Stefano Olivari, il Giornale 1/11/2011, 1 novembre 2011
Riuscire a vincere non è da «ragionieri» - Dopo tante puntate basate su statistiche e modelli matematici, è ormai chiaro che la massa degli scommettitori è complessivamente perdente
Riuscire a vincere non è da «ragionieri» - Dopo tante puntate basate su statistiche e modelli matematici, è ormai chiaro che la massa degli scommettitori è complessivamente perdente.Oltre che la teoria,l’aggio e tutto il resto, a provarlo è soprattutto la pratica: il pay-out (percentuale del denaro giocato che ritorna nelle tasche dei giocatori) medio del 75%, per le aziende bene amministrate. Per quanto riguarda la tipologia dei giocatori, quelli di impostazione ragionieristica non superano il 5% del totale. Non è un numero buttato lì a caso, ma quanto emerge dalle profilazioni che quasi tutti i bookmaker tracciano dei loro clienti. Un lavoro che in certi casi conduce alla loro messa alla porta (virtuale). Perché quindi il 95% di noi continua a scommettere anche se il suo bilancio storico è negativo? Di poco o di tanto dipende dalle capacità di spesa e propensione al rischio... Proviamo a dare una risposta che vada oltre l’evidenza dei numeri. Le scommesse, ancora più del gioco d’azzardo per così dire «puro», hanno fondamentalmente un significato psicologico, visto che rappresentano una finzione di realtà. In altre parole, fingere-giocare vuol dire minimizzare il rischio della vita. Non eliminandolo, anzi, ma trasformandolo in qualcosa di relativamente semplice (un Over-Under 2,5 gol è più comprensibile di una qualsiasi dinamica familiare), che ci si illude di poter controllare. La bibliografia sull’argomento è vastissima, per chi ci si voglia avvicinare il nostro consiglio è di partire dal caposaldo: Theory of Play and Fantasy di Gregory Bateson, il fondatore dell’approccio sistemico. Non è un caso che i bookmaker abbiano di solito un aggio (cioé un margine matematico) più alto sulle giocate più semplici (vittoria, numero di gol, eccetera) e uno più basso su quelle più complesse come l’Asian Handicap.Conclusione? Vincere non è mai semplice, le opportunità migliori arrivano dalla complessità.