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 2011  ottobre 30 Domenica calendario

GEOMETRIE PER CORPI DI BALLO - PARIGI

Il teorema di Pitagora è erotico? È sensuale l´otto elevato a potenza? Domande provocate dall´astrazione epidermica cui le nude ragazze del Crazy Horse costringono le loro silhouette flessuose, trasferendo la seduzione a folgoranti simmetrie geometriche. Quando un sublime nudo di donna diventa esattezza aritmetica, va esplorata la tavola pitagorica: in un triangolo retto femminile la somma del quadrato dei seni è equivalente al quadrato delle bellissime, lunghissime, levigatissime ipotenuse. Altro che compassi che misurano il globo terrestre, come se le trastullava François Truffaut: le gambe femminili del tempio parigino dell´eros sono equazioni fisiche, inflessibili logaritmi del desiderio.
Da sempre, le icone by night del Crazy Horse sono cifre più che corpi: risultato di addizioni e sottrazioni immutabili da sessant´anni, da quando Alain Bernardin, il 19 maggio 1951, trasformò un oscuro scantinato di Avenue George V in un eden luminoso per rituali peccati degli occhi. Ferrei i canoni di bellezza, cui si sono attenuti, dopo il suicidio di Bernardin a 78 anni nel 1994, gli eredi e poi i nuovi proprietari dell´aureo cabaret: altezza tra un metro e 66 e un metro e 73, peso tra 54 e 59 chili, età tra i 18 e i 27 anni. Invariate ancora oggi le regole di reclutamento, cioè gli obblighi anatomici delle ballerine. Seno: contenuto tra pollice e indice della mano aperti a ‘L´. Capezzoli: «ben eretti». Glutei: solo se le due rotondità formano un «otto orizzontale» (rieccolo, elevato a potenza, cioè moltiplicato nella collettiva, ammiccante ondulazione posteriore in uno dei numeri più eterei del coreografo Philippe Decouflé, che Frederick Wiseman fa scivolare nel film Crazy Horse, visto in anteprima alla Mostra di Venezia).
Nel decalogo-Bernardin, anche la proibizione assoluta di correzioni chirurgiche, la pratica della danza e l´imposizione finale della frangetta alle prescelte per un posto di fila: ventinove ragazze in tutto, tredici a spettacolo, a turno. Unico artificio in questo granserraglio di replicanti naturali della bellezza, il soffitto abbassato della ribalta, in modo che ogni ragazza, apparendo più alta, svetti sulla scena. È il decisivo tocco di bacchetta in uno show dove i corpi, di calibrata omogeneità, vengono riplasmati da giochi di luce, spesso optical, che maculano le epidermidi con un festoso morbillo di pois circensi, effetti zebrati, chiazze di pantera: anatomie-macedonia, che nell´eccitazione delle metamorfosi colorate scolorano e plastificano l´eccitazione primaria, quella della carne.
«Le artiste del Crazy Horse si spogliano per rivestirsi di luce», incitano i dépliant. «Non vogliamo stimolare l´occhio, ma lo spirito», era il precetto di Bernardin. Fulminea la diagnosi d´epoca di Roland Barthes in Strip-tease, ora in Miti d´oggi: «Lo spogliarello parigino si fonda su una contraddizione: desessualizza la donna nel momento stesso in cui la denuda». Su tale crinale il raffinato Decouflé, che aspira a «danze di forme geometriche semplici, un triangolo, un cubo», bilancia i numeri di Désirs con cui ha rilanciato il Crazy Horse, da sei anni gestito da Andrée Deissenberg, franco-americana di 42 anni, proveniente dal Cirque du Soleil. E non a caso, il grande Wiseman, cui il "Festival 2 Cinéma" a Valenciennes ha dedicato un´applaudita personale, dichiara che, degli oltre quaranta documentari, Crazy Horse (che chiuderà il 19 novembre il Festival dei Popoli a Firenze) «è il film più astratto» da lui girato.
Ad addomesticare l´eros in sei decenni d´ordinato effeuillage, han concorso, di generazione in generazione, diligenti plotoni di jeunes filles en fleur ma anche improvvisi, irresistibili zampilli di personalità "fuori fila". A partire dalla favorita dell´Anno Uno, Miss Fortunia, come l´aveva subito ribattezzata Bernardin: «Devo a lei se ho fondato nel 1951 il Crazy Horse. Spogliandola una notte dopo un galà ho capito che il corpo femminile avrebbe fatto la mia fortuna». La leggenda vuole che, dal 1951 al 1994, più di ventimila ragazze si siano spogliate senza inibizioni davanti a lui nella speranza d´un ingaggio: lui, in quarantaquattro anni, ne ha assunte solo duecentotrenta, tutte etichettate - altro suo vezzo - dai nomi più improbabili: Kiki Tam Tam, Melodie Frou Frou, Opaline Bee Bee, Dorothy Pantheon, Jessica Rubicon, Sofia Palladium, Pamela Boomboom, Trucula Bonbon... Da quell´ammasso onomastico, è guizzata ogni decennio una stella cometa. Negli anni Cinquanta, oltre a Miss Fortunia (nel numero della pulce di Max Revolt), Candida Miss, che portò letteralmente in finale al Roland Garros, al volante d´una Buick bianca decappottabile, Nicola Pietrangeli: «Mi aveva ospitato in una villa sulla Senna: era una bionda mozzafiato, si esibiva ogni sera in un hollywoodiano bagno di mezzanotte - è l´amarcord dell´antico numero uno del tennis, vincitore di due tornei di fila, nel 1959 e nel 1960 - Dopo la vittoria la folla impazzì vedendomi andar via a bordo della Buick, con la donna più bella di Parigi».
Negli anni Sessanta, inaugurati da Victoria Nankin (con la novità della grafica luminosa proiettata sul corpo nudo), un´altra figlia d´arte del Crazy, Rita Cadillac - prediletta, per il nome, dai texani - s´esibisce in duo con Rita Renoir o Dodo d´Hambourg: pom pom sui capezzoli, interminabili gambe dell´Est europeo, polacca (suo vero nome: Nicole Yasterbelsky), è passata di grado, e alla storia, per aver provocato l´infarto, al cader dell´ultimo laccio, a un petroliere arabo. Lova Moor, (con Prima Simphony e il suo strip sull´onda di Déshabillez-moi della Gréco) diciotto anni da La Rochelle, viene accudita da Bernardin che le fa studiare canto, danza, recitazione e poi la sposa: tra i Vip che la vezzeggiano, Tony Curtis, Liza Minnelli che, imbottita di whisky, sale sul palco «per insegnarle a ballare», Alain Delon, con cui ha una travolgente love story, Federico Fellini che ogni volta le promette di fare un film con lei. Rosa Fumetto (Patrizia Novarini, torinese), che poi avrà una discreta carriera d´attrice e d´intrattenitrice tv in Italia, deve il suo spicchio di fama all´aria sbarazzina di monello nel numero dello scugnizzo che esce dal Vesuvio. Ma ha avuto il suo ruolo anche un posteriore da favola, come lei stessa ironizza: «Lui mi ha sempre preceduto. E che difficoltà stargli dietro...».
Sempre più corale, punteggiato di tableaux vivants e azioni sincronizzate, lo show del Crazy riserva ormai i blitz individuali a guest stars che dal Duemila fanno la coda, da Arielle Dombasle, la deliziosa musa di Rohmer, a Dita Von Teese, "ex" della cupa rockstar Marilyn Manson, a Pamela Anderson (strip-tease in omaggio a BB, a cavalcioni d´una moto, sulle note di Harley Davidson di Gainsbourg) o Clotilde Coureau in Savoia, immolata a malizie canore. Siparietti divistici, che non fan che ribadire lo spirito collegiale del nudo anonimato del Crazy, omologato dall´uniforme del caso, il glorioso triangolino, di cui Bernardin aveva fissato colore, tessuto e misure (isoscele, nero, 12 centimetri), celebrato qua e là nei due volumi - fotografico e di vignette - per i sessant´anni: quel «triangolo ultimo», scriveva Barthes, che «per la forma pura e geometrica sbarra il sesso come una spada di purezza e respinge definitivamente la donna in un universo minerale». Una bandierina di geometria piana applicata a una figura di geometria solida.