Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  novembre 01 Martedì calendario

Il genio dei nuovi media? Un profetico conservatore - Per Marshall McLuhan il mondo era spacciato. Troppa tecnologia tran­gugiata in pochi anni

Il genio dei nuovi media? Un profetico conservatore - Per Marshall McLuhan il mondo era spacciato. Troppa tecnologia tran­gugiata in pochi anni. Egli non sopportava la standardiz­zazione d­ella società dovuta al pro­gresso scientifico: la massa rischia­va di schiacciare l’individuo. La te­levisione, secondo lui, era un mo­do per impacchettare e omoge­neizzare la cultura. I media elettro­nici, all’epoca agli albori,avrebbe­ro cambiato il nostro cervello, di­ventandoneun’estensione; avreb­bero capovolto millenni di evolu­zione, ri-tribalizzando l’umanità; avrebbero posto fine al dominio della parola scritta, alla Galassia Gutenberg, riconducendoci al­l’oralità. Non ci vedeva niente di buono in tutto ciò. Eppure il nuo­vo «villaggio globale»interconnes­so, così chiamò la nostra civiltà in­cipiente, era molto affascinante... McLuhan, nei momenti duri, tro­vavaconfortonellareligionecatto-lica. Daconvertitoinetàadulta, fa-c­evaprivatamentesfoggiodiunin-tegralismodacompetizione, spes-soa­ccompagnatodaunacertarab-biadafrescoapologetadellaChie-sa. Ilfattodiessereunfieroantim­o-dernonongli impedì di occuparsi d’idee nuove, senza atti militanti che non fossero lo studio. Era suo dovere: l’universo, creato da Dio, non poteva essere una massa cao­tica d’informazioni contradditto­rie. Doveva esserci un disegno, o al­meno alcune tendenze universali. Qualcuno doveva prendersi la bri­ga di capirle, interpretarle, divul­garle. Senza la presunzione di orientarle o cambiarle, ma alme­no mettendo in guardia sui possi­bili rischi ai quali l’uomo sarebbe andato incontro. Quel qualcuno sarebbe stato lui: Marshall McLuhan. Nato in Canada nel 1911, Mar­shall trova la sua America in Euro­pa, a Cambridge. In Inghilterra, ne­gli anni Trenta, gli atenei sono aperti all’innovazione. McLuhan è un letterato. La base della sua istruzione è la retorica rinascimen­tale. I suoi autori prediletti, a parte numerate eccezioni (Chesterton, Pound, Eliot, Yeats, Joyce) non vanno oltre il XIX secolo. In Gran Bretagna entra in contatto con la Nuova Critica di F.R.Leavis.Si con­vinc­e che la biografia degli scritto­ri è un contorno poco importante, il testo è tutto ciò che conta. Inizia quindi a concentrarsi sui modi in cui l’autore influenza i suoi lettori: si occupa della forma e, appunto, della retorica. Leavis lo spinge ad applicare le stesse categorie alla modernità. La pubblicità e la tec­nologia, ad esempio, non trasfor­mano la mente? Non esercitano un’influenza sulla società? McLuhan è l’uomo giusto per tro­vare le risposte: la consapevolezza del divino lo rende immune da ogni forma di sentimentalismo. Gli anni Sessanta, a Toronto, se­gnano il trionfo accademico di McLuhan. I fondi non mancano e in città l’ambiente è stimolante.Ci sono il critico letterario Northop Frye, con il quale ingaggia duelli in­­tellettuali, e il pianista Glenn Gould, compagno di chiacchiere notturne. Nel 1962 esce il capola­voro di McLuhan, La galassia Gu­tenberg , seguito a ruota da Gli stru­menti del comunicare (1964). Se La galassia Gutenberg suona la campana a morto per la parola scritta, Gli strumenti del comunica­re contiene l’aforisma più celebre di McLuhan: «Il medium è il mes­saggio ». Il contenuto apparente dei media elettronici è irrilevante: l’impatto sulla società è prodotto dal medium stesso. Emerge il con­cetto di villaggio globale, il mondo connesso dai media elettronici, pronto a essere ri-tribalizzato da uomini per i quali i concetti di spa­zio e tempo sono radic­almente di­versi rispetto alle generazioni pre­cedenti. Emerge il concetto di uo­mo disincarnato, asincrono e ubi­quo: è un insieme di informazioni che abita nel cyberspazio. McLuhan sta descrivendo il mon­do al tempo di Internet, decenni prima che il World Wide Web sia una realtà famigliare. Arriva an­che il successo di massa. Eppure il declino è dietro l’angolo. A causa di una rara conformazione del si­stema circolatorio, lo studioso sof­fre di continui mini-ictus. Nel 1979 un colpo più forte dei prece­denti lo priva della parola. Muore nel 1980. Vale la pena di ricordare un paio di cose. I suoi studi, oggi celebratis­simi, furono stroncati con piacere sadico dai suoi colleghi che chie­devano prove: quarant’anni dopo possiamo dire che le hanno otte­nute. L’aspetto anti-moderno del suo pensiero è stato rimosso. McLuhan stesso non l’ha mai mes­so in primo piano, ma le sue idee, oltre a investigare il futuro, conte­nevano anche l’antidoto per cor­reggerne le storture. Ora è ricorda­to come un tecno- entusiasta. Sap­piamo che non è così. Tra le nume­r­ose iniziative che quest’anno han­no restituito una immagine com­pleta di McLuhan, si segnala in Ita­lia, per completezza, il nuovo nu­mero monografico della rivista Link. Idee per la televisione , in usci­ta il 9 novembre. Oltre alla ristam­pa del­la famosa intervista rilascia­ta nel 1969 da McLuhan a Playboy , vi sono interventi di Peppino Orto­leva, sugli angoli meno frequenta­ti del McLuhan pensiero, e una in­­tervista allo scrittore canadaese Douglas Coupland, autore di Ge­nerazione X e biografo di McLuhan stesso, che fa giustizia di molti luoghi comuni (splendi­do il suo Marshall McLuhan edito da Isbn).