PAOLO BERIZZI , la Repubblica 1/11/2011, 1 novembre 2011
CHE BUONO IL NOSTRO PANE MA ARRIVA DALLA ROMANIA
La chiamavano arte bianca. Un tempo. Prima che scoprissimo la sostenibile convenienza dei fornai della Transilvania. Era un´arte bianca, rossa e verde. Adesso basta. Colpa del pane rumeno. Precotto, surgelato, riscaldato. E mangiato. Dagli italiani. Uno su quattro dei panini confezionati che troviamo nei supermercati, e che mettiamo sotto i denti nelle mense e nei self service, è made in Romania.
Baguette, filoni, pane a fette, pagnotte. Altro che eccellenza nostrana: il pane romanesti - niente a che vedere con quello dolce tradizionale - lo cuociono nei forni di Bucarest, di Timisoara, di Costanza, di Cluj-Napoca. Costa meno della metà del nostro e dura due anni. Lo sanno bene, prima di tutti, gli importatori. In Italia - alla faccia delle direttive europee - chi vende pane confezionato che viene da fuori non è ancora obbligato a scrivere sull´etichetta la reale provenienza del prodotto. Vista così sembra una storia tipo quella degli idraulici polacchi e della pummarola cinese: miti che albeggiano e poi tramontano (quasi). Qui invece pare che siamo solo all´inizio. Lo dicono i numeri e lo temono i 24mila panificatori italiani. Che nell´ultimo anno hanno visto lievitare - fuor di metafora - un´importazione parallela ancora più temibile, in quanto, di fatto, pienamente conforme alla legge. Il primo a lanciare l´allarme è stato Luca Vecchiato, già presidente nazionale di Federpanificatori. A Padova la sua famiglia sforna dal 1889. «Tantissimi mangiano pane straniero, tra cui in genere anche quello a forma di baguette francese, e non sanno che è prodotto in Romania o in Bulgaria. Il 20 per cento di quello che viene venduto nei supermercati arriva da lì. E´ pane precotto al quale basta poi un ultimo riscaldamento in forno». Chiamatelo, se volete, pane globalizzato. Se sia anche taroccato e pericoloso per la salute, questo, in assenza di tracciabilità, non è dato sapere. Nella sola Romania si producono ogni anno 4 milioni di chili di pane surgelato a lunghissima conservazione (24 mesi). Il fabbisogno nazionale è basso (in confronto all´Italia che è al quarto posto in Europa), e quindi più della metà viene esportato. Dove? Soprattutto in Italia. Nel Paese dell´arte bianca, della pasta e della pizza si stima che oltre il 25 per cento del pane confezionato ce lo mandino la Romania e altri paesi dell´Est (Bulgaria, Ungheria, Moldavia). Un´altra conferma arriva dalla Coldiretti. Le importazioni dalla Romania di prodotti a base di cereali sono più che raddoppiate nell´ultimo anno. Ben 1,3 milioni di chili, con un più 136 per cento. Un´impennata se si pensa ai 6.733 miseri chili di dieci anni fa. «Sono gli effetti della mancanza di trasparenza sul pane in vendita - ragiona Sergio Marini, presidente Coldiretti - . All´inizio si delocalizza la provenienza delle materie prime. Subito dopo l´impianto di trasformazione e il laboratorio artigianale».
Quanto costa il pane rumeno? Perché ne importiamo così grosse quantità? Il prezzo di un chilo di pane prodotto lungo le sponde del Danubio non supera i due euro al chilo. Meno della metà di quello esposto nelle vetrine dei nostri panifici (4-5 euro). «Questa è l´unica ragione per cui i consumatori continuano a acquistarlo», aggiunge Vecchiato. Non è un miracolo dell´economia. Né un effetto impazzito della crisi. La filiera delle baguette rumene si basa su un taglio dei costi di produzione e manodopera che l´Italia non può e non potrà permettersi. Fino al 60 per cento e anche oltre. Cluj Napoca, a 440 chilometri da Bucarest, è la vecchia capitale della Transilvania. Alle porte della città sorge uno dei più grandi panifici della Romania. Da lì e da altri stabilimenti come quello proviene gran parte del pane che invade supermercati e mense del Nord e Centro Italia. Così fa anche la Slovenia, che esporta ogni giorno quintali di filoni diretti a Trieste e Gorizia. Il pane dell´Est, per ora, è un giro di affari da 500 milioni di euro. Accanto ai 7,2 miliardi di fatturato dei fornai italiani pare un pezzo di mollica. Ma la lievitazione è in corso.