cartellone pubblicitario di un profumo che occupava lo spazio offerto a Cattelan dalla Biennale di Venezia del 1993: lui, artisticamente molto molto anticonformista, lo vendette alla L´Oréal perché ci mettesse i suoi prodotti. Poi si impossessò del cartellone, gli diede un titolo molto personale Working is a bad job e lo vendette come opera d´arte. Potere seduttivo di Cattelan: nel 2002 un suo affezionato collezionista inglese gli chiese un ritratto della madre anziana e lui la raffigurò rattrappita dentro un frigorifero. La famiglia Brown era incerta poi acconsentì, e Betsy, numero 87 del catalogo, (simile per forma a un qualsiasi romanzo, fatto benissimo, pubblicato in Italia da Skira), ebbe la ventura di morire prima di vedere il risultato: i familiari hanno fatto sapere di trovare conforto dalla scultura di cera, poliestere e capelli umani, considerandola come un monumento alla memoria.