Paolo Mastrolilli, La Stampa 3/11/2011, 3 novembre 2011
Quando anche Picasso, Degas, Giacometti e Matisse restano invenduti, viene naturale chiedersi se pure il mercato dell’arte sta crollando
Quando anche Picasso, Degas, Giacometti e Matisse restano invenduti, viene naturale chiedersi se pure il mercato dell’arte sta crollando. La risposta degli specialisti è duplice: è vero che Christie’s ha commesso i suoi errori, nella deludente asta di martedì sera a New York, ma è anche vero che la crisi economica sta rendendo molto più prudenti i collezionisti. Quella del Rockfeller Center era stata presentata come una serata eccezionale, forse anche troppo. Andavano all’asta 82 opere, che secondo le stime fatte in estate da Christie’s dovevano portare tra i 211,9 e i 304,4 milioni di dollari. Nel catalogo, tra gli altri, c’erano Picasso, Degas, Giacometti, Matisse, Magritte, Modigliani, Brancusi: quasi un museo, in poche parole. Era lecito, dunque, aspettarsi dei risultati all’altezza. Alla fine della serata, però, 31 opere, cioè il 38% di quelle presentate, non avevano trovato un proprietario, consentendo a Christie’s di incassare «solo» 140,8 milioni di dollari. Peggio di così, in tempi recenti, era andata solo con l’asta del 6 novembre del 2008, sette settimane dopo il fallimento di Lehman Brothers, quando l’inizio della grande crisi economica aveva lasciato invenduto il 44% delle opere. La principale delusione è venuta proprio dal pezzo più pregiato, almeno secondo le stime di Christie’s, cioé la «Petite danseuse de quatorze ans» di Edgar Degas, una scultura in bronzo da cui la casa pensava di poter ricavare fino a 35 milioni di dollari. È stata ritirata dopo un paio di offerte che non erano andate sopra i 18 milioni. Nessuno poi ha voluto la «Femme de Venise VII» di Giacometti, così come due dipinti di Picasso, «Tête de Femme au Chapeau Mauve» e «Femme Endormie», che ritraggono due amanti dell’artista spagnolo e dovevano costare tra 12 e 18 milioni di dollari. Anche «La robe violette» di Matisse e «La Lecon» di Renoir sono rimasti sul tavolo. Un’eccezione positiva è stata l’asta per «The Stolen Mirror» del surrealista Max Ernst, che con 16,3 milioni è andato ben oltre le aspettative, mentre «La Femme qui Pleure» di Picasso è stata venduta per il doppio delle stime della vigilia. L’unico vero momento drammatico, però, c’è stato quando il gallerista Larry Gagosian e la rappresentante a Mosca di Christie’s, Sandra Nedvetskaia si sono litigati un bronzo di Brancusi, «Le premier cri», finito poi in Russia per 14,8 milioni di dollari. Stiamo parlando di cifre che fanno uscire gli occhi alle persone normali, costrette a centellinare le uscite per mangiare una pizza ai tempi della crisi. Mettendo le cose in prospettiva, però, per il mondo dell’arte la serata di martedì è stata una specie di disastro. Christie’s si è assunta una parte di responsabilità, ammettendo che le stime di partenza erano «troppo aggressive». Qualche pezzo poi, come una scultura di Giacometti, aveva già girato troppo nel mercato privato senza trovare acquirenti. Infine il successo di Ernst, come quello dell’altro surrealista Paul Delvaux con «The Hands», dimostra che c’è anche un problema di gusti: si riesce ancora a vendere bene, se vengono offerte le cose giuste nel modo giusto. Non c’è dubbio, però, che tanta prudenza viene anche dalla crisi: «Questa - ha commentato il dealer londinese James Roundell - era un’asta troppo grande perché il mercato la potesse digerire. L’incertezza economica ha avuto sicuramente un effetto». Anche i ricchi, di questi tempi, sono costretti a farsi i conti in tasca, quando vogliono investire o semplicemente togliersi uno sfizio.