MARIO TOZZI, La Stampa 1/11/2011, 1 novembre 2011
Quanto crescerà ancora l’umanità? - È nato l’abitante numero 7 miliardi. Il tasso di crescita della popolazione mondiale diminuisce o aumenta? Il tasso diminuisce lentamente, ma è altrettanto vero che la crescita assoluta resta elevata: oggi ci sono tre miliardi di persone in più che nel 1960 e nel Terzo Mondo (dove ci sono i 4/5 della popolazione mondiale) la crescita è continuata inalterata fino ai sette miliardi di oggi
Quanto crescerà ancora l’umanità? - È nato l’abitante numero 7 miliardi. Il tasso di crescita della popolazione mondiale diminuisce o aumenta? Il tasso diminuisce lentamente, ma è altrettanto vero che la crescita assoluta resta elevata: oggi ci sono tre miliardi di persone in più che nel 1960 e nel Terzo Mondo (dove ci sono i 4/5 della popolazione mondiale) la crescita è continuata inalterata fino ai sette miliardi di oggi. Come a dire che la maggior parte della crescita avverrà nei Paesi che non sono pronti a sostenerla. La popolazione delle regioni sviluppate rimarrà sostanzialmente ferma a un miliardo e 200 milioni di persone. Chi è nato negli Anni Cinquanta era in compagnia di due miliardi e mezzo di umani e, nell’arco della sua vita, la popolazione sarà triplicata. Tra oggi e il 2050 nasceranno più o meno tante persone quante ce ne erano nel momento in cui lui è nato. Gli umani sulla Terra sono troppi o troppo pochi? Alcuni studiosi ritengono ancora oggi che la Terra possa sopportare anche 20 o 50 miliardi di umani, mentre altri pensano che non si debbano superare i due miliardi per vivere in modo sostenibile e conservando il nostro benessere. In realtà la densità di popolazione (popolazione totale/superficie totale) è un parametro fuorviante perché non si può vivere dappertutto. L’Egitto ha una densità di popolazione di 68 abitanti/kmq, ma se si prende in considerazione un più corretto indicatore di densità, cioè se si escludono le aree inadatte alla vita e agli usi umani (popolazione totale/superficie utile), si deve parlare di 2000 ab/kmq. Vivremo sempre di più nelle città? Sì, nel 1800 Londra era la città più popolosa del mondo, con oltre un milione di abitanti, ma nel 1960 c’erano già 110 città con oltre un milione, mentre nel 1995 erano 280 e nel 2010 saranno oltre 300. Le città con oltre dieci milioni di abitanti saranno 26 nel 2015, con picchi oltre i 20 milioni in India e in Cina. Nel 2008 gli uomini metropolitani hanno superato quelli della campagna: nel 2030 saranno cinque miliardi le persone che vivranno in aree urbane e non solo nelle megalopoli, ma anche nelle città sopra i 500 mila abitanti. Quali sono le conseguenze sociali dell’attuale crescita demografica? Per prima cosa aumenta la povertà, perché la metà degli individui si trova al di sotto dell’età lavorativa, quindi sarà non produttiva, mentre nel contempo ci sarà richiesta di nuovi posti di lavoro che saranno ottenuti solo a salari bassi. D’altro canto la migrazione dalle campagne verso le città ha esaurito gli aspetti vantaggiosi e mette in luce ormai solo quelli negativi delle baraccopoli e delle favelas. Quali sono le conseguenze fisiche? La prima conseguenza è la fine delle risorse naturali e delle fonti tradizionali di energia e la distruzione della ricchezza della vita. La Terra è sempre quella, 510 milioni di kmq, ma gli uomini hanno esigenze sempre maggiori: se i cinesi volessero mangiare la stessa carne che mangiano gli statunitensi avrebbero bisogno di 49 milioni di tonnellate di carne all’anno, che significa 343 milioni di tonnellate di cereali all’anno che il pianeta non è in grado di produrre. Se volessero improvvisamente diventare, invece, consumatori di pesce come i giapponesi, avrebbero bisogno di 100 milioni di tonnellate di pescato, cioè tutto quello che si cattura oggi. Se i cinesi, sempre loro, volessero poi avere un’autovettura per ciascuno già oggi ci vorrebbero 65 milioni di barili di petrolio al giorno in più, sui 90 consumati dall’intero pianeta. Con il crescere della popolazione aumentano i rischi naturali? Sì, perché attualmente molte più persone abitano in aree che un tempo venivano scartate perché ritenute poco sicure e che oggi vengono invece disordinatamente inurbate. Il terremoto di Mexico City del 1985 uccise coloro che abitavano nelle aree un tempo paludose e per questo scartate inizialmente dagli Aztechi. La gran parte delle vittime dello tsunami del 2004 in Indonesia non avrebbero vissuto lungo le coste dell’oceano se non costrette dalla possibilità di lavorare per gli alberghi e le strutture del turismo occidentale. Ma è possibile portare tutti gli uomini allo stesso livello di sviluppo? Se tutto il mondo in via di sviluppo raggiungesse lo stesso livello di quello sviluppato, l’impatto sarebbe uguale a quello di una Terra con 72 miliardi di persone (ai tassi di consumo attuali). La Terra non può trasformarsi in un gigantesco orto, perché questo comporterebbe deforestazione, perdita di specie, depauperamento delle falde, erosione accelerata dei suoli e pesanti inquinamenti di pesticidi e fertilizzanti. La Cina consuma, ogni anno, 45 miliardi di paia di bacchette di legno: se la sua popolazione crescerà ancora non ci sarà presto più legno, né, peggio ancora, metallo, per fabbricare bacchette.