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 2011  novembre 01 Martedì calendario

L’Unesco accoglie lo Stato di Palestina - L’ora della Palestina è arrivata alle 13,36 di ieri, nella sede Unesco di Parigi, quando lo Stato che non c’è è diventato il 195˚ membro dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura

L’Unesco accoglie lo Stato di Palestina - L’ora della Palestina è arrivata alle 13,36 di ieri, nella sede Unesco di Parigi, quando lo Stato che non c’è è diventato il 195˚ membro dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura. Visto che la Palestina non è membro dell’Onu, per la sua ammissione serviva una raccomandazione del Consiglio esecutivo dell’Unesco (40 sì su 58 votanti) e una maggioranza dei due terzi all’assemblea dei Paesi membri. E qui il responso è stato netto: 107 sì, 14 no e 52 astenuti, più 12 Stati che non hanno votato. Per il no, chiaro, Israele e gli Stati Uniti. Per il sì, i Paesi arabi, africani e, curiosamente ma in massa, i latinoamericani. Non si sono divisi e hanno votato sì i Bric, Brasile, Russia, India e Cina. Si è naturalmente divisa la Ue: no dalla Germania (per il suo storico senso di colpa verso gli ebrei), sì da Francia e Spagna, astenuti Italia e Regno Unito. La sorpresa arriva dai francesi. Di recente, Sarkozy è andato a New York a proporre una soluzione «vaticana» per la Palestina: ammissione all’Onu, ma solo come osservatore, non come Paese membro. E, appena pochi giorni fa, il Quai d’Orsay aveva giudicato «prematura» la richiesta palestinese all’Unesco. Ieri il suo portavoce, Bernard Valero, ha invece spiegato che bisognava «andare all’essenziale» e che quindi «la Palestina aveva diritto di diventare membro». Ma si dice che in realtà Sarkò non abbia preso bene lo scarso interesse che ha accolto il suo passo all’Onu. Da qui (e dalla voglia di non perdere il credito guadagnato in Libia con l’opinione pubblica araba) il voltafaccia francese. Quanto all’Italia, il portavoce della Farnesina, Maurizio Massari, spiega che il nostro Paese «si è attivato per giungere a una posizione coesa e unita dell’Europa, in mancanza della quale ha deciso di astenersi». Gli israeliani sono furiosi. Il voto di ieri, dice il loro ambasciatore, Nimrod Barkan, «è una tragedia per l’Unesco». Gli americani taglieranno i loro contributi, che rappresentano circa il 22% del bilancio dell’Unesco. La sua direttrice generale, Irina Bokova che, ironia della sorte, finora è stata fortemente sostenuta dall’amministrazione Obama, è consapevole di essere, economicamente parlando, in guai seri: «Bisognerà tagliare dei programmi, riaggiustare l’equilibrio del nostro budget. Ma non è solo un problema finanziario, è un problema che riguarda l’universalità della nostra organizzazione». In ogni caso, «benvenuta Palestina». I benvenuti giubilano. Il ministro degli Esteri, Riyad Al Maliki, esulta con la kefiah al collo: «Questo è davvero un momento storico che ci restituisce alcuni dei nostri diritti. Abbiamo rimesso la Palestina sulla carta del mondo e nessuno potrà più toglierla». E l’Italia? «Avremmo auspicato che votasse a favore, visti i legami privilegiati fra italiani e palestinesi. A nostro avviso, l’astensione è sbagliata». Adesso, è chiaro, la candidatura palestinese all’Onu è più forte, anche se sempre senza speranza perché l’11 novembre gli Usa la bloccheranno con il veto. Ma i palestinesi potranno almeno fare a Israele tutta un’immancabile serie di dispetti, poiché avranno il diritto di firmare tutte le convenzioni Unesco sulla protezione del patrimonio mondiale, compreso quindi quello israeliano. E, per esempio, di esigere ispezioni sulla gestione dei monumenti di Gerusalemme.