ANGELO AQUARO , la Repubblica 3/11/2011, 3 novembre 2011
IL DR LIVINGSTONE? BUGIARDO, SI PRESUME I DIARI RITROVATI SMONTANO UN MITO
Il dottor Livingstone, I presume, era un bugiardo. Il celebre esploratore disperso alla ricerca della foce del Nilo, il missionario abolizionista ritrovato dal giornalista Henry Stanley - che lo apostrofò con quella frase diventata leggendaria, «Il dottor Livingstone, presumo» - in realtà aveva paura degli schiavi. E visse nel rimorso di aver coperto la partecipazione dei suoi uomini alla strage compiuta in Africa.
Tutta colpa del succo di bacche. Il povero esploratore, ormai senza carta e senza inchiostro, tenne i suoi appunti su un diario di fortuna, il retro di vecchi assegni, i margini ormai ingialliti del London Standard, intingendo nel succo il suo pennino. Scritti rimasti illeggibili per quasi un secolo e mezzo. Finché le modernissime tecniche del National Reconnaissance Office di Washington non hanno riportato alla vita quegli scritti che il sole dell´Africa aveva prosciugato. E che sorpresa e che scandalo per il professor Adrian Wisniki dell´Università della Pennsylvania.
La storia come ci era arrivata fin qua - prima dalle cronache sul New York Herald di Henry Stanley, il giornalista che avrebbe ispirato Cuore di Tenebra di Joseph Conrad, e poi dagli stessi Diari pubblicati però postumi di Livingstone - è presto detta. Siamo nel 1871 e il dottore e missionario scozzese racconta quella strage al mercato degli schiavi di Nyangwe, Zanzibar, che avrebbe creato uno shock nei lettori d´occidente, al punto da costringere l´Inghilterra della Regina Vittoria a fare pressioni sul sultano per abolire il commercio di uomini. Quella «luminosa e afosa mattina d´estate di luglio» - scriverà l´esploratore - si trasforma in un inferno quando un gruppo di schiavisti irrompe aprendo il fuoco su oltre 1.500 persone. La visione dei poveracci che affogano nel fiume è agghiacciante: «Quella fila di teste scompariva silenziosamente: mentre altre povere creature sollevavano le braccia al cielo, quasi implorando il grande Padre lassù, e affogavano».
Dalle pagine del vero diario perduto e ritrovato, però, affiorano oggi nuovi particolari che lo stesso Linvingstone censurò. «I suoi uomini potrebbero essere stati coinvolti nel massacro» dice Wisnicki. «E questo, insieme al fatto di non essere potuto intervenire, sembra averlo lasciato con un forte senso di rimorso». Non è l´unica vergogna che le carte pubblicate dal Washington Post e dal Telegraph riportano alla luce. L´eroe antischiavista, disperso in Africa, si lascia andare a considerazioni poco nobili, sottolineando «la mancanza di sensibilità degli schiavi senza onore» che - liberati - avevano raggiunto come rinforzo la spedizione. In un altro paio di passaggi confessa addirittura di temere «di venire ucciso» se non obbedisce agli ex schiavi, che si ammutinano e con i suoi soldi si armano pure.
Ma i diari ritrovati aiutano anche a ricostruire quell´altra leggenda. Demoralizzato dalla strage, e nella necessità di fare rifornimento, il dottore devia dal tragitto per spostarsi nel villaggio di Ujiji, Tanzania. Ed è solo qui che incontra Stanley. Se così non fosse andata, dice il professor Wisnicki, «Stanley non sarebbe diventato Stanley e Livingstone non sarebbe diventato Livingstone»: o almeno così, dopo un secolo e mezzo, si presume.