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 2011  novembre 01 Martedì calendario

E’ alpinismo o un kolossal? - Preda dello showbusiness? Sponsor, pubblicità, film d’avventura e le grandi aziende si sono presi l’alpinismo come luogo dei record togliendolo da quello dell’avventura esplorativa? A Bressanone, durante i dieci giorni dell’Ims (International mountain summit), se lo sono chiesti alpinisti di ieri e di oggi, giornalisti e manager

E’ alpinismo o un kolossal? - Preda dello showbusiness? Sponsor, pubblicità, film d’avventura e le grandi aziende si sono presi l’alpinismo come luogo dei record togliendolo da quello dell’avventura esplorativa? A Bressanone, durante i dieci giorni dell’Ims (International mountain summit), se lo sono chiesti alpinisti di ieri e di oggi, giornalisti e manager. Risposta non c’è e sullo sfondo resta la quasi apocalittica profezia di Reinhold Messner, definito ormai «leggenda dell’alpinismo»: «Le esigenze dello show sacrificheranno grandi interpreti». Sul palcoscenico del Forum della città altoatesina c’era un imputato eccellente, David Lama, giovane quanto straordinario interprete dell’arrampicata, reo di essersi prestato come «attore» di un film sulla salita al Cerro Torre, in Patagonia. Tre anni di girato con una troupe al seguito, elicotteri per le immagini dall’alto. Esempio di come l’avventura, essenza dell’alpinismo, sia stata piegata da esigenze di sponsor e di cinema. Lama ha ammesso «l’errore», ma ha spiegato: «Sul Cerro non c’era mai stato un cameraman. L’ho visto come parte del team, se l’avessi visto come esterno allora sarebbe stata una finzione». L’esigenza di verità dell’impresa è sentita dagli alpinisti, ma sovente la loro volontà è superata. Le spedizioni alpinistiche si avvalgono di Internet, fanno diari quotidiani, inviano filmati e fotografie a ogni passo. Stefan Glowacz, alpinista professionista-imprenditore inventore di un marchio di scarpe d’arrampicata, dice: «I blog? Ho provato, ma poi era uno stress troppo grande. Il fatto è che noi dobbiamo dire tutto ciò che facciamo. Dobbiamo differenziare documento da film e spiegare con grande trasparenza ogni ripresa o fotografia. Sta a noi, a nessun altro». Ancora: «Oggi esiste una nuova dimensione del comunicare e noi ne siamo i pionieri. Di questo dobbiamo essere responsabili». Bernd Kullmann, manager e alpinista: «C’è un’aspettativa da parte degli sponsor che si ripercuote sugli atleti. La meta viene scelta anche per gli obiettivi della commercializzazione». L’Harry Potter dell’arrampicata sportiva, Adam Ondra, 19 anni, diventato famoso per la naturalezza con cui riesce a salire massi o pareti artificiali, assicura: «Ho massima libertà da parte dei miei sponsor. L’importante è che io arrampichi». Atleti, team di scalatori inseriti sotto il marchio di aziende. Questo è il nuovo alpinismo. La Spagna ha équipe sponsorizzate dal governo statale e da quelli locali. Poi la pubblicità, gioia e dolori. Ricorda Kullmann: «La pubblicità in genere non ha a che fare con l’autenticità. L’alpinismo non fa eccezione. È un mondo illusorio e la tendenza è creare l’illusione, una bolla di sapone». Forse è anche per questo che Hanspeter Eisendle, scalatore altoatesino di grande livello e guida alpina, manda al diavolo questo «nuovo mondo». Dice: «Cerco di essere meno visibile possibile e di rimanere nella sicurezza. Filtro tutto ciò che accade e mi distanzio da questo continuo show. Se tutti pensassero così avremmo uno sviluppo positivo dell’arrampicata. Io nego un’avventura da rappresentare per forza». Sdrammatizza lo svizzero Robert Boesch, alpinista-fotografo: «Non sono così pessimista, documentare un’impresa è importante. Ma in zone molto esposte il rischio e lo stress conseguente sono da ostacolo a una buona immagine. Penso alle foto di Walter Bonatti, non sono certo perfette, ma sono vere. E valgono molto più di qualsiasi scatto d’autore». *** Reinhold Messner “Si parla soltanto delle star ignorando tanti protagonisti” [E. MAR.] Reinhold Messner, lei si dice preoccupato per il futuro dell’alpinismo perché è più importante lo show dell’avventura. «C’è bisogno di fare chiarezza e ordine. L’alpinismo è sempre stato avventura, lo show ha altre esigenze. Sì, sono preoccupato: credo che prima o poi le belle avventure non avranno più posto nei media». L’impresa può coincidere però con le esigenze di sponsor e spettacolo, cioè della comunicazione. «Bisogna distinguere. Ormai si raccontano soltanto le star, si dimenticano tanti protagonisti, per non parlare degli sherpa e dei portatori in genere. Al centro di tutto c’è la storia dell’alpinismo e ci sono avventure cadute nell’oblio, come i viaggi ai Poli. Prima la creatività era lo sviluppo, giocava un grande ruolo, poi l’aspetto economico è diventato essenziale e allora l’esigenza era di attirare gli sponsor. E questo è un disturbo quando alla base ci sono contratti per creare star, nomi e volti da pubblicità». L’esigenza di spettacolarizzare è lontana dalla realtà? «Ormai vince lo show, non la realtà. Con lo spettacolo mostro ciò che ho fatto, ma è fittizio, frutto di immagini montate. Se arrampico con una troupe, con elicotteri per le immagini ho una copertura emotiva, non sono solo. Una situazione ibrida, non è un’arrampicata libera ma ha l’obiettivo della produzione. L’osservatore vede e ascolta una storia straordinaria, ma è una realtà ricostruita perché frutto di un puzzle». Per lei quindi è importante il racconto. «Il racconto di ciò che si vive. L’alpinismo ha un aspetto culturale. Io voglio vedere dietro le quinte, sapere che cosa è accaduto, quali sono state anche le sensazioni. L’avventura non è rappresentabile. E il pubblico percepisce lo spirito dello show, non quello dell’impresa in sé. Si perde l’aspetto umano». *** Simone Moro “Finanziamenti indispensabili ma il problema sono gli abusi” [E. MAR.] Himalaista estremo, specialista delle salite sugli Ottomila d’inverno, Simone Moro usa con sapienza la comunicazione. E gli sponsor. Show e soldi uccideranno l’alpinismo? «Lo sponsor non è il male. Lo diventa se viene usato per raccontare fandonie. La comunicazione è uno strumento, come il martello per un muratore. Non può usarlo come arma. L’alpinismo non fa eccezione, non può morire per questo. Sponsor e immagini sono figli del nostro tempo, il vero problema è come li si interpreta». Però condizionano. «No se non si cade nel tranello di proporsi come vincitori. Gli sponsor forti hanno un grande potere su personaggi emotivamente deboli. Nei miei contratti non c’è alcun impegno da parte mia di fare un numero definito di imprese o su quali pareti». Messner è molto preoccupato per un futuro in cui l’impresa viene costruita sulle esigenze dello show-business. «Già, capisco. Ma io non lo sono. So che all’Ims di Bressanone si è anche detto che le brutte immagini sono garanzia di autenticità. Sciocchezza. La questione è una sola, bisogna che le immagini si adattino all’impresa e non viceversa. Durante la mia salita invernale al Gasherbrum ho fatto filmati strepitosi, ma io ero lì per fare dell’alpinismo, non un film». Avventura autentica. «Certo. Se i grandi alpinisti degli Anni 50 o 60 avessero avuto microcamere sui caschi, le avrebbero usate al posto di una macchina fotografica o di un taccuino e la penna. Non c’è differenza, il mezzo per comunicare è cambiato, ma l’alpinismo resta. Quello di alto livello, estremo, è nato e si affida agli sponsor. Messner stesso, di cui ho stima infinita, ha potuto fare gli Ottomila grazie agli sponsor. In quel momento era l’alpinista più sponsorizzato».