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 2011  novembre 01 Martedì calendario

Il vizio medievale del Principe Carlo Il veto sulle leggi - Quel che resta del medioevo. Spinti da una soffiata della House of Lords, i giornalisti del «Guardian» hanno fatto ricorso al Freedom Information Act per accedere ad alcuni atti parlamentari che generalmente non finiscono in mano al pubblico

Il vizio medievale del Principe Carlo Il veto sulle leggi - Quel che resta del medioevo. Spinti da una soffiata della House of Lords, i giornalisti del «Guardian» hanno fatto ricorso al Freedom Information Act per accedere ad alcuni atti parlamentari che generalmente non finiscono in mano al pubblico. Spulciando tra i documenti archiviati nelle secolari stanze di Westminster hanno scoperto quello che in effetti stavano cercando. Negli ultimi sei anni, dal 2005 a oggi, il Principe Carlo, figlio maggiore di Sua Maestà la Regina, è intervenuto per condizionare l’iter delle leggi britanniche in almeno dodici occasioni. Il gesto bizzarro di un nobiluomo disinformato dello scorrere del tempo che ha ostinatamente trascinato il pianeta nel terzo millennio o uno sconsiderato abuso da aristocratico gangster? Nessuna delle due cose. Semplicemente l’esercizio di un diritto, quello di veto, consegnato da Eduardo III al proprio figlio ed utilizzato dai Duchi di Cornovaglia a partire dal 1337. Una norma apparentemente surreale che nessuno si è preso la briga di cancellare. «E tanto meno abbiamo intenzione di farlo adesso», si è affrettato a sottolineare il portavoce di Downing Street appena la notizia si è trasformata in polemica. «Il Principe ha diritto a questo trattamento in quanto un giorno sarà Re». Semplice no? L’Erskine May, la bibbia delle relazioni parlamentari che contiene il protocollo in questione, prevede che il Duca di Cornovaglia debba essere informato «ogniqualvolta una legge in discussione possa confliggere con i suoi interessi privati. In particolare quelli del Ducato». I suoi interessi privati, testualmente, nel Paese che si picca di avere la democrazia più avanzata e consolidata del globo terracqueo. E in cui il nobile ombelico di un singolo conta più di quello di 650 parlamentari, di 826 pari e di 60 milioni di inglesi qualunque. Secondo il costituzionalista Daniel Greenberg il diritto di veto concesso a Carlo «è una specie di pulsante nucleare. Nessuno è in grado di sapere se lui lo utilizzerà mai, ma intanto fa da deterrente». Metafora affascinante, se non fosse che il Principe quel bottone lo usa eccome. Lo ha fatto per proposte di legge legate al trasporto marittimo, all’urbanistica, alle Olimpiadi e alle energie alternative. Ma anche all’agricoltura e alle amministrazioni locali. Impossibile sapere quali siano state le richieste specifiche, perché il carteggio tra l’erede al trono e i ministeri è assolutamente privato. Impossibile anche sapere se le norme siano state cambiate a causa delle sue pressioni. Un’opacità che ha fatto uscire dai gangheri il solitamente posato Lord Berkeley, un ex etoniano schierato con i liberaldemocratici. «Non è pensabile che il Parlamento non sappia quando, e soprattutto per quale motivo, il Principe decide di esercitare il diritto di veto. E poi qual è la ratio di questo privilegio? La proprietà delle terre? Allora dovrebbe valere per tutti». Più duro il commento di Adam Tomkins, professore di diritto costituzionale all’Università di Glasgow. «Tra associazioni benefiche, azione di lobby sui ministri e diritto di veto, ancora una volta viene il sospetto che il Principe voglia influenzare il governo». La titolarità del Ducato di Cornovaglia in effetti garantisce a Carlo entrate per 18 milioni di sterline l’anno e il fondo che lo gestisce ha attraversato indenne questi anni di turbolenza finanziaria aumentando il proprio valore dai 628 milioni del 2006 agli oltre 700 di oggi. Della proprietà fanno parte la cittadina di Poundbury nel Dorset, i palazzi che ospitano il King’s College a Londra, più di duemila ettari di boschi, villaggi vacanza in Cornovaglia e anche un campo da cricket. Improvvisamente convinto di non essere più solo nella sua malinconica battaglia per un Capo di Stato eletto dal popolo anche Graham Smith, leader del partito repubblicano, ha voluto far sentire la propria voce. «Questa storia è un affronto ai valori democratici. Carlo vive da milionario mentre il Paese fa la fame». Come direbbero in Francia, basterà distribuire un po’ di brioches.