Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  ottobre 31 Lunedì calendario

DA PARMALAT A EDISON IL CAPITALISMO ITALIANO È COLONIA FRANCESE

Edison, il secondo operatore di energia in Italia, è diventata francese. Come Parmalat, Bulgari, Gucci, Cariparma, Bnl e, di fatto, anche Alitalia. Il perimetro del capitalismo italiano continua a restringersi. I nostri capitalisti, o supposti tali, amano rinchiudersi nei recinti dei mercati protetti, autostrade, energia, telecomunicazioni, con la voglia per di più di non diventare mai troppo grandi e di rinunciare, in partenza, a competere.
«Una vera patologia: una distorsione dell’allocazione delle risorse», osserva Carlo Scarpa, professore di economia all’Università di Brescia. Ma è proprio così che siamo colonizzati e contenti. Rentiers più che capitani d’industria. Assecondati dalle regole del gioco, da un’architettura normativa contraddittoria e obsoleta.
D’altra parte se in ogni caso gli investimenti esteri diretti in Italia si sono dimezzati dall’inizio di questa Grande Crisi e solo nel 2010 sono precipitati da 14,5 miliardi a 7,2 miliardi (dati della Banca d’Italia), ci sarà pure una ragione. E se un fiume di denaro (almeno 40 miliardi compresi i trasferimenti alle Ferrovie e all’Anas, secondo le stime di Marco Cobianchi nel suo "Mani bucate", Chiarelettere) finisce ogni anno a sussidiarie le imprese, qualcosa vorrà pur dire. Così come che il nostro tipico sistema bancocentrico è stato ulteriormente rafforzato dalla crisi visto il crescente impegno delle banche nell’azionariato delle imprese. Questo vuol dire che il capitalismo italico continua a essere orgogliosamente ancora senza capitali. Non ci si può stupire, allora, che le poche aziende contendibili e appetibili, perché con rilevanti potenziali margini di miglioramento attraverso una gestione più efficiente (la Parmalat risanata da Enrico Bondi ma incapace di crescere sembra proprio un case study), finiscano spesso nelle mani straniere. Le colpe sono di tanti.
Ora potremmo "riprenderci" Avio, gioiellino dell’avionica, un tempo della Fiat, poi del fondo Carlyle quindi del fondo Cinven che l’ha messo in vendita. Ma chi ha i soldi? Potrebbe essere un’operazione di sistema, guidata dal Fondo strategico italiano presieduto da Giovanni Gorno Tempini che non ha nascosto l’interessamento? Intanto perderemo presto Ansaldo Breda (materiale ferroviario), appena saranno riassestati i suoi conti, con l’annesso sacrificio di Ansaldo Sts, che invece va bene. L’ha deciso l’amministratore delegato della Finmeccanica, Giuseppe Orsi. In teoria c’è una lista di contendenti per Ansaldo Breda: gli americani dalla General Electric che già fecero un mega affare rilevando anni addietro dall’Iri il Nuovo Pignone, i canadesi di Bombardier, oltre i francesi della Alstom. Tutti a fare acquisti tricolori. Ci saranno altre perdite anche se non si può dare troppo credito a una nuova stagione di privatizzazioni, soprattutto delle municipalizzate controllate dai Comuni. Né si può pensare di svendere quote di Eni, Enel o Finmeccanica. Questo l’ha escluso il governo tutto, non solo il titolare dell’Economia, Giulio Tremonti, finito ormai in un angolo.
Silvio Berlusconi doveva realizzare la rivoluzione liberale insieme al suo alleato Umberto Bossi. Doveva aprire alla concorrenza, e liberare gli spiriti liberi dell’imprenditoria dai lacci e lacciuoli del Novecento. Invece ci sta lasciando in eredità (nella parte di sua competenza, sia chiaro) una struttura produttiva ancora più fragile di quanto l’abbia trovata e veri sgorbi di politica industriale, dove norme raffazzonate («shopping legislativo», l’ha chiamato Tremonti) si mischiano a strumenti protezionistici deboli, inadatti a reggere le spinte della competizione globale. Davvero un bislacco nazionalismo economico figlio dell’anti mercatismo tremontiano che finisce per conservare l’esistente di piccole imprese molto a conduzione familiare. Più che altro si è improvvisato per tutta questa legislatura. L’ultima lettera d’intenti inviata ai governi dell’Europa certifica le occasioni perse dal governo, e anche i suoi fallimenti, proprio sul campo del rilancio dell’economia, di cui dovrebbe essere parte la politica industriale: liberalizzazioni, privatizzazioni, innovazione, infrastrutture, semplificazioni. Siamo alla fine delle legislatura, al capolinea di una lunga vicenda politica, e tutto questo non si è fatto. Lo ammette il governo dopo il diktat di Bruxelles e Francoforte.
Si è cominciato con il caso Alitalia, poi è arrivata la Parmalat, infine Edison. Si sono approvate norme ad hoc, anti concorrenza, anti scalata, anti mercato. Norme anche per deresponsabilizzare i precedenti manager di Alitalia. È nato pure il Fondo Strategico controllato dalla Cassa Depositi e Prestiti per investimenti in aziende medio grandi in settori strategici. Ma l’unico filo conduttore appare quello di tamponare caso per caso le falle. Lo si è fatto ricorrendo a nuove leggi (Alitalia e Parmalat), utilizzando la moral suasion (Tremonti, nello scontro tra italiani e Edf per il controllo di Foro Bonaparte), dando vita, infine, al Fondo.
Salvare la presunta italianità dell’Alitalia è costata alle casse dello Stato secondo i calcoli di Roberto De Blasi e Claudio Gnesutta nel loro libro "Alitalia. Una privatizzazione italiana", edito da Donzelli) tra i 2,8 e i 4,4 miliardi in più rispetto a quanto sarebbe accaduto con la cessione diretta ai francesi di Air France che oggi ne hanno di fatto il controllo dopo aver sborsato assai poco per possedere il 25% dell’azionariato. Nella vicenda di quella che è stata la compagnia di bandiera oltre all’impegno personale del premier durante l’ultima campagna elettorale, ha pesato tantissimo la posizione localista della Lega Nord che ha alzato le barriere di fronte al piano francese che prevedeva il solo hub di Fiumicino. Alla fine Malpensa si è soltanto ristretta e anche AlitaliaAir France l’hanno abbandonata. Ma «la dimensione leghista», pure in economia, è come ha scritto Lynda Dematteo nel suo viaggio antropologico nella Lega ("L’idiota in politica", Feltrinelli) «un mondo alla rovescia: quello che per noi è bene per loro diventa male, e viceversa».
Ecco cosa è accaduto per l’Alitalia e pure per Parmalat. La rincorsa di Tremonti per impedire alla famiglia Besnier, proprietaria di Lactalis, di violare l’italianità di Parmalat, è passata per l’inutile norma che faceva addirittura slittare le assemblee già convocate. Tremonti ha spiegato che così ha obbligato Lactalis a lanciare l’opa. La verità è che l’italianità, in questo caso, coincideva con la difesa degli interessi dei produttori di latte italiani, collocati tutti nelle regioni a forte penetrazione leghista, Lombardia innanzitutto. Latte che costa tra il 15 e il 20% di più rispetto a quello venduto dai produttori francesi. La nuova Parmalat, ora, potrà acquistare il latte da imbottigliare dovunque vorrà, senza pressioni territoriali, e affidarsi agli allevatori italiani per il solo latte destinato ai formaggi dop. Non proprio un successo per la Lega. Ha scritto l’economista Fabiano Schivardi sul sito lavoce.info: «L’approccio del governo al caso Alitalia e Parmalat ricorda le notti di Arcore: un’ammucchiata confusa e improvvisata di provvedimenti legislativi ad hoc, banche di sistema, cordate di imprenditori. Ultima comparsata, un fondo pubblico con cui investire direttamente nel capitale delle imprese».
Il fondo "incriminato" è il "Fondo Strategico Italiano Spa", con azionista di riferimento la Cassa Depositi e Prestiti che ha sottoscritto il capitale iniziale per 900 milioni di euro (100 milioni sono arrivati da Fintecna). Il Fondo avrà una dotazione massima di 7 miliardi attraverso futuri aumenti di capitale e la Cassa manterrà il 51%. Potrà investire esclusivamente in questi settori considerati strategici: difesa, sicurezza, infrastrutture e pubblici servizi, trasporti, comunicazione, energia, assicurazioni e intermediari finanziari, ricerca e alta tecnologia. E fuori da questi settori potrà entrare in imprese con i conti a posto, con un fatturato non inferiore a 300 milioni di euro e un numero medio di dipendenti non inferiore a 250 unità. Il Fondo non ha ancora realizzato alcuna operazione a difesa dell’italianità, difficile, dunque, dare un giudizio. Anche se secondo Scarpa è «sbagliato l’obiettivo». «Il passaporto dell’azionista non ha alcun rilievo. La Francia ha uno strumento simile? Beh, non mi pare proprio un caso di economia rampante da imitare. Voglio proprio vedere se il Fondo riuscirà a far crescere qualche piccola impresa».
Ci si è mossi e ci si muove, dunque, a tentoni. E soprattutto ci si muove per mantenere ciò che c’è. Anche la funzione della banca di sistema, interpretata in molti casi da IntesaSanpaolo di Corrado Passera, ha finito per svolgere questo ruolo. Ne è convinto Marcello Messori, professore di Economia a Tor Vergata di Roma: «Per il settore produttivo italiano la crescita della partecipazione bancaria all’interno della proprietà delle imprese non ha fatto altro che esaltare il nostro bancocentrismo. E questo ha finito per rafforzare le strutture proprietarie esistenti perlopiù familiari». Insomma, piccoli, indebitati e sussidiati. I capitalisti italiani continuano a essere così. E così sono piaciuti al trio BerlusconiTremontiBossi.